Perfette.

Io non voglio che voi siate perfette. Non è per questo che vi sto istruendo. Voglio che abbiate la forza di lottare, di trovare la vostra strada, come io ho trovato la mia.

 

 

E s non ne sarò in grado? Se finirò come tutte le altre? Chiesi.

 

Impossibile. Tu sei una guerriera. Fai parte della mia stessa tribù.

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La casa della Vecchia.

La casa della Vecchia era l’ultima, sulla strada scoscesa che portava al mare. D’estate i bambini facevano a gara a chi arrivava prima in fondo, mentre sfrecciavano con la bici senza tenere i piedi sui pedali. Alla Vecchia non davano troppo fastidio. Le femmine del resto sarebbero passate da lei, prima o poi.

Le mura della casa erano spesse, in muratura non rifinita. Dentro si creava quel freddo sacrale delle chiese, delle grotte e dei luoghi mistici.

Tante le donne passate da lei. A tutte, comunque, insegnava a farsi le trecce alla vichinga. Era convinta che fossimo in guerra. Non lo capivo. Adesso invece sì.

Una lotta feroce e continua. Contro il mondo, contro i nostri uomini e contro i nostri figli. Contro noi stesse nelle battaglie più atroci, quelle che lasciano le ferite peggiori.

Ci siamo riviste al molo, dopo che ci eri passata anche tu. La treccia sul lato del capo, io a destra tu a sinistra, ne era la prova.

“Tu cosa devi fare?”

“Non lo so. Tu?”

“Nemmeno io.”

Io guardavo il faro, tu la prima stella della sera.

 

 

Se sapessi.

Se sapessi, Luna, che sono sola anche io, come te. Se tu lo sapessi, forse mi ascolteresti, forse ascolteresti tutte noi.

Se sapessi che ci sentiamo, come te, piene, poi vuote. Che a volte di noi non resta che una falce.

Ci insegni che tutto è ciclico. Ce ne proviamo a ricordare mentre ci teniamo per mano. Il mio respiro è quello delle mie sorelle.

Preghiamo.

 

Il Faro

La strada per raggiungere il faro è impervia. Mangiata dai rovi di mare, bassi e robusti, con i rami seccati dal sole taglienti come rasoi.

La affronto sola, a piedi scalzi, in un rito di iniziazione che forse nessun altro ha mai fatto.

Alla mia sinistra, il mare sciaborda. Non lo vedo, ammantato com’è dell’Oscurità della notte. Mi terrorizza, e mi placa, con la sua presenza.

La leggenda del Guardiano del Faro, raccontatami da una vecchia che intesseva reti da pesca, mi risuona ancora nella testa.

Una specie di genio, che realizza i tuoi sogni.

E io non so nemmeno se c’è.

il faro

 

Ti vedo.

Ti vedo.
Stai per prendere un treno. Indossi un vestito chiaro. Azzurro, forse. Hai con te solo un borsone. Bombato, stracolmo. Il piccolo sta in braccio, la più grande ti resta vicina vicina, tenendoti stretto un lembo della gonna. Non è abituata alla fiumana di gente che scende dai treni. Guarda le persone che si muovono svelte con tanto d’occhi, silenziosa. Si chiede che fanno.
“Stai accanto alla mamma, o rischi di perderti” le hai detto mentre guardi il tabellone. E lei non vuole perdersi in quel posto che non conosce, nossignore.
Tu provi a capirci qualcosa, tra lo scorrere di numeri e codici e binari. Alla fine, trovi quello che ti interessa. Vi dirigete verso la parte est della stazione. “Dove partono e arrivano i treni, cucciola”.
Aspettate, immobili. Tre statue astanti. Il piccolo ride a chiunque lo guardi, mentre si ciuccia beato le dita della mano.
Tu continui a guardarti alle spalle. Avvicini il borsone, che hai poggiato per terra nell’attesa, e dai una carezza ai capelli oro di tua figlia.
“Andiamo in un bel posto, mamma?”
“Sì, amore.”
Il treno arriva. Salite. Prendete posto in una carrozza vuota. Non sai quanto tempo ci vorrà. Parte dopo poco, in breve siete fuori città. Di fianco a voi iniziano a scorrere campi bruni e verdi.
“Ti piacerebbe stare in campagna, piccola?”

Ecco nato il mio libro: Immortal!!!

