Il racconto del mercoledì: Quando ho ballato da sola.

Edimburgo l’ho visitata durante un viaggio di lavoro. Una visita veloce, che è bastata però per farmi innamorare di questa città. E per ispirarmi questo breve racconto.

Quando ho ballato da sola.

 

La sorte è ironica, lo so. Nessuno se lo ricorda meglio di me.

Non riuscirò mai a dimenticare quella sera. Eravamo qui, proprio qui, in questo piccolo hotel.

Io in un momento estatico di libertà. Ballavo sola, nella mia camera, le note di Ella Fitzgerald. Ero longilinea, i capelli mossi lunghi fino alla vita. Mi muovevo lenta su quelle melodie lontane, indossavo solo canottiera e gonna.

Pioveva. Avevo lasciato le tende scostate, in un atto di sfida verso il mondo esterno. Guardatemi.

Tu mi hai guardata. Eri nella tua stanza, mi hai fissato per tutto il tempo. Me l’hai detto solo a cena.

Dopo diverse canzoni ho sentito bussare alla porta. C’eri tu, con quegli occhi chiari chiari. Mi hai detto che dalla finestra ti sembravo sola, mi hai chiesto se volevo uscire a cena con te.

Siamo andati insieme a Edimburgo. Non ho idea del perché ti abbia seguito, era contro la mia natura diffidente. Forse quella sera volevo essere diversa, chiudere me stessa in valigia e indossare i panni di un’altra donna.

Mi hai portata in Rose Street, una delle vie del centro. Il posto era uno dei più strani che abbia mai visto. Il nome si sfugge. L’interno era un’accozzaglia di oggetti, libri, soprammobili, canne da pesca, targhe. Stipati in ogni angolo possibile, fino al soffitto. Eppure il tutto funzionava, stava in armonia. L’affascinante equilibrio del caos puro. Questo lo hai detto tu.

Io ho preso del salmone scottato, tu un hamburger.

Ci conoscevamo da un’ora ed era come se ci conoscessimo da sempre.

Mi hai porto il gomito, in un atto di cavalleria spontanea, perché mi reggessi meglio sui tacchi degli stivaletti neri, comprati apposta per quella conferenza.

Mentre salivamo la strada che porta al castello, arroccato arrogante in cima alla città, mi hai raccontato del tuo sogno. Volevi comprare un peschereccio, vivere di mare. Avere a che fare tutti i giorni con i suoi frutti.

Ti ho fatto notare che sarebbe stato faticoso, mi hai risposto che le cose che non vengono guadagnate con la fatica non sanno di nulla.

Quando siamo arrivati davanti al cancello chiuso di quel regno di un tempo c’eravamo solo io e te. Il vento sferzava con tutta la sua forza. Ci sfidava a desistere, ad andarcene di lì, a nasconderci in qualche pub come tutti gli altri.

Invece di dargli retta, aprii le braccia e iniziai a girare in tondo, assecondando le correnti. Sentendo le minuscole gocce di pioggia che mi imperlavano il viso. Annusando l’odore di sale che il vento portava dalla costa.

Di nuovo mi hai guardata per tutto il tempo, fino a prendermi, al volo, quando stavo per perdere l’equilibrio.

In taxi, tornando all’hotel, siamo stati vicini per scaldarci. Ho appoggiato la testa sulla tua spalla, ne ricordo ancora la spigolosità. Non ci siamo detti nulla.

Siamo andati insieme nella tua camera.

Ho notato ridendo quanto fosse ordinata. È stato strano, peculiare, vedere la mia stanza dall’esterno. Un reggiseno sul letto. I calzini per terra. Le scarpe comode una di qua e una di là. Da giovane non ho mai amato la precisione. Mi hai abbracciata, ci siamo baciati. Siamo stati insieme, e siamo stati bene. Mentre eravamo l’uno nell’abbraccio dell’altra, e fuori infuriava ancora il vento, mi hai parlato di nuovo del tuo sogno. Io ti ho confessato il mio, ma non posso di certo rivelarlo adesso. È rimasto chiuso in un cassetto tanto di quel tempo che, ne sono sicura, se lo dovessi andare a cercare non ci sarebbe neanche più. Migrato infine nel mobilio di qualcuno che ha deciso di farne uso.

Infine, guardandomi dritta negli occhi, in un impeto di follia amorosa mi hai detto: “Resta”.

 

Il giorno dopo, sull’aereo di ritorno a casa, ho pianto. Una signora con i capelli color della luna mi ha dato un fazzoletto. Poi mi sono addormentata, e al mio risveglio quell’avventura è sembrata solo un sogno.

