Day 25 of 62. The Wellcome collection e la sala lettura più bella del mondo.

Altra giornata in solitudine, l’ultima prima del ritorno di Charlotte, quindi dedico la mattina a sistemare casa, che avevo trascurato in questi giorni e a fare un po’ dei miei compiti. Esco dopo un bel piatto di pasta ristoratore e qui apro una leggere parentesi sulle stranezze inglesi. Avete presente, in Harry Potter, la scena in cui le lettere vengono sparate direttamente nella fessura della porta e finiscono per terra? Ebbene, qui si usa veramente così. Quindi immaginatevi, tutti i santi giorni, il mio slalom tra le lettere, i volantini e perfino i pacchi per terra! I volantini, e tante volte anche le lettere, non si sogna nessuno di sollevarli quindi c’è perennemente una confusione del cavolo! Tanto svegli e la buca lettera ancora non l’hanno inventata… mah!

Comunque, la mia direzione odierna è prima il negozio Persephone Books, che se non bastasse solo il nome, è una libreria che vende solo autrici. Peccato che quando arrivi sia chiuso con un capannello di gente fuori per ciò che immagino sia un evento. Io da timida me ne vado e gironzolo come al solito. Finisco in un’altra libreria, che purtroppo è in svendita per prossima chiusura, e acquisto il libro How much the heart can hold (quanto il cuore può contenere) che ha una copertina meravigliosa (accanto al mio Great Expectations è proprio bello!). Infine, anche se è tardi, sono le 17, arrivo alla Wellcome collection. Wellcome era un medico, e il suo museo è infatti dedicato in gran parte alla medicina. Faccio in tempo solo a vedermi l’esposizione che parla del rapporto tra design e medicina, per le campagne di prevenzione più che altro, prima di andare nella famosissima sala lettura. Be’, è il posto più bello del mondo! Non ho parole per descrivere questo spazio, dove apparecchi medici antichi fanno da contraltare a tavoli, libri di ogni genere incluso narrativa. Sedie e poltrone ovunque, le scale che portano al ballatoio sono occupate da comodi puff in cui due ragazze leggono beatamente. Un sogno! Peccato che chiuda tra mezz’ora, ed è inutile per me estrarre tutto il mio armamentario per così poco tempo. Allora, con la promessa che tornerò asap, decido di andare alla British. Ma anche questa chiude alle 18 il venerdì! Con il cuore colmo di mestizia trovo il primo Starbucks dove finalmente sedermi a scrivere.

Non potrei essere più contenta di come stanno andando le cose, i miei personaggi si stanno comportando proprio bene!

Intorno alle 20.30 torno a casa dove, dopo le video chiamate d’ordinanza, mi concedo il mio amato Supernatural e The Walking Dead.

Poi letto, che domani ho visite e devo fare anche i compiti!

Day 25, solved.

 

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Day 24 of 62. Maledetto Instagram, Chinatown e Breaking Bad.

Ebbene, dopo la sveglia, la colazione e i miei compiti, mi assale la malsana e stupidissima idea di fare Instagram. Risultato: un’ora persa senza averci capito una cavolo se non che tutte le mie fotografie della pagina hanno l’estensione sbagliata e devo sistemarle tutte prima di poterle caricare. Ah, tutto questo cinema del telefono, perché dal pc non ho idea di come si faccia! Sta cosa che il cellulare è diventato a tutti gli effetti un altro organo della nostra personalità s’ha da calmà. E se io volessi usare il pc? Che è più comodo?

Inutili disquisizioni a parte, la telefonata di mia cugina Amalia mi coglie alla sprovvista ma mi salva anche dal distruggere qualsiasi apparecchio tecnologico che mi circondi. Ha quasi finito dal parrucchiere e la devo raggiungere per il pranzo. Volo in doccia e oggi decido di lasciare a casa il pc, pesi troppo tesoro mio!

