Recensioni Libri: Che sia anche la notte, Lisa Luzzi

Che sia anche la notte

Ultimamente, noi blogger siamo vittime di un’ondata di malcostume.

Le richieste di recensione/segnalazione arrivano senza nemmeno un grazie, senza un fammi sapere, senza l’interesse a uno scambio reciproco (che è quello che dovrebbe essere considerando che, vogliate ricordarlo, non siamo retribuite).

Mi è capitato di scrivere mail chilometriche a giovani scrittori con qualche dritta senza ricevere nemmeno un grazie di risposta (notizia flash, anche io ho il mio bel da fare! “Scusa, avevo tanto da fare” non si dice a chi ti sta facendo un favore), o di ricevere mail impersonali da scrittori che non sanno nemmeno come mi chiamo.

Tutta questa intro per dire che: Lisa è diversa.

Mi ha colpita immediatamente il suo modo educato e gentile di porsi. Infatti, dopo essermi ripromessa per l’ennesima volta “fanculo, io non recensisco più nessuno”, ecco che arriva lei a ricordarmi quanta gente perbene ci sia in giro. Di scrittori pochi, ma eccone una.

Accetto allora la sua richiesta di recensione e in brevissimo mi arriva un bel libricino, con dedica e segnalibro.

E, ragazzi, io del libricino mi sono innamorata tipo a pagina due.

  • La trama

La storia è la narrazione molto intimistica che fa Alis, una giovane universitaria, che si sente schiacciata dalla sua vita e da i suoi studi. Unica consolazione, le donne che la circondano e che le infondono forza, nonostante la perdita causata dalla crescita di alcune di loro.

Ma, più di tutto, è il racconto dell’incontro con , ragazzo con il quale Alis intavola una relazione esclusivamente telefonica all’inizio (il perché, ve lo lascio scoprire da soli).

Proprio l’assenza di fisicità rende la relazione ancora più densa perché esclusivamente celebrale. Il sentimento che prova Alis è totalizzante e annichilente, come spesso capita nelle relazioni.

La sua continua ricerca del suo Io, della sua voce, in questa notte che sembra non lasciarla, è la colonna sonora del romanzo (a proposito di colonna sonora, ci pensa l’autrice stessa, regalandoci per ogni macro capitolo delle citazioni musicali. Le ho amate tutte).

Ma, alla fine, l’alba giunge sempre.

 

  • Cosa mi ha lasciato questo romanzo

Il racconto, come dicevo, mi ha preso fin dall’inizio. Saranno state le frasi nette e brevi che mi piacciono tanto, lo stile un po’ poetico, e il riportarmi, anche solo per un breve capitolo, nella mia amata Londra, la casina che tanto mi manca. Con Alis sono entrata in contatto subito, soprattutto per un tratto in comune: il circondarsi di altre donne.

Sono una donna che ama le altre donne, e non è una frase scontata. In un mondo di invidie, dove siamo noi il peggior nemico di noi stesse, è importante e anzi necessario spalleggiare le altre. Cazzo, gli uomini lo fanno da una vita. Perché noi no? A me, per fortuna, è sempre capitato di avere molte amiche, sarà perché sono cresciuta con un trilione di zie e cugine da aggiungere a Madreh e Sister, sarà perché mi viene proprio naturale. Quindi questo aspetto di Alis, il suo rifugiarsi nelle parole e nei gesti delle altre per dipanare i suoi dubbi, mi è molto caro.

 

  • Da leggere ascoltando

Come vi dicevo, ci ha già pensato Lisa alla colonna sonora, davvero bella e tutta rockeggiante (quindi, moooolto nelle mie corde), mi sento però di fare questa piccola aggiunta: Love Lost, dei Temper trap.

Spero che a Lisa piaccia e la trovi azzeccata.

 

Per ultimo, il link all’acquisto, ricordandovi che una manina alle CE piccole e indipendenti è sempre una buona azione:

https://www.libreriauniversitaria.it/sia-anche-notte-luzzi-lisa/libro/9788872742532

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Look Left Memories: Il nome della Reflex.

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Nel mio nuovo libro, Look Left, la fotografia gioca un ruolo importantissimo. Pedro è un fotografo ed è proprio grazie a questo che lui e Livia faranno il patto di collaborazione.

La sua reflex si chiama Olga. Ma… perché?

Mi è sempre piaciuta la fotografia, fin da piccola. Certo, è sempre stata solo un hobby. La mia espressione artistica è, e rimane, la scrittura. Però catturare le immagini è un po’ come scrivere, è vedere storie dappertutto.

