Il Racconto del mercoledì: Un bacio nell’Apocalisse.

Ero sdraiata a letto. Le braccia lungo i fianchi. I capelli appiccicati addosso. Il respiro veniva rubato a metà strada dall’asma, come da un bambino dispettoso che ti toglie il suo pallone proprio prima del tiro. I polmoni mi si riempivano per un terzo, costringendomi a boccate sempre più profonde e affannate.

Sentii che il braccio sinistro mi veniva spostato, poi piccoli baci mi costellarono il fianco. Mi girai per andargli incontro. Le sue labbra si poggiarono leggere sull’addome scoperto, infine sul tessuto dei pantaloncini sopra l’inguine. Un attimo dopo si puntellò sul materasso per alzarsi. Gli afferrai l’indice e il medio della mano per trattenerlo, schiudendo un occhio. Lui si chinò su di me, mi diede un bacio sulla fronte, poi disse: “C’è la colazione”.

Annuii, mollando la presa.

 

Ci conoscemmo al Tunnel. Il posto più brutto che io abbia mai visto in tutta la mia vita. E, di questi tempi, di posti brutti ne avanzano.

Ero riuscita ad arrivare tra i primi, sospinta da una donna che era un’amica di mia madre. Avevo guadagnato una buona posizione. In fondo, al riparo, lontano dall’ingresso e dalla pioggia, che inevitabile bagnava chi era arrivato per ultimo.

I primi giorni li passavo a leggere. Non si poteva fare altro, nel Tunnel. C’era chi faceva interminabili partite a tetris nella polvere, chi guardava il soffitto con aria smarrita. Tutti gli altri, più o meno, piangevano. Io, leggevo. Avevo con me solo La frontiera scomparsa di Sepulveda. Mi ricordo che temevo di averlo perso, e  avevo incolpato mia madre di averlo dato via, quando l’estate prima si era messa a fare “Decluttering” dei libri.

“Ma come si può buttare Sepulveda!” avevo urlato.

“Ti ho detto che non l’ho buttato! Ce l’avrai tu, da qualche parte!”

Aveva ragione. Era nella mia stanza. Fu l’unico titolo che afferrai, prima di andarmene di casa con lei che già scalpitava alla porta. Riportava alla terza pagina una dedica di mio padre.

Il testo era diventato sgualcito e gonfio, a furia d’esser sballottato senza molte cure. Avevano provato a comprarmelo, poi anche a rubarmelo. In situazioni come quella, anche il minimo barlume d’intrattenimento valeva quanto il cibo.

Lo stavo rileggendo per la terza volta quando arrivò lui. Giudicai che doveva avere la mia età, all’incirca. Non mi parlò, ovviamente. Nessuno lo faceva. Si diventava vicini di sacco a pelo e basta. Chi aveva qualcuno con sé si riteneva fortunato. La stragrande maggioranza di noi, però, era solo.

La notte era la parte peggiore, come diceva Kent Arouf ne Le nostre anime di notte. I gemiti si facevano più strozzati eppure terribilmente più udibili.

Sentii che lui, il nuovo arrivato, tremava. Io avevo una maglia termica, che mi aveva dato mio cugino prima di andare nella direzione opposta alla mia, lui non aveva nulla.

Avvicinai il mio sacco a pelo al suo, per arrivare a far toccare le nostre schiene. Lui, non appena percepì quella vicinanza, si girò verso di me, aprì la cerniera del mio giaciglio e mi tirò a sé.

“Stringimi” mi disse solo in sussurro all’orecchio.

Così feci.

Per un po’ credetti che avrei percepito dell’eccitazione, invece nulla. Si era assopito subito. Io, che odiavo che qualcuno anche solo mi sfiorasse durante il sonno, stavo adesso avvinghiata a un estraneo.

Era normale, in quella cattedrale del silenzio in cui tutti pregavamo un dio che evidentemente se n’era andato da un pezzo.

Quando mi svegliai, ancora ancorata al suo corpo, lui invece era sveglio, ma guardava vigile sopra la mia spalla, verso l’entrata del Tunnel.

Allentai la presa.

Quando si accorse che mi ero svegliata, mi guardò e mi sorrise. Notai per la prima volta gli occhi grigi, come il cielo novembrino.

“Come ti chiami?” mi chiese piano.

“Jen.”

“Come Jennifer?”

“No, come January.”

Soffocò una risata.

“Lo so, mia madre è strana.”

Mi fermai, prima di correggermi.

“Era, era strana.”

“Mi spiace.”

“Anche a me. Tu?”

“Mi chiamo Noah.”

“Piacere, Noah.”

“Piacere, January.”

 

Le giornate passavano una identica all’altra, la mia testa ormai era talmente assuefatta all’odore di chiuso, umido, umano, da vagare costantemente in una sorta di vigilanza appesantita.

Leggevo Sepulveda con Noah, stavamo stretti uno all’altra.

