Il racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai, part 6.

Il silenzio si riappropriò di noi come si era impossessato della notte. Il paesino in cui stavamo alloggiando, Bluff, era talmente piccolo da contare, forse, venti vie.

Era stato una stazione postale, delle vecchie corriere. Quelle delle carovane, dei film western. Uno dei mezzi, infatti, riposava ancora di fronte all’entrata, se così la si poteva chiamare, del paese per accogliere i visitatori.

Il cielo terso ci permetteva una visione privilegiata di quella meraviglia che sono le stelle, ormai troppo nascoste alla nostra vista di cittadini che amano la luce in ogni anfratto della città. E invece la notte è bella per il buio che annulla, che fa riflettere. Che ti permette di capire.

“Con lui è facile” dissi infine io.

Mark aveva appena acceso la terza sigaretta.

Non rispose.

“Non devo pensare cosa dire, cosa non dire. Non devo analizzare ogni suo movimento, non ce n’è bisogno.”

“Per questo non mi hai aspettato? Perché con me sarebbe stato difficile?”

“Mark, con te era così difficile che non sapevo nemmeno se ci sarebbe stato un noi.”

Tornò il silenzio, e la mia mente beffarda iniziò ad immaginarsi quello stesso posto, remoto e dimenticato, con Ector. Mi chiesi perché Luke si fosse ostinato a mandarmi con Mark.

 

Con mia sorpresa, Mark e John rientrarono il martedì dopo. Immaginatevi il mio sguardo nel vederlo di fronte a Ector, alla sua scrivania, mentre parlavano amabilmente.

“Ciao, Eve. Siamo tornati prima. Tutto bene?”

“Tutto bene? Tutto bene?!” avrei voluto urlargli.

Sei stato via un mese, senza mai farti sentire, e adesso mi chiedi se va tutto bene?

“Sì” risposi secca, “tutto bene. Tu?”

Lo scambio di battute laconico, a cui Ector stava assistendo suo malgrado, finì con l’arrivo di Luke, che portava la soluzione al problema dei posti. Io volevo solo andarmene, non vedere più né uno né l’altro. Ma il mio capo non fu di quell’avviso.

“Mark, vorrei che tu venissi di là, con me. Volevo darti questa notizia in privato, ma credo che non ti dispiaccia se lo dico di fronte a loro. Ti abbiamo scelto come nuovo capo redattore.”

Ector si profuse in congratulazioni di circostanza, a cui io mi unii a malapena.

“Quindi ragazzi per voi non cambia nulla, anche perché insieme lavorate molto bene” disse Luke prima di portarsi via Mark, che nel frattempo mi aveva lanciato un’occhiata.

Io tornai al mio posto e per tutto il giorno non guardai nemmeno Ector, che aveva provato tre volte, durante la mattina, a tirarmi i soliti calci che avevano iniziato a farmi ridere. Non mi chiese di andare in pausa e se ne andò alle diciassette, con tutte le consegne terminate.

Mark non lo avevo visto, ovviamente. Non era passato nemmeno un minuto.

Non avevo idea di cosa fare, cosa dire. Nelly al telefono si arrabbiò tantissimo, dicendomi che stavo trattando male Ector senza che avesse fatto nulla.

Aveva ragione.

La mattina dopo arrivai presto e potei lasciare, senza che lui se ne accorgesse, due brownies sulla sua scrivania. Sul fazzoletto avevo scritto: “Per la pausa”.

Ector sorrise, non appena li vide, ma non disse nulla. Era chiaro che spettava a me. Lui aveva già fatto il suo. Se davvero ci tenevo dovevo dimostrarlo.

“Allora, andiamo a mangiare questi brownies?” dissi alle undici, balzando in piedi.

“Solo perché ho fame” rispose lui sorridendo.

Mentre eravamo in pausa, nemmeno a farlo apposta, entrò Mark. Io stavo ridendo per un racconto di Ector, su lui e suo fratello che distruggevano il capanno degli attrezzi del padre.

“Ciao, Mark” lo salutò lui, appena lo vide.