E un oggetto così importante, che ti permette di catturare un momento e tenerlo per sempre, non può non avere un nome.

Grazie (o per colpa) mia, la Reflex di una delle mie migliori amiche è stata ribattezzata Giacomino.

Eravamo a Parigi, di fronte a una qualche chiesa di San Giacomo, e io ho iniziato a fare la turista scema, che parlava con un accento improponibile, continuando a dire Giacomino, Giacomino. E Giacomino è rimasto!

La mia di Reflex, invece, si chiama Fosca. Sempre nome scelto con le mie amiche, quelle fuori di melone. Stavamo guardando il film di Verdone sui matrimoni (ora purtroppo mi sfugge il titolo. Ma è quello di Lo famo strano, impossibile da confondere!) e il nostro personaggio preferito era quello di Fosca, interpretato dalla Pivetti. Mai amore fu così fulgido, tanto da omaggiarlo con il nome della mia amata macchina fotografica.

Quella di Pedro, invece, si chiama Olga. Come la Reflex di un carissimo amico, colui che per primo mi ha insegnato come impugnarla, come impostarla. L’apertura focale, il tempo di scatto, l’esposizione…

Eravamo a Monaco di Baviera. Fosca era appena arrivata in casa Crotta-Napolitano, in vista del mega viaggione coast to coast che avremmo fatto quell’estate. E non si fa un viaggio così senza una macchina fotografica come si deve. Ma non si parte nemmeno in automatico, senza saperla impostare. Così, per tutta una vacanza (la più gelida della mia vita, faceva un freddo cane) Fabio mi ha illustrato, con la pazienza che lo contraddistingue, come usare Fosca. Da allora, sono passati tre anni, ne sono passati di scatti. Alcuni trascurabili, alcuni buoni, alcuni (secondo il mio modestissimo parere) meravigliosi.

La parete delle fotografie di Pedro, descritta nel mio libro, porta degli omaggi proprio a queste fotografie. Non solo mie, ma anche dei due fotografi che mi hanno ispirata di più. Fabio, appunto, e Alessandra.

Se anche voi amate la fotografia, non vi resta che scoprirle nel mio libro, e provare a immaginarle:

https://bookabook.it/libri/look-left/

Il Racconto del mercoledì: Posto per quattro, pt 2.

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Ci eravamo date appuntamento all’Alkimia. Anche se adesso al suo posto c’era il My Fair, per noi quel locale restava l’Alkimia. Un tempo un postaccio dove fumare narghilè sedute su enormi cuscini, uscivi sempre che puzzavi di fritto. Ma a noi piaceva, la luce era soffusa e la musica alta, potevi fare e dire quello che volevi. E facevano bene il mojito.  Adesso si era trasformato in un lounge soft cocktail bar, con i divanetti bianchi e la musica da sala. Decisamente troppo in per noi, ma dell’Alkimia aveva conservato l’enorme parcheggio e le nostre vetture erano belle ingombranti.

Arrivammo ognuna da un lato diverso dell’entrata, così che ci fermammo a croce, con i musi delle auto uno di fronte all’altro.

Aprimmo le portiere, teatralmente.

Una volta scese, restammo ferme vari minuti a guardarci negli occhi, come pistoleri pronti a un duello.

Sì, eravamo noi.

Sì, eravamo di nuovo insieme.

A quel punto, partirono all’unisono urletti da donna così alti che solo i cani possono percepire.

Non sapevamo chi abbracciare prima. Ci tiravamo, stringevamo, squadravamo per capire che niente d’importante fosse cambiato.

Io avevo svariati tatuaggi in più, A. i capelli molto corti, S. era biondo platino, M. aveva i lobi pieni di orecchini e i ricci lunghissimi erano porpora.

Mezzo lounge era all’enorme vetrata per vedere le quattro tipe ferme al parcheggio a piangere e abbracciarsi, dimentichi della finezza che richiede un posto come quello.

In tutta risposta, noi ci prendemmo a braccetto ed entrammo.

Il nostro tavolo era in mezzo alla sala. Non fu una scelta azzeccata per i proprietari, perché continuavamo a parlarci una sopra l’altra, a chiedere e ridere e abbracciarci. Ci guardavano tutti.

Ci calmammo solo quando arrivò da bere,  iniziando quindi una conversazione più civile. Nonostante fossimo state così lontane per così tanto tempo era come non essersi mai lasciate. Non era cambiato niente. Certo, eravamo donne adulte ormai, ma la nostra vera essenza era nascosta sotto la borsa firmata e le scarpe con il tacco.