Lui ogni tanto veniva chiamato per le ronde, e io che avevo smesso di pregare ricominciai stupida a chiedere che tornasse, non appena andava via.

“Dobbiamo andarcene di qui” mi disse una notte.

“Dove?”

“Non lo so, via dalla gente. La gente è stupida. Se ti accadesse qualcosa, per colpa loro?”

Se accadesse qualcosa a me? Ci conoscevamo appena, come poteva già preoccuparsi per me?

Eppure era stato facile e immediato, l’aggrapparsi alla sopravvivenza di qualcun altro per rendere più vera e più credibile la propria.

 

Noah era uscito per la ronda, come sempre. Io lisciavo il mio sacco a pelo, nella ripetizione meccanica di un gesto senza senso. Poi udii un urlo. Breve e intenso, di stupore. Come quando qualcuno si scotta con dell’acqua bollente, e quasi gli fa più male la sorpresa che non la bruciatura.

Sperai che fosse così. Che una qualche donna sbadata avesse urtato un pentolino, facendosi cadere addosso del liquido sopra i cento gradi.

Invece all’urlo ne seguirono altri. Più allungati, pieni. Non erano di sorpresa, erano di terrore, da animali al macello. Infatti le Ombre Lunghe iniziarono a insinuarsi nel Tunnel. Le vedevo allungarsi verso di noi, mentre intorno a me si scatenava un inferno di caos e paura. Mani ossute e nere che si facevano spazio sulla parete, nel riverbero della luce che illuminava solo l’entrata a quella che adesso era una trappola mortale.

Mi alzai di scatto, afferrando il mio zaino. Noah, Noah, Noah, pensai. Ma se erano arrivati, vuol dire che la ronda era perduta. Non era suonata la sirena di avviso, nulla. Erano morti, non c’era altra spiegazione. Iniziai a farmi strada a spintoni, tra la gente che ancora non usciva, che non sapeva che fare, che un po’ senza dubbio si era arresa e aveva decretato che quello fosse il suo momento, quanto di quelli a cui stava intralciando il passaggio.

Io invece no. Almeno volevo rivedere la luce, giusto un ultimo attimo. Di morire rinchiusa, come un topo, non esisteva.

Le urla però si fecero più pressanti, vicine. Sentivo quasi il loro fiato sul collo. Mi girai. Dietro non c’era nessuno.

In quel momento, però, qualcuno mi afferrò la mano. Vidi solo la nuca di Noah, mentre mi tirava fuori di lì, verso un’uscita a me sconosciuta.

Una volta fuori, all’aria aperta che quasi mi stordii, lui chiuse il bocchettone dietro di noi. Tanto, non c’era più nessuno.

Ci sedemmo, uno accanto all’altra, nella terra umida. L’odore bagnato di terriccio mi solleticò il naso, il primo profumo che sentivo da tanto, tanto tempo. Nemmeno lo sapevo, che eravamo in un campo. Alzai lo sguardo e notai che il tunnel era in realtà un edificio di quattro piani con finestre sbarrate. Non avevo idea di come avesse fatto Noah a farmi lasciare il tunnel per finire lì.

Una pioggia leggera iniziò a imperlarmi il viso, fresca e vitale. Alcune gocce restarono intrappolate nei suoi capelli.

“Come la rugiada” gli dissi sfiorandole, prima che lui prendesse il mio viso, per darmi il più bel bacio in mezzo all’Apocalisse.

 

“January, la colazione” ripeté Noah.

Aprii gli occhi e fui del tutto sveglia. Quelli che avevo sentito non erano baci, ma lui che scioglieva i legacci attorno al mio polso.

Quando lo guardai, mi rivolse il suo sorriso imbarazzato, a metà tra il dolce e il compassionevole.

“Hai detto rugiada, prima di svegliarti. Vuol dire che non fai più brutti sogni?” mi chiese mentre poneva accanto alle mie uova un bicchierino dove fece scivolare quattro di quelle che chiamavamo “le caramelle”.

“Esatto. Non faccio più brutti sogni.”

“Basta Ombre Lunghe?”

“Niente Ombre Lunghe” mentii.

“Benissimo, sono davvero felice per te, January. Oggi pomeriggio se ho tempo passo per finire Sepulveda, ti va?”

“Certo Noah, grazie” gli dissi prima di iniziare la mia colazione.

 

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#Sharingbooks, la week della Fantasia!

sharing

Ebbene rieccoci all’appuntamento settimanale #Sharingbooks, creato dal blog Vuoi conoscere un casino? e a cui sono stata invitata dalla super Feliscia de Il Lettore Curioso.

Ogni settimana, per un mese, vi proporremo tre bellissimi titoli su diverse tematiche. In caso ve lo foste persi (giammai!) qui vi riporto le mie scelte per la settimana a tema Ammmore, mentre questa settimana il tema principale è FANTASIA.

Con questo tema ci sarebbe da sbizzarrirsi. Sono un’amante del fantastico da sempre, anche se devo ammettere che soprattutto negli ultimi anni i miei gusti si sono modificati, orientandosi invece sempre più verso la narrativa generale.