 

Mi sono sposata con un ragazzo del mio paese, abbiamo avuto due figli. La nostra vita è stata piacevole, sia chiaro. Ma mai emozionante. Mai, neanche una volta, ha avuto lo stesso sapore di quelle quindici ore passate insieme a te.

Adesso mi trovo qui, a questa finestra. Siamo venuti a trovare mia figlia, in viaggio in Erasmus. Amo quanto sia libera, amo quanto afferri sempre appieno ogni opportunità. Lo so che i suoi successi non sono i miei. Che lei è lei e io sono io. Lo stesso nutro un po’ di orgoglio nel pensare che in lei ci sia una scintilla di me.

Non so se mi riconosceresti. Il tempo mi ha cambiata. I miei capelli sono corti adesso, mio marito mi ha sempre detto che i capelli lunghi li possono portare solo le giovani. Evidentemente io non lo sono più, per lui. Il mio corpo è stato plasmato da due gravidanze e si è seduto su ventitré anni di: “Buongiorno, sono Claudia”.

Io, invece, non faccio alcuna fatica a riconoscerti. Non sei poi cambiato molto. Hai qualche ruga, certo, ma quella fiamma nei tuoi occhi chiari è sempre vivida. E non mi è nemmeno difficile capire che il ragazzo con te è tuo figlio.

Vedo che sorridi, mentre gli mostri qualcosa su una lenza.

Io, intanto, mi chiedo per la milionesima volta come sarebbe andata se al tuo “resta” avessi risposto “sì”.

 

 

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Il racconto del mercoledì: Madame La La.

Finita la mia avventura londinese, ho deciso di aver bisogno di un “pretesto” per scrivere in modo costante. La scrittura è un muscolo, e come tale va allenata. Dunque, inauguriamo oggi la rubrica del racconto del mercoledì. Questo brevissimo racconto, nello specifico, è stato ispirato dal quadro Madame La La di Degas, presente alla National Gallery. Chi sa cosa pensava, Madame La La, prima della sua performance?

 

Madame La La.

Silenzio. La folla non esiste. Non esistono le luci, i fili tesi, il tendone che ci avvolge e ci abbraccia come il grembo materno.

Qui, ora. L’unico luogo in cui la nostra esistenza abbia un senso.

Non posso fallire. Un sorriso verso nessuno, l’ennesima maschera, poi mi dirigo, piano, al trampolino.

I piedi nudi, illuminati dalle mani sapienti di Michelle. Ha spostato i riflettori, così che i miei occhi tornino ad abituarsi al buio. La vista non può essere abbagliata, ma una volta in alto la vista poco importa. Il senso a cui ci affidiamo di più privo di importanza. Solo tatto e udito, con l’equilibrio il suo figlio prediletto, saranno vitali non appena staccherò i piedi dall’asse di legno.

Salgo i gradini lenta, senza fretta. Quasi due secondi per ognuno. Un tempo interminabile, per chi attende trepidante la mia acrobazia, un’inezia per me. Tempo ovattato e riempito di nulla, simile a quello in cui contemplo la mia orchidea, ogni mattina.

Cosa sto pensando, vi chiederete? Avrò paura? Sarò elettrizzata?

La verità è che ho smesso di provare emozioni molto, molto tempo fa.

L’ultimo sorriso, senza sentire le urla di rimando.

Poi, mi lancio.

Il vuoto, il mio unico amante.

 

 

 

 

 

Day 25 of 62. The Wellcome collection e la sala lettura più bella del mondo.

Altra giornata in solitudine, l’ultima prima del ritorno di Charlotte, quindi dedico la mattina a sistemare casa, che avevo trascurato in questi giorni e a fare un po’ dei miei compiti. Esco dopo un bel piatto di pasta ristoratore e qui apro una leggere parentesi sulle stranezze inglesi. Avete presente, in Harry Potter, la scena in cui le lettere vengono sparate direttamente nella fessura della porta e finiscono per terra? Ebbene, qui si usa veramente così. Quindi immaginatevi, tutti i santi giorni, il mio slalom tra le lettere, i volantini e perfino i pacchi per terra! I volantini, e tante volte anche le lettere, non si sogna nessuno di sollevarli quindi c’è perennemente una confusione del cavolo! Tanto svegli e la buca lettera ancora non l’hanno inventata… mah!