In men che non si dica sono pronta e diretta a Oxfor Circus. Con la bella cugina, ci spostiamo a piedi verso Soho e pranziamo da Wasabi. Dopo pranzo giriamo senza meta per Chinatown, finché non ci fermiamo da Caffè Nero per prendere il caffè.

Oggi è una bella giornata, fa molto meno freddo di ieri, e gironzolare per la città è molto piacevole. Io decido allora, dopo aver salutato Amalia, di andare alla Forbidden Planet (per chi non lo sapesse, è il paradiso dei nerd) che è poco distante. Peccato che mi perda in un bicchiere d’acqua e passi le tre stesse vie almeno quattro volte prima di imbroccare la svolta giusta! Lì, pochi acquisti (i pop che mi interessano ce li ho praticamente tutti) e poi esco.

Mi metto in marcia verso il Free World Centre, dove oggi inizio il corso di sceneggiatura, il primissimo della mia vita!

Arrivo prestissimo e passo un’ora a leggere prima che arrivi anche l’insegnante. Lui è uno sceneggiatore di teatro, principalmente. Siamo solo in due, quindi praticamente è una lezione frontale. Parliamo delle differenze tra sceneggiatura per il palco e per la TV, delle qualità di una buona sceneggiatura, facciamo qualche esercizio divertente. Poi, figata, leggiamo la sceneggiatura del teaser di Breaking Bad. Alè, serie Tv! Il mio cavallo di battaglia! In questo sono forte.

Esco contenta per quello che è entrato nel mio cervellino di gallina ma fisicamente stroncata dalla maledizione di Eva. Mestamente me ne torno a casa dove commetto un crimine. Sono in fase bisogno di dolce, ma io non ho nulla (solo gli Skittles che però posso aprire settimana prossima!). Charlotte, nel suo ripiano, ha un Kinder Cereali… Considerando che è a dieta, non è un grosso crimine averglielo mangiato, no? Anzi, è un favore! Conscia del fatto che sono una brutta persona guardo Zumbo e la fabbrica dei dolci, sperando che il glucosio entri in me per osmosi via etere.

Stanca morta, vado a letto.

Dai 23, done.

 

Day 23 of 62. Piccoli tesori nascosti: il John Soane Museum.

Conscia del fatto che ieri ho concluso poco e niente, aiutata dalla sparizione della malefica pioggia, mi alzo di buon umore e volenterosa di fare.

Dopo i compitini, doccia per essere un essere umano decente al corso, pranzo e fuori! La mia destinazione oggi è un museo del tutto sconosciuto, il John Soan Museum. Intanto, chi è costui? Be’, il signor Soane è un famosissimo architetto dell’800 che, tra le altre cose, ha disegnato la Bank of England. Ma il signor Soane è stato, soprattutto, un grandissimo collezionista (e, ovviamente, un massone). Il museo nient’altro è che la sua casa (sono tre appartamenti, in verità, riorganizzati dall’architetto stesso per essere un’unica abitazione) presentata al pubblico com’era stata pensata 180 anni fa. Preparatevi ad entrare in quello che sembra davvero un piccolo forziere. Prima di tutto, mi viene da pensare che se avessi fatto valere i miei diritti di italiana gli svaligiavo casa. Praticamente mezza Roma era lì! I corridoi, che separano una camera dall’altra, sono pensati come colonnati, molti spazi danno la possibilità di rimirare i piani superiori, appositamente aperti nel pavimento, per consentire una visione museale. Incredibile, potreste passarci quindici volte e ancora scovare qualcosa di nuovo. Una nuova statua di Apollo, delle maschere funebri, dei capitelli, delle figure grottesche, dei draghi cinesi. Tutto organizzato e posizionato in perfetta armonia.