Ciò non toglie che la mia libreria sia ben fornita di libri in cui l’ingrediente principale è il fantastico, il non reale, l’impossibile eppure possibile.

Partiamo subito allora, shall we?

  • Neil Gaiman, Cose Fragili.

cose fragili

Sarò sincera, il mio Gaiman preferito è American Gods, ma purtroppo non lo posseggo fisicamente dunque mi è stato impossibile fare una bella foto della copertina. Al contrario Cose Fragili sta bello comodo sul mio scaffale. Si tratta di una raccolta di racconti di questo scrittore geniale e incredibilmente talentuoso. Il mio preferito di tutti, un racconto sui ragazzini venditori di caffè ambientato a New Orleans.

  • Sesso e Lucertole a Melancholy Cove, Christopher Moore

sesso e lucertole

Christopher Moore è un pazzo. Folle. Fuori di testa. Per questo, i suoi libri sono semplicemente straordinari! Questo in particolare, è uno dei libri ambientati a Pine Cove, una tranquilla cittadina di quelle costiere fatte per i turisti, finte fino all’incredibile, abitata nei mesi freddi da una serie di personaggi bislacchi, che per loro sfortuna si scontrano con un mostro gigante che mangia le persone (che non disdegna però l’amore della matta del paese. L’avevo detto che Moore è fuori di testa).

Oltre a essere folle, è anche uno che prende le storie degli altri, ci entra e le ribalta, mantenendo stranamente un rispetto incredibile verso la storia originale.

A mio modestissimo avviso, è un autore da non perdere assolutamente.

  • Immortal, Katiuscia Napolitano

immortal

Rullissimo di tamburi………… Ecco a voi……….. Il mio primogenito!

Non ne parlo spesso, e forse sbaglio, ma nel 2015 è nato il mio primo figliolo cartaceo. Si tratta di un lavoro iniziato ben sette anni prima, quando ne avevo appena diciassette (e sono già passati dieci anni, oh my goddddddd) e finito mooolto dopo. I personaggi sono rimasti nel cassetto per qualche anno, prima di essere finalmente ripresi e portati a compimento. Insomma, qui si parla del mio primissimo amore. In quelle duecento pagine c’era tutto il mio mondo: l’amore, l’amicizia, i vampiri, le storie epiche…

Non posso farci niente, ma mi vengono gli occhi a cuoricino quando lo guardo!

Vi lascio la trama e qui  il link Amazon qualora vi venisse la voglia di darci un occhio:

Firenze, dicembre 1999.Due giovani amanti immortali, Sally e William, trascorrono le loro notti a caccia di vittime ignare e i pomeriggi tra shopping e passeggiate lungo l’Arno. A interrompere una serena e appagante routine arriva la convocazione dell’anziano Cesar, capo della congrega dei vampiri. Al raduno, a cui convergono molte creature della notte, egli spiega che è necessaria una trasferta a New York per combattere compatti contro la setta delle Streghe Arcane, acerrime e pericolose nemiche dei vampiri. Le Arcane, secondo un rapporto ritenuto affidabile, hanno trovato un antico manufatto capace di rivelarsi un’arma micidiale. Poco convinti della situazione Sally e William vorrebbero rifiutarsi di andare ma le leggi della congregazione non ammettono disubbidienza a un Anziano. Pertanto, dopo pochi giorni fervono i preparativi per la partenza. Sally, tuttavia, è turbata da confusi ricordi di un passato che non riesce ad afferrare completamente.Ricordi che William ha sì cancellato nel momento in cui l’ha trasformata quasi duecento anni prima combattendo per lei contro tre giovani streghe, ricordi però che nonostante tutto cercano di riemergere dalle nebbie della memoria di Sally.

 

Bene, finito! Mi sottraggo alla regola delle nuove nomine, invitando chiunque voglia unirsi a questo bell’hashtag (nel caso, dite che vi ho invitati io, eh!).

Ci vediamo settimana prossima con un nuovo appuntamento!

 

 

Il Racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai, part 7 (Finale)

“Quando vi ho visti in pausa ho capito che era tutto perso.”

“Si può perdere qualcosa che non si ha mai avuto?”

“Certo, ci ho scritto tutto un romanzo sopra.”

Scoppiai a ridere.

“Dovrei chiederti i diritti, allora.”

“Sì, infatti.”

“Mi dispiace, Mark. Per tutto.”

“Non devi.”

Mi alzai, si alzò anche lui.

“Aspetteresti ancora cinque minuti con me, tempo dell’ultima sigaretta?”

Non risposi nemmeno, mi appoggiai solo alla ringhiera accanto a lui, mirando il dolce nulla.