Comunque, la mia direzione odierna è prima il negozio Persephone Books, che se non bastasse solo il nome, è una libreria che vende solo autrici. Peccato che quando arrivi sia chiuso con un capannello di gente fuori per ciò che immagino sia un evento. Io da timida me ne vado e gironzolo come al solito. Finisco in un’altra libreria, che purtroppo è in svendita per prossima chiusura, e acquisto il libro How much the heart can hold (quanto il cuore può contenere) che ha una copertina meravigliosa (accanto al mio Great Expectations è proprio bello!). Infine, anche se è tardi, sono le 17, arrivo alla Wellcome collection. Wellcome era un medico, e il suo museo è infatti dedicato in gran parte alla medicina. Faccio in tempo solo a vedermi l’esposizione che parla del rapporto tra design e medicina, per le campagne di prevenzione più che altro, prima di andare nella famosissima sala lettura. Be’, è il posto più bello del mondo! Non ho parole per descrivere questo spazio, dove apparecchi medici antichi fanno da contraltare a tavoli, libri di ogni genere incluso narrativa. Sedie e poltrone ovunque, le scale che portano al ballatoio sono occupate da comodi puff in cui due ragazze leggono beatamente. Un sogno! Peccato che chiuda tra mezz’ora, ed è inutile per me estrarre tutto il mio armamentario per così poco tempo. Allora, con la promessa che tornerò asap, decido di andare alla British. Ma anche questa chiude alle 18 il venerdì! Con il cuore colmo di mestizia trovo il primo Starbucks dove finalmente sedermi a scrivere.

Non potrei essere più contenta di come stanno andando le cose, i miei personaggi si stanno comportando proprio bene!

Intorno alle 20.30 torno a casa dove, dopo le video chiamate d’ordinanza, mi concedo il mio amato Supernatural e The Walking Dead.

Poi letto, che domani ho visite e devo fare anche i compiti!

Day 25, solved.

 

Day 16 of 62. The National portrait gallery.

Non ho molti piani per oggi, almeno, non prefissati. Quello che devo fare, sicuramente, è andare al corso alle sette.

Decido allora di tirare lungo, dopo i miei compiti e dopo il pranzo con una very sad salad. Già da ieri, ma soprattutto oggi, una certa nostalgia di casa inizia a rompermi i coglioni. Intanto, avrei bisogno dei miei amici scrittori, esseri della mia stessa specie che possono comprendere i miei sentimenti attuali. Insomma, è impossibile da spiegare il tipo di sentimento a chi non scrive quindi non ci provo nemmeno. E poi mi mancano gli altri, di amici. Il pollaio, in primis, le belle e la banda di psyco.

La mia direzione è quella del National Portrait Gallery, una succursale della mastodontica National Gallery, il mio museo preferito finché non ho visto il museo di storia naturale. Il piccolo museo adiacente al fratello maggiore conserva unicamente ritratti, dall’età elisabettiana ai giorni nostri. I ritratti delle regine mi sono piaciuti moltissimo, in particolare quello della Ely corrente, in un pomposo abito rosso. Altra cosa apprezzabile di questo museo, e mi spiace non averlo visto con le mie amiche nella vanca londinese, la guardia al secondo piano. Un ragazzo mulatto con le spalle larghe. Un incentivo vero e proprio alla cultura!

Il museo si gira in un attimo, perché salto la mostra di Cezanne (18 sterline!). Fuori, decido di andare a Oxford street, non c’è rimedio migliore dello shopping per curare le ferite. E invece quei babbei di Top Shop hanno tolto dalla vetrina le magliette di Stranger Things, le hanno messe chi sa dove, e il tempo stringe, devo arrivare a piedi fino a Russel Square. Con il cuore colmo di mestizia, mi faccio strada a fatica tra i turisti. Raggiungo grazie al cielo il Belgo, ristorante belgo appunto, dove mi sparo in mezz’ora un pot moules & frites (cozze e patatine).

Infine, corso! Oggi entriamo in dettaglio nella costruzione dei personaggi e nei conflitti. Gli esercizi che ci sta dando sono tutti utilissimi e ne sono estremamente contenta. Appena esco, noto un messaggio di Charlotte, a casa c’è il tipo con cui si sta frequentando. Cammino a rallenty ma vado a casa comunque, sono in giro da tutto il giorno e stanca.

Appena arrivo, mi trovo la mia minuscola camera ostruita dall’appendipanni, che aveva solo le mie cose. Certo, mica me l’aveva detto che sarebbe passato, altrimenti le avrei tolte prima di uscire!

Inizio ad assaporare le gioie della convivenza con una persona estranea e che quindi non puoi mandare a fanculo.