Io e Mark ci salutammo brevemente, poi Ector iniziò a parlare con lui dell’articolo che aveva editato sulla Thailandia.

Li lasciai che discutevano di cose tecniche, da scrittori, che io non conoscevo.

Ector tornò alla scrivania svariati minuti dopo.

“Mark è proprio in gamba” mi disse, guardandomi di sottecchi.

“Sì, come scrittore è molto bravo” risposi io, senza aggiungere altro.

Vedevo le domande frullargli in testa, ma grazie al cielo si fermò dal farmele.

Poi, nel pomeriggio, Luke mi chiamò nel suo ufficio.

C’era anche Mark, che aveva occupato la piccola scrivania che prima si usava per le riunioni con pochi colleghi.

“Eve, siedi pure. Ti va un altro viaggetto? Piccolo, questa volta. Però d’effetto. Ci servono informazioni nuove sulla Monument Valley. Tu e Mark starete via un paio di settimane massimo. Ci stai?”

Mi girai verso Mark, che imperterrito guardava il monitor.

“Quando partiamo?”

“Tra due giorni.”

Quando lo dissi a Ector risposee solo che gli dispiaceva non essere stato scelto per questo viaggio, non ne aveva ancora fatti.

“Però Mark è il migliore, lo hai detto anche tu” terminò con una punta di amarezza, mentre indossava la giacca prima di andarsene.

Certo che Luke non aveva proprio capito niente di quello che era accaduto tra i suoi colleghi.

Il giorno dopo passò nel silenzio più assoluto. Ector si era ammutolito. Non ero abituata a non sentirlo ridere. Io, dal mio canto, ero troppo occupata a finire le altre consegne prima della partenza.

Arrivò sera in un lampo.

“Quindi, ci vediamo tra due settimane” disse lui.

“Sì. Ma passeranno in fretta, vedrai.”

“Torna presto” mi disse, lasciandomi un bacio sulla guancia.

 

 

NB: Settimana prossima la parte sette, l’ultima di questo lungo racconto 🙂

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Pensieri sconnessi di un ex-ventisettenne: Le uscite con le amiche.

È inutile che ci giriamo intorno o che proviamo a mentire. Non siamo più quelle di una volta e anche le uscite con le nostre amiche sono mutate con gli anni.

Ricordo quei tempi ormai remoti dove si usciva a fare baldoria, bevendo quello che passava al convento (ragazze, bevevamo Vodka Lemon e ci sembrava pure buono!), andando a ballare in discoteche di dubbissimo gusto musica ancora peggiore!

Adesso, ci ritroviamo in pub fighetti di solito con stile industriale chic, abbiamo anticipato di un’ora almeno l’orario d’uscita e siamo estremamente selettive con quello che beviamo.

Io mi sono donata al Gin e meno dell’Hendrick’s non considero nemmeno, altre hanno invece puntato sul vino o sulle birre artigianali.

Oppure (ma questo va per la maggiore un po’ per tutti negli ultimi anni) quando le nostre finanze non ancora stabilissime ce lo permettono, ci dedichiamo alla scoperta dei nuovi sushi bar della zona. Ecco, da questo punto di vista siamo ancora pischelle, perché ci vanno benissimo gli All You Can Eat invece dei ristoranti che hanno solo la carta. Almeno, non sono più Fast Food (dite che è un passo avanti?).

Insomma, ci stiamo evolvendo. Non abbiamo più il fisico per fare le sgallettate fino alle quattro del mattino, infatti già verso mezzanotte ci sembra di aver fatto l’alba, però almeno riusciamo ad avere un filo di stile in più.

L’angoscia d’aver finito un libro.

Scrivere un libro, in fondo, non è difficilissimo. L’uomo inventa e si nutre di storie dalla sua nascita, basti pensare a come il cielo sia pieno zeppo di mostri, eroi e principesse dimenticate.

Ognuno di noi può avere una storia in testa, e magari riesce anche a scriverla.

Il difficile viene dopo.

Per me, coincide con un senso di angoscia mica da ridere.

Ebbene sì, ops I did it again.