S.spifferò qualche segreto dei suoi clienti, senza mai fare nomi da vera professionista. Poi A. ci diede inviti della sua nuova mostra fotografica, a tema il fuoco.

Questa cosa ci fece scoppiare a ridere.

“Nelle fotografie hai incluso quella di quando hai provato a bruciarmi una tovaglia perché facevi la scema con un tovagliolo e la candela?” le dissi prima di lasciare che il racconto proseguisse. M. raccontò del nuovo allestimento di una casa di registrazione K-pop che le aveva da poco commissionata gli interni. Non avrebbe dormito per mesi, ma c’era abituata. Io infine feci leggere alle ragazze il mio ultimo articolo.

Quando si passò all’amore, i bicchieri sul tavolo crebbero esponenzialmente. Io e S.eravamo in relazioni stabili e durature, A. si era spostata da un anno – cosa che ci aveva lasciate a bocca aperta, lei era sempre stata anti matrimonio-, M. invece saltava libera da una relazione all’altra. Nel suo immaginario si era sempre vista accasata, ma aveva cambiato idea al quarto fidanzato.

Eravamo tutte sui trenta, quindi il toto bambino divenne molto presto l’argomento principale. Loro puntavano su di me, monogama convinta da ormai dodici anni. Io invece sui neo sposi.

A.interruppe tutte quante: “Basta con questi discorsi di bambini, non ne posso più. S., fumi ancora?”

“Non più, Jose mi ha obbligata a smettere. Ma ti faccio compagnia” rispose S., alzandosi e uscendo con A.

Ebbi finalmente il tempo di abbracciare M. senza che le altre due ci separassero per prendersi un braccio a testa.

Sentire il suo: “Come va?” restituì senso a tutta quella lontananza. Lei era una delle poche persone al mondo che faceva quella domanda volendo davvero sentire la risposta.

Passarono cinque minuti, poi dieci. S. e A. erano ancora accanto alla roulotte che parlavano concitate, S. gesticolando come al solito. Le vedevamo bene.

M.allora mi disse: “Sai una cosa che ho sempre voluto fare?”

La guardai, mentre si metteva in spalla la borsa di S.e passava a me quella di A.

“Prendi anche la tua e alzati” finì.

“No, tesoro. Ti prego. Non vorrai…”

“In Corea sono tutti troppo educati. Mi sono stufata” rispose.

Lei iniziò ad allontanarsi verso l’uscita, fischiettando con nonchalance. Peccato che questo aveva attirato l’attenzione del barista.

La seguì all’uscita, tempo dieci secondi il proprietario ci stava correndo dietro.

“Signore, il conto! Signore!”

“Signore a chi? Maleducato!” gli urlò M. girandosi e facendogli un gestaccio poco carino.

La dovetti prendere per un braccio e tirarla, mentre A. e S. saltavano sulla roulotte spaventate.

“Metti in moto” urlò M. a S.

E io a lei: “Corri, tesoro. Corri!”

 

 

Avevamo parcheggiato lontano, ma M. aveva fretta e non potevo perdere tempo a cercare un posto più vicino.

Lei aveva afferrato il suo borsone, io il bagaglio a mano.

Ci eravamo fatte il pezzo fino all’entrata correndo come muli impazziti. Il gate avrebbe chiuso in pochi minuti e doveva ancora passare i controlli.

“Corri, tesoro. Corri!”

Una volta dentro, ci fu solo un secondo per guardarci. Stava partendo davvero. Ce l’aveva fatta.

Le diedi un bacio sulla fronte: “Spacca tutto”.

Poi mi ero girata e me n’ero andata, così anche lei. Mi girai solo un attimo prima di vedere i suoi ricci sparire tra la gente, come Orfeo e Euridice.

Stava andando in Corea.

Ci aveva messo quasi un anno a decidersi, tra rinvii e rimorsi.

Il problema è che non aveva mai voluto lasciare la sua famiglia. Anche dopo la laurea, aveva deciso di non partire per restare con loro.

Sua sorella gemella doveva finire un master e aveva bisogno di lei. I suoi genitori avevano bisogno di lei.

Aveva rifiutato varie proposte di lavoro, tenendo in stand by solo quella della Corea perché aveva più tempo per confermare. Se la risposta fosse stata in un paio di giorni, come per gli altri posti di lavoro, avrebbe perso anche quell’opportunità.

“Non posso lasciare adesso la mia famiglia” diceva a noi e a sé stessa.