Il momento è arrivato.
Finalmente, dopo lunghi mesi di attesa… dopo gioia, sofferenza, momenti di euforia seguiti dal buio più totale…. è venuto alla luce il mio libro.
Immortal è stato scritto in sette anni, iniziato e arrivato a oltre la metà nel 2007 e finito nel 2014, quando era giunta l’ora di portarlo a compimento.
Sono terribilmente orgogliosa, terribilmente terrorizzata, terribilmente sopraffatta da tutto questo.

Ecco, il mio adorato bambino di carta:

immortal_copertina

QUARTA DI COPERTINA

Firenze, dicembre 1999.
Due giovani amanti immortali, Sally e William, trascorrono le loro notti a caccia di vittime ignare e i pomeriggi tra shopping e passeggiate lungo l’Arno. A interrompere una serena e appagante routine arriva la convocazione dell’anziano Cesar, capo della congrega dei vampiri. Al raduno, a cui convergono molte creature della notte, egli spiega che è necessaria una trasferta a New York per combattere compatti contro la setta delle Streghe Arcane, acerrime e pericolose nemiche dei vampiri. Le Arcane, secondo un rapporto ritenuto affidabile, hanno trovato un antico manufatto capace di rivelarsi un’arma micidiale.
Poco convinti della situazione Sally e William vorrebbero rifiutarsi di andare ma le leggi della congregazione non ammettono disubbidienza a un Anziano. Pertanto, dopo pochi giorni fervono i preparativi per la partenza.
Sally, tuttavia, è turbata da confusi ricordi di un passato che non riesce ad afferrare completamente.
Ricordi che William ha sì cancellato nel momento in cui l’ha trasformata quasi duecento anni prima combattendo per lei contro tre giovani streghe, ricordi però che nonostante tutto cercano di riemergere dalle nebbie della memoria di Sally.

Che dire… Se il genere vi piace, se il genere non vi piace e volete solo denigrarlo, se non avete niente da fare… Compratevelo, e aiutate una povera piccola fiammiferaia che niente ha se non il suo libro.

Link: Immortal-Giovane Holden Editore

Immortal- IBS

Storia inventata di una donna vera.

Prologo: mi capita spesso di essere affascinata da persone che vedo, mentre sto guidando. Ogni tanto incrocio una donna, che attraversa la strada. Ha i fianchi stretti ma un sedere largo. Eppure il suo incedere è ipnotico.

Questa è la sua vera storia, inventata.

“Rientro a casa adesso. Giro la chiave nella toppa, lancio la valigetta sul divano crema. Tutto è troppo color crema in questo appartamento, ma non posso farci nulla. Non voglio farci nulla. Pensare di mettere la plastica sui mobili, spostare tutto, chiamare qualcuno per darmi una mano, sistemare una casa sottosopra… mi mette un’enorme fatica. E io sono già abbastanza stanca.

Elyon, il mio persiano, non si alza nemmeno per salutarmi. Crema anche lui. Lo guardo e penso che un giorno o l’altro prenderò un bel Rottweiler nero, nerissimo, per fargli prendere un colpo. Lascito del mio ex, il gatto me lo tengo solo perché non sopporto l’idea di mettere annunci, cercare qualcuno che se lo prenda e parlare con gattofile che non conosco.

Prima della cena, qualcosa di già pronto solo da riscaldare, devo leggere i temi della 5C. Fare l’insegnante, più di tutto, mi sfianca. Diventa ogni anno più difficile relazionarsi con i ragazzini. Non sopporto i loro modi di dire, di vestire. I maschi sembrano tutti rincretiniti e le ragazze… beh. Penso che alcune di loro potrebbero avere una vita sessuale più attiva della mia tra pochissimi anni. Se non già adesso. Non mi rispettano, non mi hanno mai rispettata. Sarà per il mio tono di voce, sempre basso, e il mio aspetto. Già, perché l’aspetto è tutto ormai. Lavoro in quella scuola da vent’anni, e ieri ho saputo che è stato concesso un aumento a una collega che lavora con noi solo da dieci. Magra e con un bel davanzale. Non mi importa che sia la preferita degli alunni, che con lei nessuno si alza mai e che hanno tutti volti molto alti. Non smetterò mai di pensare che è stata scelta solo perché ha le tette che le arrivano alla gola e il sorriso sempre pronto.

Leggo venti temi uno più deprimente dell’altro. Privi di contenuti. Metto quattro, cinque e due sette. Le due fortunate sono due gemelle, le mosche bianche della classe. Non vanno molto di moda, tra i loro compagni. Sono un po’ emarginate.

Mangio veloce e, alla fine, ho la mia vittoria.

“Alyzar, devi darmi la rivincita per il regno che mi hai sottratto ieri sera, maga imbrogliona!”.

E, finalmente, sono viva.