Avrei voluto dire tante altre cose. Dirgli che se tra noi non era successo nulla era per un motivo, che forse quella giusta, quella che avrebbe fatto diventare l’Amore facile anche per lui era lì da qualche parte, che guardava il buio della notte più profonda chiedendosi lui dove fosse. E allora va’, cercala, trovala. Farai il secondo passo, ti verrà naturale, come è venuto a Ector quella sera di fronte alla mia porta di casa. Perché lei non sono io. Io sono di qualcun altro.

Non dissi nulla, invece.

Gli augurai buonanotte e andai a dormire.

 

Era venerdì, noi saremmo rientrati in ufficio il lunedì.

Non sentivo Ector da due settimane. Crudele, lo so, ma avevo bisogno di capire, e finalmente avevo capito.

Vedemmo le luci di Los Angeles che era ormai il tramonto. Una luce arancione, prima dell’ennesima notte, si adagiava sulla città disegnandone i confini. Chiesi a Mark, che avrebbe riportato l’auto a noleggio, di lasciarmi da mia sorella. Volevo vedere mio nipote.

Quando parcheggiò, mi guardò per un attimo.

Aveva capito che non stavo per vedere Nelly.

“Vi auguro buona serata” mi disse solo, prima di aprirmi il bagagliaio.

Io gli diedi un bacio sulla guancia ispida. Un lungo unico bacio casto, da mettere con quelli immaginari nella scatola di Mark, ormai riposta in uno dei ripiani alti del mio armadio mentale.

Poi scesi.

Chiamai al volo un taxi, guardando l’orario.

Sperai che fosse in ritardo, che non avesse impegni, che rientrasse a casa prima di uscire.

Arrivai di fronte alla sua porta, la luce in casa era spenta.

Mi sedetti sulla mia valigia, in attesa.

I minuti furono lunghissimi. Pieni di pensieri orrendi.

Magari non torna. Magari torna ma con una donna. Magari torna e mi dice che sono stata una stronza a non farmi mai sentire e chi mi credo di essere. Magari mi dice che ha preso un abbaglio, che l’ha capito grazie alla distanza, ma che possiamo restare amici.

Quando lo vidi avvicinarsi, quasi mi scoppiò il cuore. Aveva il suo sguardo serio, quello di quando lavora. Stava guardando il cellulare, non mi vide subito.

All’imbocco del vialetto di accesso alla casa si fermò, alzò lo sguardo. Si illuminò nel suo sorriso di bambino di fronte all’albero di Natale.

“Ti sono mancato, quindi!”

Io balzai in piedi, corsi da lui, gli saltai al collo.

Mi lasciai cullare dalla sensazione della sua presa, prima di restituire il bacio alla porta che mi aveva donato qualche settimana prima.

“Sì, mi sei mancato.”

 

 

Grazie a tutti quelli che sono rimasti sintonizzati su questo lungo racconto fino al suo epilogo, che spero con tutto il cuore sia di vostro gradimento 🙂

 

Il racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai, part 6.

Il silenzio si riappropriò di noi come si era impossessato della notte. Il paesino in cui stavamo alloggiando, Bluff, era talmente piccolo da contare, forse, venti vie.

Era stato una stazione postale, delle vecchie corriere. Quelle delle carovane, dei film western. Uno dei mezzi, infatti, riposava ancora di fronte all’entrata, se così la si poteva chiamare, del paese per accogliere i visitatori.

Il cielo terso ci permetteva una visione privilegiata di quella meraviglia che sono le stelle, ormai troppo nascoste alla nostra vista di cittadini che amano la luce in ogni anfratto della città. E invece la notte è bella per il buio che annulla, che fa riflettere. Che ti permette di capire.

“Con lui è facile” dissi infine io.

Mark aveva appena acceso la terza sigaretta.

Non rispose.

“Non devo pensare cosa dire, cosa non dire. Non devo analizzare ogni suo movimento, non ce n’è bisogno.”

“Per questo non mi hai aspettato? Perché con me sarebbe stato difficile?”

“Mark, con te era così difficile che non sapevo nemmeno se ci sarebbe stato un noi.”

Tornò il silenzio, e la mia mente beffarda iniziò ad immaginarsi quello stesso posto, remoto e dimenticato, con Ector. Mi chiesi perché Luke si fosse ostinato a mandarmi con Mark.

 

Con mia sorpresa, Mark e John rientrarono il martedì dopo. Immaginatevi il mio sguardo nel vederlo di fronte a Ector, alla sua scrivania, mentre parlavano amabilmente.

“Ciao, Eve. Siamo tornati prima. Tutto bene?”

“Tutto bene? Tutto bene?!” avrei voluto urlargli.

Sei stato via un mese, senza mai farti sentire, e adesso mi chiedi se va tutto bene?

“Sì” risposi secca, “tutto bene. Tu?”

Lo scambio di battute laconico, a cui Ector stava assistendo suo malgrado, finì con l’arrivo di Luke, che portava la soluzione al problema dei posti. Io volevo solo andarmene, non vedere più né uno né l’altro. Ma il mio capo non fu di quell’avviso.