Poi, sua sorella aveva accettato senza chiedere niente a nessuno un posto di lavoro in Giappone ottenuto con un progetto di design che avevano pensato insieme.

A quel punto, avevo chiamato S. e A.

A.si era occupata di chiamare il datore di lavoro della Corea e confermargli che M. sarebbe arrivata. S. le aveva preso il biglietto e io ero andata a casa sua a obbligarla a fare le valigie.

Alla fine, su quel volo ce l’avevamo messa.

A Seul la stava aspettando un ristorante da allestire da capo.

Si era trovata bene in un attimo, la sua esuberanza vinceva la timidezza asiatica. Il cibo le piaceva e l’alloggio al quartiere americano rendeva tutto più divertente. Ci mandava un sacco di fotografie con giovani broker statunitensi.

I suoi preferiti però erano i coreani. Andava da sempre pazza per la loro musica pop, cosa che noi invece odiavamo perché in macchina aveva solo quella e la sparava a tutto volume.

Il ristorante era stato commissionato in stile italiano. Lei, invece di fare le solite pacchianate concepite solo all’estero, preferì un design pulito. L’Italia si vedeva nelle fotografie di Roma e Firenze scattate da A., e nelle citazioni dei grandi poeti che avevo scelto io.

Fu all’inaugurazione che incontrò il suo primo ragazzo. Lui era un giovane architetto di Seul, cinque anni in meno di noi, che aveva vinto la sua timidezza per avvicinare l’occidentale.

“Passa tutto il tempo a toccarmi i riccioli, sono una rarità qui” civettava lei durante le nostre telefonate di gruppo.

Al ristorante ne seguì un altro, poi una mostra, poi un bar. Tutto andava a gonfie vele.

Lei e Eunji erano una bella coppia. Avevano trovato una casetta tradizionale ed erano andati a vivere insieme.

Tutta la sua vita subì un forte contraccolpo con la fine della sua storia d’amore. Lui un giorno le aveva detto che non poteva deludere la sua famiglia e che doveva sposare una ragazza coreana. Io e S. eravamo riuscite a volare in Corea. Lei c’era stata per noi e non potevamo lasciarla sola e così lontana proprio in quel momento. Mi ricordo che per un paio di giorni non si era mai alzata dal letto, una cosa impensabile per la sua vulcanicità. Anche sua sorella era riuscita a raggiungerla. Con la sua presenza, M. si riprese anche sul lavoro. Insieme fondarono la loro società di design, T-wins.

Da quel momento non ha un fidanzato stabile per più di sei mesi.

“Sono una donna del mio tempo. Non vedo che bisogno ci sia di incatenarmi a un uomo per tutta la vita, come ha fatto mia madre. Io sono libera, e così resto.”

Blog Tour Somnium: gli indiani d’America nell’immaginario comune e in Somnium.

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Buongiorno a tutti!

Oggi sono felicissima di partecipare al Blog Tour del romanzo d’esordio di una giovane scrittrice di talento, Feliscia Silva (il romanzo è scritto a quattro mani con Gloria Credali, la sua migliore amica. Quindi le scrittrici di talento sono ben due!).

Ho conosciuto Fel virtualmente mentre mi trovavo a Londra e tra le tante cose che abbiamo in comune (l’amore per Harry Potter e per i libri tanto per cominciare) si è aggiunta anche la scrittura.

Sono davvero contenta oggi di approfondire con voi uno degli aspetti fondamentali del suo romanzo Somnium.

La trama in breve: Doli, una giovane donna di origini Ute (una tribù nativa americana), scopre di essere un Blazon, un essere a metà tra l’umano e l’animale. Ogni Blazon incarna, appunto, lo spirito di un animale, e quello di Doli è l’aquila. I Blazon sono i custodi della Natura e vivono e si addestrano su Somnium, un mondo parallelo dove la Natura regna incontrastata. Ma ben presto gli equilibri della Terra Umana e di Somnium saranno messi a repentaglio, e ognuno sarà chiamato a fare la propria parte.

 

Per la mia partecipazione al suo Blog tour io ho scelto di approfondire un aspetto a me caro, cioè quello degli Indiani d’America. Non potrò mai dimenticare infatti l’incontro con i Navajo, ormai tre anni fa, nella Monument Valley e quanto rispetto e soggezione mi hanno suscitato i nativi (anche se erano vestiti in normalissime t-shirt e guidavano le jeep).

Nell’immaginario comune, i Nativi ci sono da sempre, grazie (o a causa) al mito del Far West e di tutta la questione dei cowboy.