Questo mi da il colpo di grazia nel sentire la mancanza di casa: mi manca la mia camera da letto enorme, il mio bagno che non è gelido, i miei attrezzi da cucina, l’odore delle mie cose (qui sa sempre tutto di umido, sempre).

Mestamente, ‘ndo ‘n lec.

Day 16, sort of sorted.

 

Day 11 of 62. Il meridiano dei povery.

Oggi partiamo all’esplorazione di una nuova zona di Londra: Greenwich. Prendiamo la metro (dopo che Andrea si è perso per trovare la fermata giusta) e con tre cambi e circa mezz’ora di strada siamo a Canary Wharf, distretto finanziario tutto grattacieli. Spostatici verso il canale la situazione cambia e il quartiere diventa prettamente residenziale (per lo più dalle oche che vivono sul canale). Dopo questa bella passeggiata, al sole, raggiungiamo il tunnel sotterraneo che porta a Greenwich. Lì ci accoglie il galeone Cutty  Sark, un mercantile che portava il te in città adesso visitabile. Noi saltiamo questa visita dedicandoci invece al mercato, davvero carino, dove pranziamo. Io indiano e lui greco. Il cibo etnico in questa città è incredibile e soprattutto ancora di salvezza! Infine, dopo aver fatto un giro in università (prima un palazzo reale, è quello che ha dato i natali a Elisabetta I), parte la scalata alla collina alla volta del meridiano zero. Scopriamo però che per vederlo servono 15 sterline e noi da bravi poveri rinunciamo. Ma Andrea, il mio amore, è una piccola faina e decide di circumnavinagare l’osservatorio, convinto che un’altra traccia del meridiano ci sia. E ha ragione! Ribattezzato il meridiano dei povery facciamo la foto di rito. Parte la nostra discesa verso casa. Ci fermiamo, dopo mezz’ora dispersi nei cantieri, all’O2, un’arena con annessi cinema, negozi e ristoranti.
Per cena, ci incontriamo con Amalia e mangiamo in un sushi pub a Portobello, dove per poco non fanno entrare Andrea perché in sneackers…. ma si può? Con la gente conciata di cane di Londra? Bah. Dentro invece ci trattano benissimo, i ragazzi, sia i camerieri che il cuoco, sono tutti Italiani e molto gentili. Per ultimo, gin Tonic (finalmente) da The distillery, una mecca del gin.
Visto che è tardi decido di stare da Andrea e lì, come ultima perla di questo hotel, siamo chiusi fuori! Al campanello non ci apre nessuno e dobbiamo chiamare. Il tizio si era addormentato… Non credo che la mia recensione del posto sarà clemente! Però, mi addormento con Andrea e tanto mi basta.
Day 11, finished.

Day 10 of 62. York, vichinghi e fantasmi.

Quando sarò imperatrice, e accadrà, abolirò, come prima legge, la sveglia prima delle nove. Oggi, suona alle 5.30! Abbiamo il treno per York, quindi non abbiamo tempo da perdere. Nel gelo del mattino ci rechiamo in stazione. Arraffiamo caffè e muffin starbucksiani e ci accomodiamo in carrozza. Lì parte la mia paranoia per non avere il posto al finestrino. È una cosa che odio, non ce la posso fare. Soprattutto se devo dormire. Mi sposto comunque e sono fortunata perché nessuno reclama il posto rubato. Dormo per tutto il viaggio, per la gioia di Andrea, infine eccoci a York. Che freddo becchissimo! Scegliamo come prima attrazione il museo di York. Anche questo estremamente divulgativo, pro babies, ma comunque interessante. La parte migliore è l’esibizione sui Vichinghi che a York avevano fondato l’insediamento di Jorkick, nel passaggio tra razziatori occasionali a conquistatori veri e propri. Tante chicche sono disseminate per l’esibizione, come la curiosità che molti nomi dei giorni della settimana sono vichinghi. Thursday, infatti, altro non è che il giorno di Thor, come per noi è quello di Giove. La parte più bella sono le maschere per la realtà simulata che ti catapultato in un accampamento vichingo. Finita la mostra ci incamminiamo verso il cuore della città. Passiamo per The Shambles, una famosissima zona di York fatta di viuzze medievali. Un tempo, era la zona dei macellai (er testaccio de York, ‘nsomma) mentre adesso è solo negozietti. Pranziamo poco lontano, al The Pounch bowl nonché uno dei pub più infestati di York. Già, un’altra delle fisse di York -con il fudge che ti vendono ovunque- sono i fantasmi. I tour infatti sono ovunque e il nostro pub non è da meno. Uno dei fantasmi riconosciuti è quello della povera barista medievale, uccisa per aver rifiutato delle avances. Tuttora la si sente urlare mentre corre per le scale, in fuga. Altro fantasma è quello del povero proprietario morto nell’incendio del locale. Infine la dama in grigio, donna tradita che cerca gli uomini infedeli su cui vendicarsi (ma di questo non sarei così convinta, il folklore ne è pieno). Dopo dell’ottimo salmone di antipasto avviene il disastro: invece del mio sandwich al pollo ricevo un sandwich alle olive. L’odore di quelle maledette cose verdi mi arriva al cervello e mi ribalta stomaco e umore. Del resto, se non sbaglio almeno un’ordinazione a vacanza non sono contenta. Andrea santo martire si deve subire il mio sproloquio. Me la faccio comunque passare in giro per le mura della città. Non visitiamo nient’altro per la povertà in cui ci troviamo. Però, ci piace troppo fare i finti ricchi e quindi per il te andiamo da Betty, una delle sale da tè più belle d’Inghilterra. Servizio impeccabile e dolci squisiti (la mia eclaire era perfetta!), immancabile per chi visita la città. Per ultimo, entriamo nel negozio The shop that must not be named, un negozietto potteriano davvero figo! Infine treno, casa, volpe, Charlotte. Insomma, il solito prima della nanna.
Day 10, lived.

