Pic of the Week: Magic.

magic (1)

Tre semplici scatti per immortalare un momento magico: un bimbo di fronte a una bolla di sapone.

Scattata a Central Park, nel 2015.

 

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Il Racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai, part 7 (Finale)

“Quando vi ho visti in pausa ho capito che era tutto perso.”

“Si può perdere qualcosa che non si ha mai avuto?”

“Certo, ci ho scritto tutto un romanzo sopra.”

Scoppiai a ridere.

“Dovrei chiederti i diritti, allora.”

“Sì, infatti.”

“Mi dispiace, Mark. Per tutto.”

“Non devi.”

Mi alzai, si alzò anche lui.

“Aspetteresti ancora cinque minuti con me, tempo dell’ultima sigaretta?”

Non risposi nemmeno, mi appoggiai solo alla ringhiera accanto a lui, mirando il dolce nulla.

Avrei voluto dire tante altre cose. Dirgli che se tra noi non era successo nulla era per un motivo, che forse quella giusta, quella che avrebbe fatto diventare l’Amore facile anche per lui era lì da qualche parte, che guardava il buio della notte più profonda chiedendosi lui dove fosse. E allora va’, cercala, trovala. Farai il secondo passo, ti verrà naturale, come è venuto a Ector quella sera di fronte alla mia porta di casa. Perché lei non sono io. Io sono di qualcun altro.

Non dissi nulla, invece.

Gli augurai buonanotte e andai a dormire.

 

Era venerdì, noi saremmo rientrati in ufficio il lunedì.

Non sentivo Ector da due settimane. Crudele, lo so, ma avevo bisogno di capire, e finalmente avevo capito.

Vedemmo le luci di Los Angeles che era ormai il tramonto. Una luce arancione, prima dell’ennesima notte, si adagiava sulla città disegnandone i confini. Chiesi a Mark, che avrebbe riportato l’auto a noleggio, di lasciarmi da mia sorella. Volevo vedere mio nipote.

Quando parcheggiò, mi guardò per un attimo.

Aveva capito che non stavo per vedere Nelly.

“Vi auguro buona serata” mi disse solo, prima di aprirmi il bagagliaio.

Io gli diedi un bacio sulla guancia ispida. Un lungo unico bacio casto, da mettere con quelli immaginari nella scatola di Mark, ormai riposta in uno dei ripiani alti del mio armadio mentale.

Poi scesi.

Chiamai al volo un taxi, guardando l’orario.

Sperai che fosse in ritardo, che non avesse impegni, che rientrasse a casa prima di uscire.

Arrivai di fronte alla sua porta, la luce in casa era spenta.

Mi sedetti sulla mia valigia, in attesa.

I minuti furono lunghissimi. Pieni di pensieri orrendi.

Magari non torna. Magari torna ma con una donna. Magari torna e mi dice che sono stata una stronza a non farmi mai sentire e chi mi credo di essere. Magari mi dice che ha preso un abbaglio, che l’ha capito grazie alla distanza, ma che possiamo restare amici.

Quando lo vidi avvicinarsi, quasi mi scoppiò il cuore. Aveva il suo sguardo serio, quello di quando lavora. Stava guardando il cellulare, non mi vide subito.

All’imbocco del vialetto di accesso alla casa si fermò, alzò lo sguardo. Si illuminò nel suo sorriso di bambino di fronte all’albero di Natale.

“Ti sono mancato, quindi!”

Io balzai in piedi, corsi da lui, gli saltai al collo.

Mi lasciai cullare dalla sensazione della sua presa, prima di restituire il bacio alla porta che mi aveva donato qualche settimana prima.

“Sì, mi sei mancato.”

 

 

Grazie a tutti quelli che sono rimasti sintonizzati su questo lungo racconto fino al suo epilogo, che spero con tutto il cuore sia di vostro gradimento 🙂

 

Pensieri sconnessi di un ex ventisettenne: Le cose che non possiamo più fare.

Ebbene, temo che potremmo essere arrivati al capolinea di questa fantasmagorica rubrica (a meno che, ovviamente, le ex-ventisettenni all’ascolto non mi propongano altri temi che al momento mi sfuggono!).