Il pezzo forte, se così possiamo definirlo, è però nelle catacombe: il sarcofago di Seti I. Ebbene, il signor Soane si è accattato, per mostrarlo ai suoi amici, uno dei primi sarcofagi ritrovati (per il ritrovamento, wait a second)! Non vi nascondo che è stupendo. Il gentilissimo volontario addetto di quella stanza (ce ne sono in ognuna, più che pronti ad illustravi cosa state ammirando) ci racconta che il sarcofago è composto in alabastro, inciso con le storie tratte dal Libro dei morti egiziano. Ogni singolo geroglifico era prima dipinto di blu, ma il colore purtroppo è del tutto sparito con gli anni. Inoltre, l’alabastro è traslucido, quindi il buon Soane, per un effetto maggiore, poneva delle candele all’interno del sarcofago, facendolo brillare.

Per quanto riguarda il ritrovamento (ed effettivamente potrei portarmi a casa anche questo) è stato ritrovato da un certo Giovanni Balzoni. Questo tipo sì che era particolare. Di stazza un gigante con la passione per l’ingegneria, ha iniziato a lavorare nei circhi come strong man, fino ad approdare in Egitto. Lì, un archeologo gli ha affidato il compito di spostare l’enorme testa statuaria di Ramses, impresa in cui tutti avevano fallito. Giovanni invece ce la fa, acquistando di diritto un posto nelle spedizioni. Ebbene, non si sa per certo se il merito è acquisito o reale, ma a lui e alla sua capacità di leggere il paesaggio circostante è dovuto il ritrovamento della tomba del faraone Seti, figlio di Ramses. La maledizione del faraone però, almeno così mi piace pensare, colpirà anche lui, perché morirà pochi anni dopo per una malattia contratta in Egitto.

Con il mio cervelletto pieno di storia esco e trovo posto al caro Grind dove, alleluja, posso scrivere. Resto un paio d’ore, esco non appena il locale inizia a diventare un vero casino (perfetto dalle tre alle sei, dopo di ché invivibile per chi non è in compagnia).

Arrivo al corso e per altre due ore mi immergo nella scrittura, oggi si parla di descrizioni.

A casa, come una bambina, latte e biscotti perché non ho cenato, mentre finisco L’altra Grace. Bello, ma assolutamente non ai livelli di The Handmaid’s Tale.

Letto e libro.

Day 23, gone.

 

Day 22 of 62. L’Ennuì, la Volpe e il Museo di Scienze Naturali.

Complice l’abitudine, mi sembrava strano che ancora non avessi fatto qualche sogno strano che potesse turbare le mie notti. Infatti, mi sveglio tardissimo dopo una notte passata a dormire a singhiozzo tra sogni assurdi.

Inoltre, piove! Assoluta novità che non mi piace nella mia permanenza londinese. Tutto questo fa sì che durante la mattina venga assalita da un’ondata di Ennuì, o tristezza cosmica. Insomma, Giacomo Leopardi sarebbe davvero fiero di me. Non avrei voglia di fare niente, di starmene alla finestra con una tazza di te a guardare il nulla. Invece dopo pranzo e dopo aver sentito mia cugina Amalia, mi obbligo a seguire i miei piani per la giornata cioè andare al Museo di Scienze naturali.

Mentre mi preparo e guardo fuori dalla finestra della mia camera in cerca di Stalkie, invece che lo scoiattolo trovo Ginkuro, la volpe, bella spaparanzata nel mio giardino! sembra capirmi perché mi guarda mentre apro la finestra e lo scatto sotto riportato è l’unico che riesco a rubarle.

Adesso via, verso South Kensinghton. Una volta nel museo, inizio a perdermi tra le gallerie didattiche, tutte interessanti, ma nessuna riesce a farmi scattare più di qualche barlume di curiosità (certo, tutta la parte della tecnologia è bellissima e fa riflettere, ma non sono davvero in vena oggi). L’unica sezione dove mi diverto davvero è quella della creazione della personalità, dove cioè si indaga, tra genetica e scelte personali, cosa costituisce un individuo.