“Mark, vorrei che tu venissi di là, con me. Volevo darti questa notizia in privato, ma credo che non ti dispiaccia se lo dico di fronte a loro. Ti abbiamo scelto come nuovo capo redattore.”

Ector si profuse in congratulazioni di circostanza, a cui io mi unii a malapena.

“Quindi ragazzi per voi non cambia nulla, anche perché insieme lavorate molto bene” disse Luke prima di portarsi via Mark, che nel frattempo mi aveva lanciato un’occhiata.

Io tornai al mio posto e per tutto il giorno non guardai nemmeno Ector, che aveva provato tre volte, durante la mattina, a tirarmi i soliti calci che avevano iniziato a farmi ridere. Non mi chiese di andare in pausa e se ne andò alle diciassette, con tutte le consegne terminate.

Mark non lo avevo visto, ovviamente. Non era passato nemmeno un minuto.

Non avevo idea di cosa fare, cosa dire. Nelly al telefono si arrabbiò tantissimo, dicendomi che stavo trattando male Ector senza che avesse fatto nulla.

Aveva ragione.

La mattina dopo arrivai presto e potei lasciare, senza che lui se ne accorgesse, due brownies sulla sua scrivania. Sul fazzoletto avevo scritto: “Per la pausa”.

Ector sorrise, non appena li vide, ma non disse nulla. Era chiaro che spettava a me. Lui aveva già fatto il suo. Se davvero ci tenevo dovevo dimostrarlo.

“Allora, andiamo a mangiare questi brownies?” dissi alle undici, balzando in piedi.

“Solo perché ho fame” rispose lui sorridendo.

Mentre eravamo in pausa, nemmeno a farlo apposta, entrò Mark. Io stavo ridendo per un racconto di Ector, su lui e suo fratello che distruggevano il capanno degli attrezzi del padre.

“Ciao, Mark” lo salutò lui, appena lo vide.

Io e Mark ci salutammo brevemente, poi Ector iniziò a parlare con lui dell’articolo che aveva editato sulla Thailandia.

Li lasciai che discutevano di cose tecniche, da scrittori, che io non conoscevo.

Ector tornò alla scrivania svariati minuti dopo.

“Mark è proprio in gamba” mi disse, guardandomi di sottecchi.

“Sì, come scrittore è molto bravo” risposi io, senza aggiungere altro.

Vedevo le domande frullargli in testa, ma grazie al cielo si fermò dal farmele.

Poi, nel pomeriggio, Luke mi chiamò nel suo ufficio.

C’era anche Mark, che aveva occupato la piccola scrivania che prima si usava per le riunioni con pochi colleghi.

“Eve, siedi pure. Ti va un altro viaggetto? Piccolo, questa volta. Però d’effetto. Ci servono informazioni nuove sulla Monument Valley. Tu e Mark starete via un paio di settimane massimo. Ci stai?”

Mi girai verso Mark, che imperterrito guardava il monitor.

“Quando partiamo?”

“Tra due giorni.”

Quando lo dissi a Ector risposee solo che gli dispiaceva non essere stato scelto per questo viaggio, non ne aveva ancora fatti.

“Però Mark è il migliore, lo hai detto anche tu” terminò con una punta di amarezza, mentre indossava la giacca prima di andarsene.

Certo che Luke non aveva proprio capito niente di quello che era accaduto tra i suoi colleghi.

Il giorno dopo passò nel silenzio più assoluto. Ector si era ammutolito. Non ero abituata a non sentirlo ridere. Io, dal mio canto, ero troppo occupata a finire le altre consegne prima della partenza.

Arrivò sera in un lampo.

“Quindi, ci vediamo tra due settimane” disse lui.

“Sì. Ma passeranno in fretta, vedrai.”

“Torna presto” mi disse, lasciandomi un bacio sulla guancia.

 

 

NB: Settimana prossima la parte sette, l’ultima di questo lungo racconto 🙂

Il Racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai, part 5.

Ector provò in tutti i modi, i primi giorni, a creare una connessione. Prima di tutto, mi chiamava Eva. Era strano, eppure bello, sentire il mio nome pronunciato in modo corretto fuori dalle mura domestiche.

Quando si alzava per andare in pausa mi chiedeva sempre se volevo qualcosa e anche se gli dicevo no mi portava un bicchiere d’acqua, prendendo la scusa che riempiva anche il suo.

Le colleghe lo adoravano. La sua risata si sentiva a due uffici di distanza, ma quando si metteva a scrivere era veloce quanto Mark, solo che lui aveva un modo di digitare sulla tastiera più dolce. Invece di prendersela con i tasti, li accarezzava quasi fossero corde di un violino.

Era alto e stava sempre mezzo sdraiato sulla sedia, quindi i suoi piedi finivano sempre per toccare i miei. Io mi spostavo infastidita. Lui invece di chiedere scusa, sorrideva divertito. Quando sorrideva cambiava volto. Passava dall’essere estremamente serio a essere l’espressione stessa della felicità, con tanto di rughette intorno agli occhi.