Il mio bambino inglese è pronto. Due revisioni, tre ri-scritture dell’epilogo (la prima troppo corta, la seconda troppo incasinata, la terza forse potremmo anche esserci). Due mesi per scriverlo, ottobre-dicembre, e tre per rivederlo con calma, lasciandogli quel mese di lievitazione, di incubazione, di “distanza” da parte dell’autore.

E adesso?

Non vorrei sminuire l’opinione del mio Love, l’unico che l’ha letto perché necessitavo di un parere maschile, ma se non dovesse piacere?

Se non dovessi raggiungere l’obiettivo prefissato e fossi costretta a vedere il mio povero bimbo naufragare in un mare di mestizia?

 

Vogliamo parlare delle domande delle persone a te vicine?

-Di cosa parla?

-è una storia d’amore

-davvero?! (chi mi conosce si chiede, tu? Really?)

-sì, davvero, è uscito e basta. Ambientato a Londra, l’ho scritto lì.

-Ah, figo

 

Questo è difficile, dell’essere scrittori. Venire a patti con quanto si è fatto, gestire le aspettative, capire bene come muoversi.

Io, prima di inviarlo e nell’attesa di darvi altre news (che spero arrivino presto) mi godo il mio momento di angoscia.

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On writing, with a cat.

 

Il Racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai, part 5.

Ector provò in tutti i modi, i primi giorni, a creare una connessione. Prima di tutto, mi chiamava Eva. Era strano, eppure bello, sentire il mio nome pronunciato in modo corretto fuori dalle mura domestiche.

Quando si alzava per andare in pausa mi chiedeva sempre se volevo qualcosa e anche se gli dicevo no mi portava un bicchiere d’acqua, prendendo la scusa che riempiva anche il suo.

Le colleghe lo adoravano. La sua risata si sentiva a due uffici di distanza, ma quando si metteva a scrivere era veloce quanto Mark, solo che lui aveva un modo di digitare sulla tastiera più dolce. Invece di prendersela con i tasti, li accarezzava quasi fossero corde di un violino.

Era alto e stava sempre mezzo sdraiato sulla sedia, quindi i suoi piedi finivano sempre per toccare i miei. Io mi spostavo infastidita. Lui invece di chiedere scusa, sorrideva divertito. Quando sorrideva cambiava volto. Passava dall’essere estremamente serio a essere l’espressione stessa della felicità, con tanto di rughette intorno agli occhi.

Un giorno mi obbligò ad andare in pausa con lui.

“Se non ti alzi ti prendo in braccio!” mi disse appoggiandosi al divisorio. Io sbuffai, ma mi alzai comunque.

In pausa, mentre versava un po’ di quel caffè finto che avevamo in ufficio per entrambi, mi fece il quarto grado. Mi chiese della mia famiglia, dell’Italia. Ascoltò i miei racconti su Ricky, il mio nipotino.

Non riesco a ricordarmi una volta in cui Mark mi avesse chiesto qualcosa di me. Quello che sapeva era perché glielo avevo raccontato io. Ector invece faceva domande, e a distanza di giorni dimostrava di ricordarsi tutto, perfino gli appuntamenti più stupidi, come il dentista.

Durante la seconda settimana mi venne un mal di gola terribile per colpa dell’aria condizionata. Si era rotta e non era più regolabile. E io che ero sotto il bocchettone, dovevo stare in ufficio con la felpa. Accusai comunque il colpo e quasi non riuscivo a parlare, figuriamoci mangiare qualcosa. Ector a pranzo uscì a comprarmi del gelato, senza che gli chiedessi nulla. Mark, posso giocarmici la mano destra, non avrebbe mai fatto una cosa del genere.

Le pause caffè insieme erano diventate un’abitudine, intanto Ector aveva provato più volte, in modo velato, a propormi di uscire. Mi parlava di un film che voleva vedere, di una mostra, di un nuovo ristorante vicino la spiaggia.

Io facevo la gnorri. Aspettando cosa, non lo so. Altri segni divini?