Siamo stati bombardati da sempre con questa visione selvaggia di un popolo a tratti pacifico, a tratti estremamente bellicoso. I loro capi e le loro gesta sono diventati di conoscenza comune, (Toro Seduto, Geronimo, Cavallo pazzo, fanno parte della cultura di tutti), mantenendo un unico tratto forte e significativo uguale per ogni tribù: l’amore e l’attaccamento per la loro terra, il rispetto verso la Natura.

 

Per farvi avere una visione più completa del loro immaginario vi lascio alcuni spunti, sia cinematografici che letterari (per terminare, udite udite, con un fumetto)

  • Balla coi lupi.

Impossibile non iniziare con Balla coi lupi. La storia è quella di John Dunbar, tenente dell’esercito unionista americano che, spedito in un avamposto remoto in Nebraska, verrà a contatto con i Sioux. Grazie alla loro conoscenza e all’amore per Alzata con Pugno, capirà bene che la tribù di selvaggio ha ben poco.

  • Hell on Wheels

Restiamo sugli schermi ma passiamo a quello piccolo. Hell on Wheels è una serie tv statunitense, dove la questione dei nativi si intrinseca con le vicende della costruzione della Nothern Pacific, la ferrovia per collegare una costa all’altra degli Stati Uniti. Una delle scene che mi ha più colpito, significativa e forse ispirata a fatti realmente accaduti (non ho verificato, sono sincera) è quella dedicata alla scommessa tra il capo cantiere (il mio caro Bohannon) e il capo tribù. Per non farsi espropriare i terreni in favore della ferrovia, i due faranno una gara. Il capo indiano a cavallo, Bohannon sul treno. Chi prima taglia il traguardo di poche miglia, vince. Il treno, ovviamente, recupera a supera il cavallo, ricordandoci che l’uomo, purtroppo, da quel momento storico in avanti, avrà la meglio sulla Natura.

 

  • Scalped

Eccoci al fumetto che vi avevo promesso. Scalped narra delle vicende degli Oglala Lakota nella riserva di Prairie Rose Indian Reservation (il nome è inventato), offrendo una visione assolutamente drammatica della vita in Riserva.

La vita per gli indiani d’America non è mai stata semplice e in alcune zone la situazione è diventata molto difficile. Con le sovvenzioni statali, l’alcolismo e la droga hanno avuto la meglio sulla popolazione, innescando poi una spirale di violenza da cui è difficile uscire.

Ovviamente, la situazione dei nativi varia di Riserva in Riserva (qualche anno fa, la tribù Seminole si è dimostrata così ricca da comprarsi la catena Hard Rock Cafè… fate voi), ma in alcune la povertà e il degrado hanno la meglio, e non era giusto non parlarne.

 

  • Come si pone Somnium

In questa situazione, dove un po’ la pillola ci è stata indorata, un po’ il mito ci ha tappato gli occhi, Somnium si pone giusto nel mezzo. Doli è nata e cresciuta in una Riserva, dove le cose vanno comunque bene. La vita è modesta, certo, ma autentica. Nonostante ciò, Doli sceglie di andarsene, mettendo in luce la voglia di integrazione e comunque l’enorme difficoltà, tuttora, nel superare i pregiudizi che comporta essere un indiano d’America.

Infatti, la ragazza vive la sua vita adulta a lavorare il triplo degli altri per dimostrare di valere la metà, mentre comunque, nonostante i suoi sforzi, capi e colleghi la trattano ancora con diffidenza.

Credo che le ragazze si siano documentate moltissimo prima di cimentarsi con l’argomento, perché il quadro che ne danno risulta non solo ben costruito ai fini della storia, ma anche estremamente credibile. Infatti, la parte riservata alla famiglia di Doli, senza raccontarvi nulla, è una delle mie preferite.

 

Se anche voi avete subito, almeno una volta, il fascino Pellerossa, allora non potrete non innamorarvi di Somnium, come è successo a me!

Infine, vi lascio il link per l’acquisto. Ricordatevi che un tempo anche gli scrittori famosi non erano nessuno e che anche solo una copia per un emergente fa la differenza (oltre a ripagare di tutta ‘sta immensa fatica che non potete immaginarvi…)

 

Il Racconto del mercoledì: Elvis (PT3, finale)

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Certo. Certo che era dannatamente vero. Un’armatura costruita negli ultimi tre anni. Dopo essere stata ferita troppo, lasciata dall’uomo che credevo sarebbe stato con me per sempre. Avevo giurato a me stessa che mai più nessuno si sarebbe avvicinato tanto, che donare il mio cuore era non solo un atto stupido e suicida, ma debole. Avevo imbastito intorno a me una fortezza così ben armata che nessuno poteva entrarci. Né tantomeno io uscirci.  