Un giorno mi obbligò ad andare in pausa con lui.

“Se non ti alzi ti prendo in braccio!” mi disse appoggiandosi al divisorio. Io sbuffai, ma mi alzai comunque.

In pausa, mentre versava un po’ di quel caffè finto che avevamo in ufficio per entrambi, mi fece il quarto grado. Mi chiese della mia famiglia, dell’Italia. Ascoltò i miei racconti su Ricky, il mio nipotino.

Non riesco a ricordarmi una volta in cui Mark mi avesse chiesto qualcosa di me. Quello che sapeva era perché glielo avevo raccontato io. Ector invece faceva domande, e a distanza di giorni dimostrava di ricordarsi tutto, perfino gli appuntamenti più stupidi, come il dentista.

Durante la seconda settimana mi venne un mal di gola terribile per colpa dell’aria condizionata. Si era rotta e non era più regolabile. E io che ero sotto il bocchettone, dovevo stare in ufficio con la felpa. Accusai comunque il colpo e quasi non riuscivo a parlare, figuriamoci mangiare qualcosa. Ector a pranzo uscì a comprarmi del gelato, senza che gli chiedessi nulla. Mark, posso giocarmici la mano destra, non avrebbe mai fatto una cosa del genere.

Le pause caffè insieme erano diventate un’abitudine, intanto Ector aveva provato più volte, in modo velato, a propormi di uscire. Mi parlava di un film che voleva vedere, di una mostra, di un nuovo ristorante vicino la spiaggia.

Io facevo la gnorri. Aspettando cosa, non lo so. Altri segni divini?

Può essere, perché la Divina Provvidenza decise di mettersi nel mezzo, e darmi una mano.

Eravamo alla quarta settimana. La mia testa stava scoppiando. Mark sarebbe tornato a breve. A quel punto mi avrebbero spostata sicuramente nell’altro ufficio. Non avrei più sentito il ticchettare furioso di lui o i calci di Ector. E cosa sarebbe successo? Che avrei fatto? Dubbi che si affastellavano l’uno sull’altro, inventando come sempre scenari assurdi di cui parlavo solo a Nelly, che povera allattava il pupo e dunque non poteva scappare.

“Eva, deciditi. Non è difficile come ti sembra. Quello giusto è quello che ti fa sorridere mentre sei da sola e pensi a lui.”

Maledetta mia sorella, che con cinque anni in meno era comunque più saggia di me, e maledetto il mio capo, quel venerdì sera.

Mancava pochissimo all’orario di uscita, io dovevo andare a cena con due amiche. Luke arrivò tutto trafelato.

“Ragazzi, sono desolato ma ho bisogno di voi. Il capo vuole che per domani escano due pezzi di anticipazioni sulla Thailandia. Mark e John hanno già caricato su One Drive il materiale, ma è da sistemare e impaginare. Mi dispiace dirvelo ora, so che è tardissimo, ma è davvero importante.”

Ector rispose che non era un problema, e il suo sorriso verso di me mi fece rispondere la stessa cosa.

Lui aveva finito, dopo circa un’ora, mentre io ero in alto mare. Le fotografie erano sistemate, John era un professionista coi fiocchi e le modifiche erano state minime, ma l’impaginazione mi stava facendo impazzire.

Avrebbe potuto andarsene, uscire per il suo venerdì, invece attese paziente con la sedia accanto la mia, per provare ad aiutarmi nonostante non ci capisse nulla.

Alle otto avevo terminato ma la cena con le amiche era bella che saltata.

“Senti, c’è una taqueria fantastica su Ocean Drive. Ti va di accompagnarmi? Ho una fame da lupo!” disse lui, mentre si alzava stiracchiandosi.

Non potevo tirarmi indietro, far finta di avere altri impegni. Lui era stato lì apposta per me, era il minimo che potessi fare. E poi, non volevo dire di no.

“Certo, volentieri.”

Passammo la cena a ridere e scherzare. Lui aveva provato a farmi leggere tutto il menù in spagnolo e aveva riso come un matto per la mia pronuncia, che io peraltro pensavo fosse buona. Io allora avevo fatto l’offesa, lui mi aveva comprato un gelato.

Era tutto allegro, spensierato. E facile. Con Mark mai niente era stato facile. Capii quello che intendeva Nelly, che l’amore non è elucubrazioni complicate. È una cena ad un tavolino di fronte a una taqueria mentre si ride.

Si fece tardi, senza che ce ne accorgessimo.

“Mi aspetti mentre chiamo un taxi?” gli chiesi.

“Un taxi? Perché dovresti pagare qualcuno quando io posso accompagnarti gratis?”

“Non voglio farti fare mezza città!”

“Ma figurati. Andiamo.”

Senza accettare altre rimostranze Ector si rimise alla guida. Ormai senza forze dopo la giornata, restammo in silenzio. Potei ammirare il volto affilato, le dita lunghe appoggiate al volante. Iniziai a sorridere e dovetti voltarmi verso il mio finestrino.