Day 9 of 62. Il mio posto preferito di Londra.

Oggi la direzione principale è una: il mio posto preferito di Londra. Chi mi conosce sa già di che parlo, ma arriviamoci con calma. Ci incontriamo sulla banchina di King’s Cross diretti a nord: Camden! Arriviamo decisamente troppo presto, i negozi stanno ancora allestendo. In attesa che il posto diventi magico, andiamo a Regent Park, dove si trova lo zoo di Londra. Il parco è bello e dopo aver salvato Andrea da rovesciarsi addosso tutto il te bollente ci dirigiamo allo zoo. Che doccia fredda: 29 pounds di ingresso! Fieramente decidiamo che gli zoo non ci sono mai piaciuti, siamo molto contrari e ce ne andiamo a testa alta (salvo poi attaccarci alla staccionata da cui si scorgono le giraffe come due bambini poveri! ). Vediamo il Queen’s Mary garden, con le sue rose, poi finalmente… Il mio posto preferito in tutta Londra. E come potrebbe non esserlo? Lo amo ogni volta di più e ancora sa stupirmi, questo quartiere-mercato a cielo aperto. Andrea all’inizio è scettico, ma il Lock, con i food truck internazionali, conquista anche lui. Io mangio colombiano, lui un bagel con il brisket e una senape che ti apre il cervello. Squisito ed economico. Il tutto… Sotto il sole e senza giacca! Camminiamo dietro il Lock, sulla riva del canale, poi gironzoliamo. Ci viene l’idea di guardare una viuzza che sembra solo di cibo e invece… porta in un nuovo mondo, la mia America. Una parte sconosciuta e colma di meraviglie. Le Stables. Le vecchie stalle sono adesso negozi vintage, di musica, intervallati da statue bronzee di cavalli. Io giravo come una bambina al Toys, quindi decido che Camden mi attenderà per una mattina concettuale, leggasi di shopping intensivo. Acquisto una copia di Great Expectations di Dickens rovinata dall’acqua, quindi a metà prezzo poi Facciamo merenda da Chin Chin Labs,
Una sorta di pasticceria gelateria che fa quattro cose in croce ma magistralmente. Una è la cioccolata calda con nuvola di marshmellows arrostiti!
Si è fatta una certa e io inizio a farmela sotto. Il corso di creative writing, il motivo per cui sono qui, inizia oggi. Ho paura di non essere all’altezza, di non farcela. Paura che passa quando la classe inizia: siamo un bel gruppo eterogeneo di dodici persone e l’insegnante, John, ci mette subito a nostro agio. Quando ci presentiamo, racconto in breve la mia folle avventura e mi dicono tutti “congratulations!”. Il corso, proprio quello che speravo, è volto a darci gli strumenti per scrivere, e fare un bel ripassone dei fondamentali non può che giovarmi. E così anche alla mia storia. Sono davvero contenta! Finito il corso mi ritrovo col mio bello e poi ceniamo alla grande: sandwich di Salisbury e aranciata, in camera. La psico, stranamente, non urla.
Day 9, finally arrived and managed!