Con la schiena a pezzi (ho con me il mio fidato portatile ma mi sono rifiutata di lasciare il tutto al guardaroba) decido di uscire e di andare fino a Hyde Park Corner, così posso passare di fronte a Harrods, mai visto nemmeno con il binocolo in quattro viaggi a Londra. Ebbene, come si può immaginare è enorme! Ci dovrei davvero entrare, una volta, ma temo che sarò decisamente fuori posto. Tutta la vetrina è dedicata a Dolce&Gabbana, e più per esteso, all’Italia e alla Sicilia. Ci sono pupi siciliani dappertutto, cannoli, manichini con i pomodori come fermacapelli. Bello ma un tantinello stereotipato.

Con mia somma mestizia però noto che non c’è nessuno Starbucks o Costa o vattelapesca che non sia dannatamente pieno. In più è tardi quindi, purtroppo, per oggi niente scrittura. Mi sento così ancora più scema ad essermi portata tutto il giorno il pc senza averlo nemmeno sfruttato. Che babbea!

A casa faccio spesa veloce da Tesco per la cena, e la transazione mi viene addebitata due volte. Ma una gioia, una, ogni tanto? Domani dovrò andare a parlarci, che pizza!

Però una volta a casa mi rilasso, mi preparo salmone con le patate e mi attacco a Netlix e al mio fidato Kindle.

Day 22, sorted.

 

 

Day 21 of 62. The Railway natural Reserve.

Il sole che mi sveglia mi invita senz’altro, anche oggi, a usufruire un po’ meno della metro e un po’ di più delle mie gambe.

Dopo solita colazione e compiti decido di uscire. La mia idea malsana (sì lo so che come idea di pranzo fa davvero pena!) è quella di fermarmi da Amazing Chips a Wood Green. Praticamente, un coso che fa solo patatine fritte. Peccato che le suddette patatine, per quanto buone, mi si siederanno sullo stomaco fino a sera, e non le ho nemmeno finite.

Comunque, mi guardo ancora di più intorno. Ci sono un sacco di posti interessanti nella mia zona, come per esempio l’albergo The Salisbury, che sembra molto antico, e un locale strambo che ha tra gli arredi una giraffa.

Sorpassato un capannello di vecchi greci, entro finalmente nella Railway Natural Reserve. Praticamente, questo luogo erano i campi posseduti dalla ferrovia (che scorre immediatamente di fianco) e che negli anni 80 sono stati trasformati in questa piccola riserva naturale. Sembra davvero di infilarsi in un bosco, eppure siamo a un passo dalla strada principale! Per molto tempo, sono sola a scattare fotografie agli scoiattoli antipatici che continuavano a scappare.

Finito il mio piccolo giro in tranquillità, entro in metro con direzione Barbican. Il mio piano iniziale era quello di andare appunto nel cafè del Cinema al Barbican, ma la mia meta cambia quando leggo Smithfield market. Un mercato che non conosco, mi dico! Ebbene, c’è un motivo se non lo si conosce: è un mercato esclusivamente della carne. Passando attraverso la grande hall (sebbene sia bellissima, tutta in ferro colorato viola e verde, con un grande orologio che troneggia sulla volta) che collega le due aree del mercato, l’odore di carne è pregnante e fastidioso perfino per una carnivora come me.

Con un po’ di mestizia nel mio cuore, trovo posto da Ask for Janine, di cui avevo letto le recensioni. Lì, tavolino per me, presa di corrente, un bel te verde e una cameriera premurosa e ciaone. Due ore a scrivere.

Esco verso le sette con una fame da lupo. Prima, però, visto che tutte le strade portano a King’s Cross, vado a piedi fino alla stazione per esplorare i negozi a Saint Pancras e collezionare altre idee natalizie. A casa trovo Charlotte in fase preparativi pre-partenza, ma che ha concluso poco e niente visto che non ha la testa.