Infine, parcheggiò di fronte a casa mia.

“Ti accompagno alla porta” disse.

“Addirittura! Penso di riuscire a fare venti passi da sola!”

“Lo so, ma io sono un cavaliere.”

Sbuffai ma lo lasciai fare. Arrivammo di fronte alla porta. Io avevo già le chiavi in mano.

“È stata davvero una bella serata. Ti ringrazio tanto” dissi.

Era un bel pezzo che non mi trovavo più di fronte alla situazione porta. Come si gestiva?

Ci pensò lui, che era più pragmatico e meno cervelloide.

Fece un passo verso di me, mi guardò per un secondo. Poi, invece di desistere, invece di non completare quel secondo passo, mi baciò.

“Buonanotte, Eva” mi disse prima di andarsene.

Il Racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai. Part 4.

I giorni in ufficio senza Mark sembravano eterni. Sistemavo le fotografie. Dimensioni, pixel, esposizione. Tutto mi sembrava così vuoto rispetto a quando le fotografie le avevo scattate, ascoltando le urla dei fruttivendoli che attiravano le signore con la bontà delle loro pesche.

Ogni scatto era un’emozione, un ricordo, un profumo. Di solito, unito al suo.

John, il fotografo, era sposato con Linda, una delle impiegate dell’amministrazione. La donna mostrava a tutti, in pausa caffè, le fotografie mandatele dal marito e una volta era riuscita a chiamarlo mettendolo in vivavoce, perché lo salutassimo tutti.

Dunque non erano stati fagocitati da qualche enorme elefante. Erano vivi, stavano bene e avevano modo di interfacciarsi con il mondo. Era Mark che aveva scelto di non farsi sentire.

Mi sentivo depressa, triste. Era passata solo una settimana dalla sua partenza, ne mancavano cinque al suo ritorno, e io già non ce la facevo più.

Lavoravo con le cuffie tutto il tempo per provare a concentrarmi ulteriormente. Non sentii quindi il mio capo che mi chiamava finché non mi picchiettò sulla spalla.

“Evie, scusa se ti disturbo. Vorrei presentarti una persona. Lui è Ector, è uno dei nostri nuovi redattori. Finché non riorganizziamo gli spazi starà qui di fronte a te.”

“Ma questa è la scrivania di Mark” risposi senza nemmeno pensare a quanto fossi stata stupida a dire una cosa del genere proprio al capo.

“Certo, ma è libera per un mese. Così intanto pensiamo a come riorganizzare i posti. Tu stessa dovresti stare nell’altro ufficio.”

Annuii incerta mentre Luke si girava verso il ragazzo che gli stava di fianco. Io rimisi le cuffie e alzai il volume. Non volevo saperne niente di lui e solo il pensiero che avrebbe usurpato, anche se per poco, la scrivania di Mark mi faceva andare su tutte le furie.

I due si spostarono alla scrivania, dove Luke si mise a impostargli l’account del computer. Sentii su di me lo sguardo dell’usurpatore ma mi sforzai di non alzare mai la testa.

Guardai solo il mio capo per salutarlo quando tornò nel suo ufficio, lasciandomi sola.

L’usurpatore doveva essere lì pronto perché appena alzai il volto, per andare in pausa, lui mi offrì la mano.

“Piacere, sono Ector.”

Il ragazzo era moro, con gli occhi più neri che avessi mai visto. Era più alto di Mark, perché dal divisorio vedevo quasi tutta la testa. Indossava una camicia di jeans che aveva tirato sugli avambracci.

“Evie. Sarebbe Eva, sono mezza italiana, ma tanto nessuno lo dice mai corretto.”

“Io sono mezzo spagnolo, non ho problemi a dire Eva. Vuoi che ti chiami così?”

Non gli risposi, feci spallucce e me ne andai.

 

“Non puoi dirmi che il problema è questo adesso. Non trovi? Il problema è che qualcosa tra me e te non ha funzionato. E io, per quanto mi sforzi, non riesco a capire cosa.”

Mark provò a sistemarsi una ciocca di capelli sfuggita. Li avevo sempre adorati, i suoi capelli. Quel mezzo lungo, abbastanza da essere tirati indietro. Non ero mai riuscita a sfiorarglieli nemmeno per caso. Colta da un qualche impeto, che potremmo chiamare tanto ormai che cambia, mi misi sulle ginocchia per raggiungerlo e gliela sistemai io.

“Grazie” disse solo lui.

Si accese un’altra sigaretta e me la porse dopo il primo tiro.

“Ero spaventato.”

“Di cosa?”

“Di tutto. Che tu mi dicessi di sì, che tu mi dicessi di no.”

“Aspettavi che facessi qualcosa io?”

“No, non è questo. So che spettava a me. Non ti rimprovero nulla. Ero spaventato.”