“Non riesco davvero a capire come cavolo tu faccia a vedere tutte queste cose. Non le vede più nessuno ormai. Nemmeno i miei genitori, nemmeno i miei amici.” 

“Quando ti guardi allo specchio, cosa vedi?” 

Provai a cercare il mio riflesso distorto sul vetro appannato dai nostri respiri. Lo sfiorai con le dita tracciando una linea di goccioline, che fece sfumare l’immagine. 

“Purtroppo non vedo nulla.” 

“Io se ti guardo vedo solo qualcuno a cui sono successe delle cose brutte e che adesso ha paura di farsi di nuovo male. A tutti capitano delle cose brutte, tesoro. Questa è la vita. Non c’è un modo per rendersi immune. L’unica cosa che possiamo fare è incassare, e rialzarci. Se no che senso ha stare al mondo?” 

Mi spostai dalla finestra, mi spostai da lui. Non era giusto sentirsi dire tutte quelle cose da qualcuno conosciuto un’ora prima. Però nessuno mi diceva più cose così. Nessuno mi incoraggiava a osare, a essere coraggiosa. Mi fermai nel mezzo della camera. Volevo farmi gli affari suoi. 

Iniziai ad aprire gli armadietti. Erano pieni di dischi, non solo di Elvis, di vecchie fotografie. Di memorabilia.   

Si avvicinò lentamente, mentre scorrevo la playlist di uno dei primi album di Johnny Cash. 

“Dato che ti sei messa a curiosare nelle mie cose, e questo sì che è davvero maleducato, ricambia la cortesia. Fammi fare un giro per casa tua. Raccontami cosa vedrei.” 

“Prima di tutto, le pareti sono verde foresta. Ho tanti quadri appesi. Li compro dagli artisti di strada. Mi sembra sempre di fare una bella cosa. Poi ci sono i dischi, sulla libreria blu. Non ne ho molti, perché ormai la musica la ascolto sempre dal portatile. La libreria blu è anche piena di libri, e di qualche dvd. Ho un solo vaso per i fiori, di legno, dove ci sono le rose che mi avevano regalato quando ho raggiunto la maggiore età. Il mio posto preferito però è il balcone. È minuscolo, tutto in pietra. Nessuno mi può vedere. Ci ho messo un tavolino di ferro, di colore azzurro, e una sedia verde. D’estate ci metto un’ora a fare colazione seduta a quel tavolino. Ho anche tanti vasi di rose, quelle piccoline. Sono i miei fiori preferiti.” 

“Deve essere una bella casa.” 

“Grazie.” 

Elvis rimase qualche secondo a dondolarsi sui talloni, mentre io riponevo il cd dove lo avevo preso. 

“Ho fame” sbottò lui. 

“Lo vuoi un sandwich?” disse tornando in cucina. 

“Scommetto tutto quello che ho che mi farai il sandwich di Elvis, quello con il burro d’arachidi e la marmellata.” 

“Brava, ben detto. È il mio preferito.” 

Lo guardai mentre iniziava a raschiare il barattolo con la pasta stucchevole alle noccioline. 

Sembrava imbranato. 

“Spostati. Ci penso io.” 

“Grazie, Dio del Rock, abbiamo un po’ di iniziativa!” 

Prima di mettere il burro d’arachidi sul pane lo guardai, avevo avuto un’idea. 

“E se ti facessi i biscotti?” 

Il volto del Re si illuminò. 

Mi sorpresi di trovare tutto quello di cui avevo bisogno. Elvis aveva anche la farina, e casa sua sembrava il rifugio del single più incallito dell’universo. Di nuovo, era come se fosse tutto già predisposto. 

Mentre ero all’opera Elvis mi cantò, senza chitarra e senza base, Heartbreak HotelDevil in Disguise My baby left me. Ogni tanto mi tirava a sé facendomi fare la giravolta prima di lasciarmi continuare. 

Si fermò solo quando l’impasto andò in forno. 

“Com’è che la ragazza che ama le rose e ha tanti quadri in casa è la stessa che questa sera cenava da sola? Non ti stanca questa continua dicotomia tra quello che sei e quello che ti costringi a essere?” 

“Non è vero che mi costringo a essere così. Quello è il mio lavoro, non c’entra nulla con chi sono.”  