Può essere, perché la Divina Provvidenza decise di mettersi nel mezzo, e darmi una mano.

Eravamo alla quarta settimana. La mia testa stava scoppiando. Mark sarebbe tornato a breve. A quel punto mi avrebbero spostata sicuramente nell’altro ufficio. Non avrei più sentito il ticchettare furioso di lui o i calci di Ector. E cosa sarebbe successo? Che avrei fatto? Dubbi che si affastellavano l’uno sull’altro, inventando come sempre scenari assurdi di cui parlavo solo a Nelly, che povera allattava il pupo e dunque non poteva scappare.

“Eva, deciditi. Non è difficile come ti sembra. Quello giusto è quello che ti fa sorridere mentre sei da sola e pensi a lui.”

Maledetta mia sorella, che con cinque anni in meno era comunque più saggia di me, e maledetto il mio capo, quel venerdì sera.

Mancava pochissimo all’orario di uscita, io dovevo andare a cena con due amiche. Luke arrivò tutto trafelato.

“Ragazzi, sono desolato ma ho bisogno di voi. Il capo vuole che per domani escano due pezzi di anticipazioni sulla Thailandia. Mark e John hanno già caricato su One Drive il materiale, ma è da sistemare e impaginare. Mi dispiace dirvelo ora, so che è tardissimo, ma è davvero importante.”

Ector rispose che non era un problema, e il suo sorriso verso di me mi fece rispondere la stessa cosa.

Lui aveva finito, dopo circa un’ora, mentre io ero in alto mare. Le fotografie erano sistemate, John era un professionista coi fiocchi e le modifiche erano state minime, ma l’impaginazione mi stava facendo impazzire.

Avrebbe potuto andarsene, uscire per il suo venerdì, invece attese paziente con la sedia accanto la mia, per provare ad aiutarmi nonostante non ci capisse nulla.

Alle otto avevo terminato ma la cena con le amiche era bella che saltata.

“Senti, c’è una taqueria fantastica su Ocean Drive. Ti va di accompagnarmi? Ho una fame da lupo!” disse lui, mentre si alzava stiracchiandosi.

Non potevo tirarmi indietro, far finta di avere altri impegni. Lui era stato lì apposta per me, era il minimo che potessi fare. E poi, non volevo dire di no.

“Certo, volentieri.”

Passammo la cena a ridere e scherzare. Lui aveva provato a farmi leggere tutto il menù in spagnolo e aveva riso come un matto per la mia pronuncia, che io peraltro pensavo fosse buona. Io allora avevo fatto l’offesa, lui mi aveva comprato un gelato.

Era tutto allegro, spensierato. E facile. Con Mark mai niente era stato facile. Capii quello che intendeva Nelly, che l’amore non è elucubrazioni complicate. È una cena ad un tavolino di fronte a una taqueria mentre si ride.

Si fece tardi, senza che ce ne accorgessimo.

“Mi aspetti mentre chiamo un taxi?” gli chiesi.

“Un taxi? Perché dovresti pagare qualcuno quando io posso accompagnarti gratis?”

“Non voglio farti fare mezza città!”

“Ma figurati. Andiamo.”

Senza accettare altre rimostranze Ector si rimise alla guida. Ormai senza forze dopo la giornata, restammo in silenzio. Potei ammirare il volto affilato, le dita lunghe appoggiate al volante. Iniziai a sorridere e dovetti voltarmi verso il mio finestrino.

Infine, parcheggiò di fronte a casa mia.

“Ti accompagno alla porta” disse.

“Addirittura! Penso di riuscire a fare venti passi da sola!”

“Lo so, ma io sono un cavaliere.”

Sbuffai ma lo lasciai fare. Arrivammo di fronte alla porta. Io avevo già le chiavi in mano.

“È stata davvero una bella serata. Ti ringrazio tanto” dissi.

Era un bel pezzo che non mi trovavo più di fronte alla situazione porta. Come si gestiva?

Ci pensò lui, che era più pragmatico e meno cervelloide.

Fece un passo verso di me, mi guardò per un secondo. Poi, invece di desistere, invece di non completare quel secondo passo, mi baciò.