“Tu? Spaventato? Che vivi da solo da quando hai diciotto anni? Tu che non hai bisogno di nessuno eri spaventato?”

“Hai colto nel segno. Temevo di aver bisogno di te. Temevo di essermi innamorato, di ferirti perché non so stare con le persone. Che tu mi ferissi perché non so stare con le persone.”

Avrei voluto questa dichiarazione a Perugia? Avrei voluto sentirmi dire quelle parole, allora?

Sì. Gli avrei preso la mano e gli avrei risposto che avevo paura anche io, che è normale. Che avremmo affrontato tutto insieme. Che avremmo fatto combaciare le nostre differenze come in un puzzle. Che ci saremmo insegnati le cose a vicenda.

Però era vero, Mark aveva ragione. Adesso non aveva più senso, e me lo stava facendo capire lui, come sempre.

Il Racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai, part 3.

Una volta tornati a casa, dopo tre mesi passati insieme, fu come se in Italia non ci fossimo nemmeno mai stati. Sedevamo sempre uno di fronte all’altra, ma Mark aveva lo sguardo incollato alla tastiera. Batteva furibondo su quei tasti, come a far espiare loro la colpa di una sua qualche frustrazione. Mi chiedevo tutti i giorni cosa fare, cosa dirgli. Non feci nulla. Non volevo essere io a fare il primo passo. Sì, lo so. Siamo negli anni duemila. Ma a me era già capitato almeno tre volte di provarci con qualcuno e di trovarmi la porta chiusa. L’ultima appena un anno prima. Non avevo davvero la benché minima voglia che mi ricapitasse. Di sentire quello stupido: “Mi spiace, tu sei fantastica, ma io…”

Ma io che? Che poi quel ma io è una finta e lo sappiamo benissimo tutti. È l’altra persona che non ti piace, altrimenti non ci sarebbe nessun ma io da dire.

Non volevo che quelle frasi insensate arrivassero da lui. Perché non le avrebbe condite da inutili giri di parole. Sarebbe stato diretto, quasi meschino, con quel suo modo di parlare e di scrivere senza ruffianerie. Mi aveva detto che lo aveva letto una volta, in un libro, che chi scrive non può farlo in modo ruffiano, e da allora aveva assunto quell’affermazione come dictat.

Le colleghe in redazione mi avevano pressata fino allo sfinimento.

“Sei riuscita a piegare il bel Mark, almeno tu?” chiedevano con quel sorriso malizioso sul volto.

Io sorridevo triste e scuotevo la testa mentre ascoltavo le loro risate e i loro commenti di risposta, non sapendo più a quel punto se la colpa fosse sua, o mia.

Un paio di settimane più tardi il capo ci propose, ancora in coppia, una nuova offerta di viaggio. Mi venne da piangere mentre me ne parlava.

La Thailandia.

Un mese in quella terra esotica, calda e accogliente.

E io dovetti rifiutare. Mia sorella Nelly stava per avere il suo primo bambino, era a pochissimo dal termine. Non avevo intenzione di perdermi la nascita del mio primo nipote e soprattutto di non essere presente per la mia sorellina i primi giorni dopo il parto. Non potevo lasciarla da sola.

Mark partì poco dopo, la mia unica consolazione fu vedergli associato John come compagno, uno dei fotografi più anziani della rivista.

Prima di partire mi disse solo: “Torno presto.”

 

“Ti avevo detto che sarei tornato.”

Quelle parole, dette dietro alla sigaretta, alle due del mattino, suonarono come un’accusa.

Certo, grazie tante. Adesso era mia, la colpa? Io che non avevo nemmeno fatto niente?

“Cosa avrei dovuto intendere da due parole, Mark? Due parole seguite a settimane di mutismo. Non puoi usare il tuo ermetismo come unico modo di affrontare il mondo e soprattutto non puoi pretendere che lo faccia anche io. Da quel giorno a Perugia fino a quando sei partito mi avrai detto sì e no solo buongiorno. Lo sai che le ragazze pensavano che fossimo stati insieme e ci fossimo lasciati? Perché altrimenti un trattamento di quel tipo non si spiegava.”

“Lo so.”

“E io che sapevo che non era così, che non era successo nulla che potesse giustificare la tua mancanza di considerazione nei miei confronti, cosa dovevo pensare?”

“Lo so.”

“Lo sai.”

Mark si sedette di fronte a me. La sua gamba destra sfiorò la mia. Mi colse un brivido, figlio di vecchie abitudini.

“Non è vero che non ti consideravo, anzi.”

Mi portai le mani al volto e scossi la testa.

“Tutto questo non ha senso.”

Lui, incredibilmente, rise. I piccoli butte di fronte a noi mi restituirono una versione ampliata della sua risata.

“Adesso non ha più senso, è vero.”

“Cosa vorresti che ti dicessi, quindi?”

“Solo perché non mi hai aspettato.”

 

 

Sotto la categoria RaccontAmi trovate i primi due episodi di questo racconto, nel caso ve li foste persi!