“Certo che c’entra. È quello che facciamo a darci una dimensione. Ciò che fai nel mondo ti configura. E io credo che tu possa essere di più di quella che viaggia da sola per lavoro facendo una cosa così noiosa da non volerne nemmeno parlare.” 

“Cosa vuoi che ti dica, Elvis? Che hai ragione? Che la mia vita mi fa schifo?” 

“Non è a me che dovresti dirlo.” 

Si fermò un attimo. 

“Guarda, stanno venendo bene. Sei brava.” 

“Grazie. Mi piace fare i dolci.” 

“Ecco, lo sapevo. Il tuo tono sa di opportunità persa.” 

Lo guardai dritto negli occhi. 

“Mi sarebbe piaciuto aprire una pasticceria.” 

“Fantastico! Hai già un cliente. Perché non lo fai?” 

“Perché non è così facile! Perché non posso ignorare le bollette, la benzina, la spesa e sperare che una piccola attività mi tenga a galla. E se va male? Se non ce la faccio?” 

“E se va bene? Te lo sei mai chiesta? Adesso è il momento di fare, tesoro. Il tempo passa, te lo ricordi?” 

“Lo stesso vale per te. Rimpiangi il fatto di non aver viaggiato. Ma tu non sei morto da quarant’anni! Anche se ti chiami come lui, anche se ti vesti come lui e se la tua casa imita la sua. Tu non sei lui. Non lo sarai mai e non è giusto che continui a fingere!” 

Mi accorsi troppo tardi della cattiveria con cui avevo risposto. Come se avessi rotto un uovo rancido in cucina. 

“I biscotti” rispose Elvis, tornando in salotto. 

Tolsi i dolci dalla placca e li poggiai delicatamente su un piatto. Erano dorati ma morbidi al centro. Mi sentivo un brutto groppo alla gola, che non provavo più da tanto tempo. Non mi capitava da tanto di ferire qualcuno. Forse perché non mi capitava da tanto di avere qualcuno da ferire. 

Poggiai il piatto sul tavolino. Lui aveva già imbracciato la chitarra. 

“Ti ho capita, sai? Fai la stronza, la dura. La Wonder Woman della situazione. Ma la mia domanda è: questo ti rende felice?” 

Attaccò con Moody BlueIf I can dream. 

Infine Like a bridge over troubled water. 

L’ultima canzone era solo una cover, lo sapevo.  

Ma lui la stava cantando per me.  

In un attimo, con quella melodia, mi sentì sciogliere proprio come un blocco di giaccio al sole di agosto. 

Potevo deporre le armi, adesso. L’arco e lo scudo che avevo tenuto di fronte a me per parare i colpi non servivano più.  

Potevo togliermi l’armatura che mi aveva protetta e che non aveva permesso a nessuno di avvicinarsi. 

Le lacrime sgorgarono spontanee.  

Ero libera. 

Lo lasciai finire. Non si interrompe il Re mentre canta. Nelle ultime battute mi unì alla sua voce. 

Appena finì, corsi da lui. 

Mi ricordo ancora il legno della chitarra che mi premeva su un’anca mentre ci baciavamo. 

Ricordo bene il letto, i vestiti sparsi per stanza. La sigaretta fumata da entrambi.  

Elvis che mi cantava Burning Love all’orecchio, piano, prima che mi addormentassi. 

 

Mi svegliai che era quasi a mezzogiorno, nel mio hotel in centro. Per un attimo pensai di aver sognato tutto. Mi alzai per riprendere possesso della realtà. Poi sul comò trovai un biglietto. 

“Se io posso sognare, lo puoi fare anche tu. Il tuo Re.” 

Il biglietto nascondeva un biscotto al burro d’arachidi. Mangiai il biscotto mentre facevo le valigie.  

All’ottavo ronzio del cellulare aziendale feci fare a quell’apparecchio infernale un volo di sette piani. 

Tornai a casa, lasciai il lavoro senza dire nulla.  

Aprii una pasticceria: Graceland 

Non andò mai male.  

Trovai l’uomo dei miei sogni. Insieme ci feci due bambini.    

Ed Elvis? Certo che lo rividi. 

In un bar. In una libreria in centro. Nel parco, quella volta che non volevo tornare a casa. 

Tutte le volte che è apparso ero triste, depressa, confusa. E lui arrivava, sistemava tutto. Come sempre. Come sa fare solo uno con quella voce.  

Poi, dopo che mi sono sposata, quando le mie acque hanno smesso di essere agitate e pericolose  e si sono chetate, ha smesso di apparire. 

 

L’ho rivisto dopo tanto, tanto tempo, una settimana fa.  