Io intanto mi preparo un po’ di carne con i funghi, poi telefonate di rito e infine, come ovvio, inizio una nuova serie TV, L’altra Grace, tratta da un altro romanzo di Margaret Atwood. Considerando che The Handmaids Tale mi ha letteralmente conquistata, vado abbastanza sul sicuro. Difatti, temo che finirò la prima stagione in brevissimo.

Day 21, accomplished.

 

 

 

Day 20 of 62. Cammina cammina…

Quando mi sveglio, la beata solitudine regna ancora in casa. Charlotte non è tornata a casa, dormiva da un’amica per uno sleepover (e lì di nuovo, mi mancano le mie ragazze!) e io quindi ho la casa tutta per me. Come al solito, faccio fatica a capire le intenzioni di mia cugina Amalia, che dovrei vedere nel pomeriggio. Mangiando la foglia, capisco che il “pomeriggio” che mi indica lei probabilmente sarà intorno alle sette, quindi armi e bagagli ed esco per i fatti miei.

Fa freddo, freddissimo, ma io ho voglia di camminare. Maledetto sole londinese che non credevo esistesse. Decido di fare tutta la strada da Wood Green a Manor House: tre fermate della metro Piccadilly prima della mia.

La strada che collega Wood Green a Turnpike Lane è una via molto trafficata e piena di negozi. C’è tutto: Primark, H&M, cinema ecc…

Appena passo Turnpike Lane arrivo in una zona che non conosco. Si svuota, in qualche modo, e si riempie di negozi dell’est. Hummus e falafel ovunque! Scovo una piccola riserva naturale, che ha una bellissima volpe incisa nell’inferriata e mi riprometto di andarci domani se ci sarà il sole.

Finita l’ora di cammino salto in metro. Scendo a Holborn e vado per la King’s Way, che porta a Fleet street, dove si trova il Temple. Ebbene, di che diamine si tratta? Si tratta di un distretto che contiene, oltre a un paio di chiese, anche l’enorme e maestosa corte di giustizia. Proprio li dì fronte, tutto piccino, il negozio-museo della Twinings. Mi ci perdo per un po’ tra un gusto e l’altro, prima di dirigermi verso Saint Paul, che voglio osservare meglio. Risalgo di qualche metro sul Millennium per scattare un po’ di fotografie. Il sole sta calando e la vista è davvero bellissima. Peccato il freddo maledetto che non mi fa più sentire le dita!

Il mio fedele Starbucks di fronte a Saint Paul ancora mi attende e mi ci rifugio di nuovo. Ormai ho sviluppato una dipendenza alla loro cioccolata natalizia! Al mio tavolino, scrivo (grazie al cielo ho sempre con me il quadernetto della mia adorata Zana, per scrivere quando lascio il pc a casa) e poi parlo con Andrea per un po’.

Infine, mi raggiunge mia cugina con il suo ragazzo.

Ci rifugiamo in un pub e con un paio di birre passiamo un paio d’ore chiacchierando. Ci salutiamo verso le nove. Una volta a casa, ancora chiacchiere ma con Charlotte, che sembra un po’ giù per la storia con il frequentante e agitata per la partenza pre-Alicante.

Infine, letto e libro.

Day 20, finished!

Day 19 of 62. Il Tate modern.

Mi sveglio dopo forse la prime notte non passata tranquillamente. Mi sono infatti svegliata un paio di volte perché da quella tapparella idiota passa troppa luce (e infatti ci ho messo sopra la mia povera sciarpa). In casa sono sola: Charlotte è dalla parrucchiera per sistemarsi i capelli, la versione di due settimane fa non le piace neanche un po’! Io mi godo la mia solitudine con la colazione, i miei compiti, e infine bruschette per pranzo. Tra una cosa e l’altra, cazzeggiando più che altro, si è fatto tardi, decisamente ora di uscire! La mia direzione di oggi è il Tate Modern, enorme e minaccioso museo di arte moderna a sud del Tamigi. Parte della città ancora quasi inesplorata per me, devo rimediare. Scendo a Bank e mi ritrovo all’ormai familiare Monument, da lì la strada per il London Bridge la so a memoria. Il ponte è così grande da non farmi paura e lo passo indenne. Appena fuori mi ritrovo nel Borough market, lo stesso in cui mi ero imbattuta con le mie amiche. Solo con questa avventura tutti i posti iniziano a prendere una collocazione spaziale più precisa. Inizio a capire bene dove si trova cosa e che, in fondo, la metro più vicina non è mai lontana come sembra!