Quindi, per questa forse-per-adesso-ultima-puntata propongo un listone delle cose che non possiamo più fare in quanto ci siamo appunto evolute in queste figure ibride che stanno a metà tra i venti e i… insomma avete capito, quelli che vengono dopo!

-Fare l’alba

Non è che non possiamo per principio o che ci trasformiamo in Gremlins (oddio, non so, io probabilmente sì, visto che sono impastata con il sonno!), ma è sicuro che verso l’una (spesso anche prima, già a mezzanotte) la nostra veneranda età si fa sentire e la serata diventa tutto uno sbadiglio con tanto di “oh, ma che abbiocco mi è venuto…”.

-Uscire in compagnia che contano tra le venti e le cinquemila persone

Le “compagnie” sono uno dei tratti distintivi dell’adolescenza e della primissima età adulta. Hanno il loro nucleo iniziale, il loro fulcro, fino a una serie infinita di satelliti che vi gravitano attorno. Più grandi sono, più grandi diventano, perché proprio come per la gravità, l’attrazione di altri soggetti dipende dalla massa.

Io, che di natura fin da piccolissima sono sempre stata una misantropa convinta, le ho certe frequentate, e anche diverse, ma non sono mai stata una fan sfegatata di questi carrozzoni di gente (tanto è vero che ne ho viste sgretolarsi alcune, con la perdita puntuale di pezzi della coda del serpente).

A queste preferisco, ho preferito e sempre preferirò le amicizie vere, autentiche, che non esistono solo al sabato sera per uscire a intasare i locali e affittare le baite ma che vivono all week long.

-Mangiare un pasto completo con cinque euro al Mc

Io questo non posso più farlo da un bel pezzo, il mio palato e il mio stomaco si sono evoluti in egual modo un sacco di tempo fa, ma adesso vedo che il rigetto verso la cattiva cucina è generale. Piuttosto, andiamo al ristorante una volta sola ma almeno che sia il ristorante indiano che ci piace tanto tanto tanto.

-Essere spericolate

Non che siamo mai state abituè degli sport estremi, ma fino a un paio d’anni fa non ci pensavamo due volte a buttarci a capofitto nelle cose. Tipo dormire in spiaggia senza un minimo di organizzazione (vorrei vederci adesso, minimo non riusciremmo nemmeno a rimetterci in piedi uccise dai reumatismi!), passare una notte a Venezia in senso molto letterale (senza alloggio, per intenderci, ho dormito su una panchina), fare delle cose a Parigi inenarrabili e dormire un’ora prima di rimettersi in viaggio verso casa.

Magari lo faremmo anche adesso, però certo facendoci un paio di domande in più e provando ad andare, giusto quel filo, più sul sicuro.

 

Però, adesso che ci penso, potrei fare una lista delle cose che invece POSSIAMO fare. Perché crescere avrà pure qualche vantaggio, o no?!

 

Il Racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai, part 3.

Una volta tornati a casa, dopo tre mesi passati insieme, fu come se in Italia non ci fossimo nemmeno mai stati. Sedevamo sempre uno di fronte all’altra, ma Mark aveva lo sguardo incollato alla tastiera. Batteva furibondo su quei tasti, come a far espiare loro la colpa di una sua qualche frustrazione. Mi chiedevo tutti i giorni cosa fare, cosa dirgli. Non feci nulla. Non volevo essere io a fare il primo passo. Sì, lo so. Siamo negli anni duemila. Ma a me era già capitato almeno tre volte di provarci con qualcuno e di trovarmi la porta chiusa. L’ultima appena un anno prima. Non avevo davvero la benché minima voglia che mi ricapitasse. Di sentire quello stupido: “Mi spiace, tu sei fantastica, ma io…”

Ma io che? Che poi quel ma io è una finta e lo sappiamo benissimo tutti. È l’altra persona che non ti piace, altrimenti non ci sarebbe nessun ma io da dire.