Eravamo sul molo di Santa Monica. Io e mio marito eravamo all’ultima tappa del viaggio della nostra vita, per i trent’anni di matrimonio. 

Elvis era appoggiato con una mano a un banchetto di hot dog. Parlava con una ragazza.  

Lui non sembrava invecchiato. Ma questo avrei dovuto saperlo da me, che il Re non invecchia. 

Quando mi ha vista mi ha salutato con la mano, facendomi un grande sorriso. Mentre spiegavo a mio marito chi era, Elvis è sparito. 

Non ho fatto in tempo, neanche quella volta, a dirgli che forse non è diventato un dottore. 

Però almeno una vita l’ha salvata. 

In Anteprima: Un’oscura vitalità di Thomas Wolfe e Basil Lee di Francis Scott Fitzgerald, edito Edizioni Pagina Uno

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Sabato sera ho avuto una grossa fortuna, la primissima procuratami dal mio essere Book Blogger (mi viene ancora strano solo a dirlo, pensarlo. Eppure, adesso mi viene anche riconosciuto!).

Little K Library aveva infatti ricevuto un carinissimo invito da Edizioni Pagina Uno.

Una realtà milanese che conoscevo poco, di cui però avevo già adocchiato un paio di titoli (che, ovviamente, sono tornati a casa con la sottoscritta).

Ebbene, il primo impatto è stato amore a prima vista. Siamo stati invitati in questa stanzetta, a Milano, stipata di libri, e dove l’editore accoglieva chiunque offrendo qualcosa da bere, smorzando quel clima da intellettualoidi che si scatena quasi sempre durante una presentazione.

Invece, da Pagina uno il clima è confidenziale, amichevole. Quello che penso io è: questa è gente che fa questo perché nella vita non potrebbe fare altro.

  • La presentazione

La presentazione aveva come tema due nuove uscite della collana Il bosco di latte, ereditate da Pagina Uno da Tranchida, altro editore storico che purtroppo ha chiuso i battenti. Il mood della collana è quello di tradurre e portare in Italia lavori poco conosciuti di autori magari molto famosi (Il Grande Gatsby dovrebbe dirvi qualcosa).

Per quanto riguarda Fitzgerald, quindi, sono stati scelti alcuni dei racconti che hanno come protagonista Basil Lee, un ragazzino di buona famiglia del midwest.

Quello che ne viene fuori sono dei racconti disincantati, comici, sulla giovinezza, l’età in cui si crede ancora nelle gesta eroiche.

Più complicato invece è stato riuscire ad avere una raccolta di racconti da Wolfe. Non conoscevo questo autore, ma adesso è entrato in wishlist. Si parla infatti di un romanziere che scriveva “romanzi fiume“, con lunghi flussi di coscienza, in cui era difficile distinguere l’inizio e la fine (povero Perkins, il suo editore! Grazie a lui abbiamo i romanzi, invece di pile e pile di fogli).

Quello che mi ha colpito di più, però, è il fatto che i racconti non sono stati tradotti da professionisti, ma da allieve del corso di traduzione (tenuto da Sabrina Campolongo, autrice Pagina Uno, insegnante, traduttrice) che sono diventate in seguito “colleghe“, grazie alla guida di Sabrina.

Ecco, questo passaggio direi che è fondamentale. Io ho partecipato a molti corsi di scrittura e devo dire che quasi sempre si resta allievi, mentre da Pagina Uno traspare chiara la volontà di creare nuova manovalanza dai corsi (autori dalla scrittura creativa, traduttori da traduzione, giornalisti da giornalismo d’inchiesta…).

Insomma, per usare le loro parole, si creano i traduttori che vorrebbero.

  • Due info sulla casa Editrice

Nasce nel 2006 come Rivista Letteraria. Non solo libri, ma, soprattutto, inchieste e approfondimenti. Interessante infatti, sul tema della velocità delle informazioni, parlare con Giovanna Cracco, curatrice e fondatrice della rivista. Non vedo l’ora infatti di prendermi un’oretta per leggermi l’inchiesta uscita sull’ultimo numero sulla questione migranti, più che mai d’attualità.

La CE è arrivata dopo, nel 2010. Mantiene la sua vena giornalistica grazie ai numerosissimi saggi (io mi sono portata a casa, infatti, Le indomabili) ma unisce l’amore e la passione per la narrativa.

 

Esco dalla presentazione felice, con quattro libri in più e rinfrancata.

Ma anche con dei seri dubbi sulla mia vita attuale (e questa frase resterà così, senza ulteriori spiegazioni).