“Buonanotte, Eva” mi disse prima di andarsene.

Pensieri sconnessi di un ex-ventisettenne: i Bijoux!

Sembrerà un argomento frivolo eppure è uno dei tratti distintivi di un ex-ventisettenne. Perché abbiamo un tratto distintivo che, vi giuro, vi farà capire subito l’età.

Ed è la commistione di bijoux cheap but nice a quelli veri sberluccicanti.

Fateci caso: le ragazze più giovani hanno solo quelli carucci ma a costo zero (tipo, adesso che sono tornati di moda, i girocolli neri intrecciati in plastica!), mentre le donne più mature hanno solo quelli veri.

Noi, povere ibride, abbiamo un po’ e un po’.

Mettiamo gli orecchini fighi con i brillanti veri e magari il medaglione comprato a sette euro.

Sulle nostre dita (almeno, su quelle di coloro che hanno fidanzati che donano sbrillocchi, il che esclude la sottoscritta) spuntano anellini argentei, alternati a quelli in legno dipinto comprati al mare.

E voi, vi rivedete in questa descrizione?

Il Racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai. Part 4.

I giorni in ufficio senza Mark sembravano eterni. Sistemavo le fotografie. Dimensioni, pixel, esposizione. Tutto mi sembrava così vuoto rispetto a quando le fotografie le avevo scattate, ascoltando le urla dei fruttivendoli che attiravano le signore con la bontà delle loro pesche.

Ogni scatto era un’emozione, un ricordo, un profumo. Di solito, unito al suo.

John, il fotografo, era sposato con Linda, una delle impiegate dell’amministrazione. La donna mostrava a tutti, in pausa caffè, le fotografie mandatele dal marito e una volta era riuscita a chiamarlo mettendolo in vivavoce, perché lo salutassimo tutti.

Dunque non erano stati fagocitati da qualche enorme elefante. Erano vivi, stavano bene e avevano modo di interfacciarsi con il mondo. Era Mark che aveva scelto di non farsi sentire.

Mi sentivo depressa, triste. Era passata solo una settimana dalla sua partenza, ne mancavano cinque al suo ritorno, e io già non ce la facevo più.

Lavoravo con le cuffie tutto il tempo per provare a concentrarmi ulteriormente. Non sentii quindi il mio capo che mi chiamava finché non mi picchiettò sulla spalla.

“Evie, scusa se ti disturbo. Vorrei presentarti una persona. Lui è Ector, è uno dei nostri nuovi redattori. Finché non riorganizziamo gli spazi starà qui di fronte a te.”

“Ma questa è la scrivania di Mark” risposi senza nemmeno pensare a quanto fossi stata stupida a dire una cosa del genere proprio al capo.

“Certo, ma è libera per un mese. Così intanto pensiamo a come riorganizzare i posti. Tu stessa dovresti stare nell’altro ufficio.”

Annuii incerta mentre Luke si girava verso il ragazzo che gli stava di fianco. Io rimisi le cuffie e alzai il volume. Non volevo saperne niente di lui e solo il pensiero che avrebbe usurpato, anche se per poco, la scrivania di Mark mi faceva andare su tutte le furie.

I due si spostarono alla scrivania, dove Luke si mise a impostargli l’account del computer. Sentii su di me lo sguardo dell’usurpatore ma mi sforzai di non alzare mai la testa.

Guardai solo il mio capo per salutarlo quando tornò nel suo ufficio, lasciandomi sola.

L’usurpatore doveva essere lì pronto perché appena alzai il volto, per andare in pausa, lui mi offrì la mano.

“Piacere, sono Ector.”

Il ragazzo era moro, con gli occhi più neri che avessi mai visto. Era più alto di Mark, perché dal divisorio vedevo quasi tutta la testa. Indossava una camicia di jeans che aveva tirato sugli avambracci.

“Evie. Sarebbe Eva, sono mezza italiana, ma tanto nessuno lo dice mai corretto.”