Non volevo che quelle frasi insensate arrivassero da lui. Perché non le avrebbe condite da inutili giri di parole. Sarebbe stato diretto, quasi meschino, con quel suo modo di parlare e di scrivere senza ruffianerie. Mi aveva detto che lo aveva letto una volta, in un libro, che chi scrive non può farlo in modo ruffiano, e da allora aveva assunto quell’affermazione come dictat.

Le colleghe in redazione mi avevano pressata fino allo sfinimento.

“Sei riuscita a piegare il bel Mark, almeno tu?” chiedevano con quel sorriso malizioso sul volto.

Io sorridevo triste e scuotevo la testa mentre ascoltavo le loro risate e i loro commenti di risposta, non sapendo più a quel punto se la colpa fosse sua, o mia.

Un paio di settimane più tardi il capo ci propose, ancora in coppia, una nuova offerta di viaggio. Mi venne da piangere mentre me ne parlava.

La Thailandia.

Un mese in quella terra esotica, calda e accogliente.

E io dovetti rifiutare. Mia sorella Nelly stava per avere il suo primo bambino, era a pochissimo dal termine. Non avevo intenzione di perdermi la nascita del mio primo nipote e soprattutto di non essere presente per la mia sorellina i primi giorni dopo il parto. Non potevo lasciarla da sola.

Mark partì poco dopo, la mia unica consolazione fu vedergli associato John come compagno, uno dei fotografi più anziani della rivista.

Prima di partire mi disse solo: “Torno presto.”

 

“Ti avevo detto che sarei tornato.”

Quelle parole, dette dietro alla sigaretta, alle due del mattino, suonarono come un’accusa.

Certo, grazie tante. Adesso era mia, la colpa? Io che non avevo nemmeno fatto niente?

“Cosa avrei dovuto intendere da due parole, Mark? Due parole seguite a settimane di mutismo. Non puoi usare il tuo ermetismo come unico modo di affrontare il mondo e soprattutto non puoi pretendere che lo faccia anche io. Da quel giorno a Perugia fino a quando sei partito mi avrai detto sì e no solo buongiorno. Lo sai che le ragazze pensavano che fossimo stati insieme e ci fossimo lasciati? Perché altrimenti un trattamento di quel tipo non si spiegava.”

“Lo so.”

“E io che sapevo che non era così, che non era successo nulla che potesse giustificare la tua mancanza di considerazione nei miei confronti, cosa dovevo pensare?”

“Lo so.”

“Lo sai.”

Mark si sedette di fronte a me. La sua gamba destra sfiorò la mia. Mi colse un brivido, figlio di vecchie abitudini.

“Non è vero che non ti consideravo, anzi.”

Mi portai le mani al volto e scossi la testa.

“Tutto questo non ha senso.”

Lui, incredibilmente, rise. I piccoli butte di fronte a noi mi restituirono una versione ampliata della sua risata.

“Adesso non ha più senso, è vero.”

“Cosa vorresti che ti dicessi, quindi?”

“Solo perché non mi hai aspettato.”

 

 

Sotto la categoria RaccontAmi trovate i primi due episodi di questo racconto, nel caso ve li foste persi!

Pensieri sconnessi di un ex-ventisettenne: La Spesa!

Non c’è proprio niente da fare. Questo nuovo sentimento di sort-of-growing-up si evince anche dalla spesa di un’ex ventisettenne.

Non era troppo remoto il tempo in cui potevano ingurgitare tutto quello che volevamo senza se e senza ma (cosa che io vedo ancora fare a mia sorella, per esempio, che ha cinque anni in meno di me. Fai bene, amore!).

Aprivamo i nostri armadietti delle dolcezze ed erano ben stipati di merendine, cioccolatini ma soprattutto (nel mio caso) di PATATINE.

Adesso invece ci rendiamo conto che non possiamo mangiare solo ed esclusivamente le Più Gusto della San Carlo (di cui io conosco fieramente tutti i tipi). Perché la nostra pelle non regge, il nostro stomaco nemmeno e tutto il resto della carrozzeria gli va dietro.

Dunque dobbiamo relegare al ruolo di peccatucci queste ghiottonerie e invece riempire i nostri carrelli della spesa con ben altro.