Il mercato, nonostante siano le quattro, è affollatissimo di turisti mangioni. Io però sono sazia e passo avanti. Mi ritrovo sulla riva del fiume, la Queen’s way (dall’altra parte precisa c’è la King’s way) e ritrovo così il ristorante greco in cui avevo mangiato con le ragazze! Ecco, capisco ora il perché i fine settimana, fino ad ora, sono i momenti che mi sono  pesati di più, perché sono sempre stati i giorni che dedico a famiglia e amici. Giro al Globo con la family, sushi con le ragazze, magari una capatina a ballare… Passare il sabato da sola è strano e nemmeno facile, ma devo in qualche modo farci i conti. Camminando arrivo al Globe (da un Globo all’altro, praticamente), il teatro di Shakespare, e leggo la programmazione. Il primo di dicembre c’è un evento gratuito! Devo assolutamente guardare se ci sono ancora disponibilità. Il Tate è subito di fianco. Non l’ho mai visitato, l’unica volta che ci sono entrata è stata per la mostra di Georgia O’Keaffe, la mia pittrice del cuore! Mi immergo quindi nelle gallerie gratuite dell’ala principale. Passo Matisse, Warhol, Dalì (quando c’è un dipinto di Dalì o di Van Gogh te ne accorgi subito perché c’è sempre di fronte un capannello di gente). Scopro nuovi artisti (come George Condo, che più di dipinti sembra fare caricature) e… congelo. C’è un freddo maledetto. Non resisto oltre e infatti non passo nel secondo edificio, anche se volevo salire al decimo piano. Sto davvero congelando. Torno al guardaroba e scopro che anche una signora si sta lamentando del freddo! Bene, ho la resistenza di una donna di sessant’anni. Giro allo shop e poi fuori. Appena uscita, compro da un bizzarro venditore un poema, per un pound, scritto da lui e scelto a caso. Io becco: Il Bacio. Con la preziosa busta nello zaino, mi accingo a fare una cosa stupidissima e coraggiosa: oltrepassare da sola il Millennium Bridge. Sono ormai almeno un paio d’anni che soffro di vertigini, soprattutto sui ponti, e il Millennium è quasi del tutto scoperto. Mentre mi immagino che moriremo tutti, arrivo indenne sulla terra ferma, di fronte alla gigantesca cupola di Saint Paul. Perché non l’avevo mai vista?

Saint Paul e tutta la piazza adiacente è davvero bella, merita una visita di giorno che mi riprometto di fare. Intanto, mentre mi decido ad andare alla metro, scorgo uno Starbucks. Ho freddissimo quindi entro. Praticamente è vuoto e accanto a ogni poltroncina una bella presa di corrente. Non c’è occasione migliore per sedermi e scrivere. Esco dal locale che sono già le venti e trenta. Una volta fuori dalla metro, verso casa, tutt’intorno a me odore di polvere da sparo e botti: i fuochi per il Bonfire Night. Ne scorgo qualcuno in lontananza.

A casa, telefonata di rito con la famiglia poi super maratona di Supernatural e The Walking Dead.

Prima di mettermi a letto, capisco il problema della maledetta tapparella. Ha i listelli girati al contrario! Li sistemo e poi mi infilo sotto il piumone.

Libro e nanna.

Day 19, finished.