“Io sono mezzo spagnolo, non ho problemi a dire Eva. Vuoi che ti chiami così?”

Non gli risposi, feci spallucce e me ne andai.

 

“Non puoi dirmi che il problema è questo adesso. Non trovi? Il problema è che qualcosa tra me e te non ha funzionato. E io, per quanto mi sforzi, non riesco a capire cosa.”

Mark provò a sistemarsi una ciocca di capelli sfuggita. Li avevo sempre adorati, i suoi capelli. Quel mezzo lungo, abbastanza da essere tirati indietro. Non ero mai riuscita a sfiorarglieli nemmeno per caso. Colta da un qualche impeto, che potremmo chiamare tanto ormai che cambia, mi misi sulle ginocchia per raggiungerlo e gliela sistemai io.

“Grazie” disse solo lui.

Si accese un’altra sigaretta e me la porse dopo il primo tiro.

“Ero spaventato.”

“Di cosa?”

“Di tutto. Che tu mi dicessi di sì, che tu mi dicessi di no.”

“Aspettavi che facessi qualcosa io?”

“No, non è questo. So che spettava a me. Non ti rimprovero nulla. Ero spaventato.”

“Tu? Spaventato? Che vivi da solo da quando hai diciotto anni? Tu che non hai bisogno di nessuno eri spaventato?”

“Hai colto nel segno. Temevo di aver bisogno di te. Temevo di essermi innamorato, di ferirti perché non so stare con le persone. Che tu mi ferissi perché non so stare con le persone.”

Avrei voluto questa dichiarazione a Perugia? Avrei voluto sentirmi dire quelle parole, allora?

Sì. Gli avrei preso la mano e gli avrei risposto che avevo paura anche io, che è normale. Che avremmo affrontato tutto insieme. Che avremmo fatto combaciare le nostre differenze come in un puzzle. Che ci saremmo insegnati le cose a vicenda.

Però era vero, Mark aveva ragione. Adesso non aveva più senso, e me lo stava facendo capire lui, come sempre.

Pensieri sconnessi di un ex-ventisettenne: Desperate Housewives.

Ecco, un altro aspetto della vita adulta che personalmente faccio molta molta fatica ad accettare: le faccende casalinghe!

Quando ero piccola, intorno ai dieci anni, mi ricordo la voce di mia nonna che mi ripete questo detto in siciliano (che io tradurrò per voi!): “Fai le faccende di casa, così ti crescono le tette!”.

Evidentemente sono stata una brava bambina, perché le tette mi sono cresciute. Ma adesso che ne sono soddisfatta, posso fermarmi?

Purtroppo no, chiaramente, a meno che io non voglia diventare la prossima protagonista della serie Sepolti in Casa (grazie Amore per fare in modo che questo non avvenga. Ancora, almeno…).

La verità è che le faccende domestiche mi annoiano a morte. Se appena appena c’é un poco di freddo, solo l’idea di bagnarmi le mani con stracci e strofinacci mi fa venire da piangere. Se invece c’è caldo, tempo zero ho l’asma.

Fosse per me, lascerei la polvere sui mobili a vita (salvo poi vedere l’aggravarsi della situazione asmatica sopra descritta). E, per quanto mi riguarda, non ho mai speso più di un’ora (in dieci anni) a stirare.

Ma voi dite sul serio, nel mettervi dietro un aggeggio infernale che Negan utilizza per terrorizzare i Salvatori ore e ore per stirare qualcosa che si stropiccerà comunque entro quattro secondi? Giammai!

Questi rifiuti, che so benissimo non essere solo visioni personali, ci mettono in evidente disagio con le nostre madri. Perché, diciamoci la verità, loro sono dannatamente più brave. Quando mia madre ordina, la casa è in ordine. Quando ordino io, sposto le minchiate da un posto all’altro.

Dite che l’esperienza? E che diventeremo così anche noi?

Non lo so, inizio ad affezionarmi all’idea di vivere in una casa in balia di una forma entropica perenne!

E voi, ve la cavate? Vi annoiate a morte come me oppure siete patite del pulito?

Fatemi sapere la vostra!