Ed eccolo questo ben altro: yogurt greco a cazzuolate, semini di qualsiasi cosa tanto che sembriamo dei passerottini malnutriti, drinkettini di frutti rossi antiossidanti nella speranza che drenino qualcosa, a proposito di drenanti abbiamo qualsiasi tipo di tisana drenante, dimagrante, esfolliante (tutto purché finisca con –ante), very sad salad nella speranza che diventino zucchine fritte, cereali per rimpinzarci di fibre invece che di Nutella e infine lui, l’ultimo arrivato degli ultimi anni. Lo Zenzero!

Non nego che questo healthy food effettivamente ogni tanto mi dona delle felicità, ma vuoi mettere con un pacchetto intero di San Carlo alla senape?

E voi ex ventisettenni, cosa avete aggiunto (o ahimè abbandonato) nel vostro carrello della spesa?

L’albero di mimosa.

Nel nostro paese c’era un parco. Per me, bimba di cinque o sei anni, era un parco immenso. Era segnato da tante siepi, passaggi impervi che portavano a panchine isolate, a giochi sgangherati. Ti ci potevi nascondere, in quel parco, e giocare a scappare dai tuoi fratelli o dai tuoi compagni. In fondo al parco, dove le siepi si interrompevano infine, c’era un piccolo edificio con l’insegna in ferro battuto. Un edicola? Un qualche bigliettaio? Non ne ho idea, non me lo ricordo più. La mia immaginazione lo ha reso un posto magico, che vendeva caramelle, un antro nascosto pronto a dispensare meraviglie a chi era così ardito da cercarle.

Accanto al caramellaio, un albero di mimosa. Vediamo sempre i mazzetti gialli avvolti in sacchetti di plastica con nastrini melensi. Non pensiamo mai all’albero, al fatto che sia alto, maestoso, con i rami folti.

A molti il profumo delle mimose non piace, è talmente forte da causare il mal di testa. Io lo adoro. Perché mi ricorda quando correvo in quel parco, ancora a casa mia. Quando tutto era grande e immenso e spettacolare.

Mi ricorda che quando ci andavamo a giocare e sentivi quel profumo pungente, era quasi primavera.

Il Racconto del mercoledì: Conversazione su ciò che non sarà mai, Part 1

“Se io ci avessi provato, allora, avresti accettato?”

Eravamo sul piccolo terrazzino comunicante tra le nostre camere. Intorno a noi, il pacifico nulla. La formazione rocciosa, che faceva da sfondo al retro del cottage, tipica di quella zona dello Utah, ci stava di fronte muta, senza vita. Inglobata dal nero della notte. Si sarebbe svegliata e avrebbe iniziato a brillare solo tra qualche ora, risvegliatasi come una principessa grazie al caldo bacio dei raggi del sole.

Ora non le restava che fare da silenzioso testimone alla nostra conversazione.

Mark aveva pettinato i capelli lunghi, biondo cenere, all’indietro. Erano ancora bagnati, aveva appena fatto la doccia. Potevo sentire l’odore familiare del suo bagnoschiuma. Era sempre lo stesso. Quante volte lo avevo usato, io stessa, per sentirlo più vicino?

Alla fine del viaggio in Italia, la confezione ancora mezza piena del suo bagnoschiuma era finita nella mia valigia. Chi sa perché.

In quel momento, lui teneva la mano sinistra sul costato. Quella destra, lungo il fianco, reggeva una Marlboro. Il barbaglio della miccia, rosso vivo, era l’unica luce.

Mi allungai verso di lui per sfilargli la sigaretta. Aspirai ed espirai, veloce. Non ero affatto una fumatrice provetta. Avevo sempre temuto l’ira di mia madre, dal fiuto infallibile, che aveva passato la mia adolescenza a minacciarmi che me le avrebbe fatte ingoiare.

Cosa avrei dovuto rispondere, a Mark?

Cosa, per far meno male ad entrambi?

“Non lo so” riuscii a dire.

Non era vero. Certo che lo sapevo.

