Il Racconto del mercoledì: Un bacio nell’Apocalisse.

Ero sdraiata a letto. Le braccia lungo i fianchi. I capelli appiccicati addosso. Il respiro veniva rubato a metà strada dall’asma, come da un bambino dispettoso che ti toglie il suo pallone proprio prima del tiro. I polmoni mi si riempivano per un terzo, costringendomi a boccate sempre più profonde e affannate.

Sentii che il braccio sinistro mi veniva spostato, poi piccoli baci mi costellarono il fianco. Mi girai per andargli incontro. Le sue labbra si poggiarono leggere sull’addome scoperto, infine sul tessuto dei pantaloncini sopra l’inguine. Un attimo dopo si puntellò sul materasso per alzarsi. Gli afferrai l’indice e il medio della mano per trattenerlo, schiudendo un occhio. Lui si chinò su di me, mi diede un bacio sulla fronte, poi disse: “C’è la colazione”.

Annuii, mollando la presa.

 

Ci conoscemmo al Tunnel. Il posto più brutto che io abbia mai visto in tutta la mia vita. E, di questi tempi, di posti brutti ne avanzano.

Ero riuscita ad arrivare tra i primi, sospinta da una donna che era un’amica di mia madre. Avevo guadagnato una buona posizione. In fondo, al riparo, lontano dall’ingresso e dalla pioggia, che inevitabile bagnava chi era arrivato per ultimo.

I primi giorni li passavo a leggere. Non si poteva fare altro, nel Tunnel. C’era chi faceva interminabili partite a tetris nella polvere, chi guardava il soffitto con aria smarrita. Tutti gli altri, più o meno, piangevano. Io, leggevo. Avevo con me solo La frontiera scomparsa di Sepulveda. Mi ricordo che temevo di averlo perso, e  avevo incolpato mia madre di averlo dato via, quando l’estate prima si era messa a fare “Decluttering” dei libri.

“Ma come si può buttare Sepulveda!” avevo urlato.

“Ti ho detto che non l’ho buttato! Ce l’avrai tu, da qualche parte!”

Aveva ragione. Era nella mia stanza. Fu l’unico titolo che afferrai, prima di andarmene di casa con lei che già scalpitava alla porta. Riportava alla terza pagina una dedica di mio padre.

Il testo era diventato sgualcito e gonfio, a furia d’esser sballottato senza molte cure. Avevano provato a comprarmelo, poi anche a rubarmelo. In situazioni come quella, anche il minimo barlume d’intrattenimento valeva quanto il cibo.

Lo stavo rileggendo per la terza volta quando arrivò lui. Giudicai che doveva avere la mia età, all’incirca. Non mi parlò, ovviamente. Nessuno lo faceva. Si diventava vicini di sacco a pelo e basta. Chi aveva qualcuno con sé si riteneva fortunato. La stragrande maggioranza di noi, però, era solo.

La notte era la parte peggiore, come diceva Kent Arouf ne Le nostre anime di notte. I gemiti si facevano più strozzati eppure terribilmente più udibili.

Sentii che lui, il nuovo arrivato, tremava. Io avevo una maglia termica, che mi aveva dato mio cugino prima di andare nella direzione opposta alla mia, lui non aveva nulla.

Avvicinai il mio sacco a pelo al suo, per arrivare a far toccare le nostre schiene. Lui, non appena percepì quella vicinanza, si girò verso di me, aprì la cerniera del mio giaciglio e mi tirò a sé.

“Stringimi” mi disse solo in sussurro all’orecchio.

Così feci.

Per un po’ credetti che avrei percepito dell’eccitazione, invece nulla. Si era assopito subito. Io, che odiavo che qualcuno anche solo mi sfiorasse durante il sonno, stavo adesso avvinghiata a un estraneo.

Era normale, in quella cattedrale del silenzio in cui tutti pregavamo un dio che evidentemente se n’era andato da un pezzo.

Quando mi svegliai, ancora ancorata al suo corpo, lui invece era sveglio, ma guardava vigile sopra la mia spalla, verso l’entrata del Tunnel.

Allentai la presa.

Quando si accorse che mi ero svegliata, mi guardò e mi sorrise. Notai per la prima volta gli occhi grigi, come il cielo novembrino.

“Come ti chiami?” mi chiese piano.

“Jen.”

“Come Jennifer?”

“No, come January.”

Soffocò una risata.

“Lo so, mia madre è strana.”

Mi fermai, prima di correggermi.