Lo vidi sorridere. I miei occhi, ormai abituai al buio, potevano distinguere ogni suo movimento.

Non potei non ricordare quei tre mesi passati insieme.

All’epoca in redazione c’ero appena arrivata. La mia scrivania era quella di fronte alla sua. Non c’era più spazio nell’ufficio degli altri fotografi, e quel posto era libero. Le prime tre settimane Mark non mi aveva nemmeno mai guardata. Tutto preso com’era con le sue storie, con i suoi pezzi. Con l’editare gli articoli degli altri per renderli più efficaci. Poi, la proposta per lo speciale sul centro Italia. Io ero stata una scelta forzata. Con i nonni italiani, ero l’unica che sapeva un pochino della lingua. E lui, be’, era l’autore più seguito.

La prima volta in cui mi parlò per più di due minuti fu in aereo. Discutemmo l’itinerario. Roma, Viterbo, Perugia, Orvieto.

Lasciata la caotica e meravigliosa Roma noleggiamo un auto. Ci alternavamo alla guida. Lui si lamentava della visibilità delle strade, “con tutte queste curve non si capisce mai dove stai andando!”, io mi innamoravo ogni secondo di più di un luogo che sentivo di avere nel sangue.

Il giorno cinque, per la prima volta, Mark aveva riso. Stavamo mangiando un gelato. Io mi ero distratta, nell’assurdo tentativo di capire cosa si stessero dicendo due signore anziane che parlavano fitto fitto nel dialetto del posto. Non mi ero accorta che il gelato si stava sciogliendo e che aveva iniziato a colare.

“Oh no, che disastro!” avevo esclamato una volta accortami delle mie scarpe nuove, adesso tutte maculate di crema.

A quel punto, lui era scoppiato a ridere. Non ero nemmeno riuscita ad offendermi per la sua mancanza di tatto, tanto mi piaceva sentire quel suono per nulla familiare.

Da quel momento, non ci furono più silenzi. Fu come se avessi scardinato, con una banalità, una cassaforte. Lavoravamo tanto. Lui scriveva almeno due ore, io mi alzavo all’alba per andare a fare le fotografie nei mercati, tra gli ortolani e i macellai.

La sera uscivamo a cena, e io sembravo una millennials fissata con i social network, a fotografare ogni piatto.

Certo, Mark non era un galant uomo. E glielo feci anche notare. Non mi diede mai la sua felpa, nemmeno quella sera in cui stavo congelando, nella pittoresca Civita di Bagnoregio. Usciti dalla piccola osteria il vento aveva preso ad ululare. Era rimasto tutto il giorno nascosto chi sa dove sulle montagne e si era deciso a uscire solo con il favore del buio. Mi ricordo il suono delle vie e delle case ormai abbandonate, di quel minuscolo paese arroccato sull’ultimo sperone di roccia del canyon, una sorta di grido di aiuto per una città morente. Mi aveva fatto venire i brividi, e la mia canottiera con le frange non bastava. Avevo guardato languida la felpa nera di Mark, e senza bisogno che dicessi nulla lui aveva scosso la testa. Mi disse semplicemente che dovevo pensarci prima.

Mi faceva impazzire. In tutti i sensi. Sempre a tenermi a distanza. Sapevo che non scriveva solo per la rivista. Stava anche scrivendo altro. Si rifiutò di farmi leggere qualsiasi cosa che non fosse di lavoro. Lo guardavo, prima di cena, seduto nei terrazzi degli alberghi, a pigiare tasti furiosamente sul suo portatile. Sentivo quasi l’energia creativa che scaturiva dalla sua mente e inondava la pagina.

Come se mi avesse letto nella mente, durante la nostra conversazione al buio mi disse:

“Ho finito un romanzo, in Thailandia. Se verrà accettato dall’editore potrei lasciare la rivista.”

Eravamo al momento in cui lo pregavo di non farlo? In cui gli chiedevo di restare, per me?

No, non credo proprio.

“Sono contenta per te. Sarò la tua prima fan. E voglio la mia copia autografata. Di cosa parla?”

“Di un amore che non nascerà mai.”