“Era, era strana.”

“Mi spiace.”

“Anche a me. Tu?”

“Mi chiamo Noah.”

“Piacere, Noah.”

“Piacere, January.”

 

Le giornate passavano una identica all’altra, la mia testa ormai era talmente assuefatta all’odore di chiuso, umido, umano, da vagare costantemente in una sorta di vigilanza appesantita.

Leggevo Sepulveda con Noah, stavamo stretti uno all’altra.

Lui ogni tanto veniva chiamato per le ronde, e io che avevo smesso di pregare ricominciai stupida a chiedere che tornasse, non appena andava via.

“Dobbiamo andarcene di qui” mi disse una notte.

“Dove?”

“Non lo so, via dalla gente. La gente è stupida. Se ti accadesse qualcosa, per colpa loro?”

Se accadesse qualcosa a me? Ci conoscevamo appena, come poteva già preoccuparsi per me?

Eppure era stato facile e immediato, l’aggrapparsi alla sopravvivenza di qualcun altro per rendere più vera e più credibile la propria.

 

Noah era uscito per la ronda, come sempre. Io lisciavo il mio sacco a pelo, nella ripetizione meccanica di un gesto senza senso. Poi udii un urlo. Breve e intenso, di stupore. Come quando qualcuno si scotta con dell’acqua bollente, e quasi gli fa più male la sorpresa che non la bruciatura.

Sperai che fosse così. Che una qualche donna sbadata avesse urtato un pentolino, facendosi cadere addosso del liquido sopra i cento gradi.

Invece all’urlo ne seguirono altri. Più allungati, pieni. Non erano di sorpresa, erano di terrore, da animali al macello. Infatti le Ombre Lunghe iniziarono a insinuarsi nel Tunnel. Le vedevo allungarsi verso di noi, mentre intorno a me si scatenava un inferno di caos e paura. Mani ossute e nere che si facevano spazio sulla parete, nel riverbero della luce che illuminava solo l’entrata a quella che adesso era una trappola mortale.

Mi alzai di scatto, afferrando il mio zaino. Noah, Noah, Noah, pensai. Ma se erano arrivati, vuol dire che la ronda era perduta. Non era suonata la sirena di avviso, nulla. Erano morti, non c’era altra spiegazione. Iniziai a farmi strada a spintoni, tra la gente che ancora non usciva, che non sapeva che fare, che un po’ senza dubbio si era arresa e aveva decretato che quello fosse il suo momento, quanto di quelli a cui stava intralciando il passaggio.

Io invece no. Almeno volevo rivedere la luce, giusto un ultimo attimo. Di morire rinchiusa, come un topo, non esisteva.

Le urla però si fecero più pressanti, vicine. Sentivo quasi il loro fiato sul collo. Mi girai. Dietro non c’era nessuno.

In quel momento, però, qualcuno mi afferrò la mano. Vidi solo la nuca di Noah, mentre mi tirava fuori di lì, verso un’uscita a me sconosciuta.

Una volta fuori, all’aria aperta che quasi mi stordii, lui chiuse il bocchettone dietro di noi. Tanto, non c’era più nessuno.

Ci sedemmo, uno accanto all’altra, nella terra umida. L’odore bagnato di terriccio mi solleticò il naso, il primo profumo che sentivo da tanto, tanto tempo. Nemmeno lo sapevo, che eravamo in un campo. Alzai lo sguardo e notai che il tunnel era in realtà un edificio di quattro piani con finestre sbarrate. Non avevo idea di come avesse fatto Noah a farmi lasciare il tunnel per finire lì.

Una pioggia leggera iniziò a imperlarmi il viso, fresca e vitale. Alcune gocce restarono intrappolate nei suoi capelli.

“Come la rugiada” gli dissi sfiorandole, prima che lui prendesse il mio viso, per darmi il più bel bacio in mezzo all’Apocalisse.

 

“January, la colazione” ripeté Noah.

Aprii gli occhi e fui del tutto sveglia. Quelli che avevo sentito non erano baci, ma lui che scioglieva i legacci attorno al mio polso.

Quando lo guardai, mi rivolse il suo sorriso imbarazzato, a metà tra il dolce e il compassionevole.

“Hai detto rugiada, prima di svegliarti. Vuol dire che non fai più brutti sogni?” mi chiese mentre poneva accanto alle mie uova un bicchierino dove fece scivolare quattro di quelle che chiamavamo “le caramelle”.

“Esatto. Non faccio più brutti sogni.”

“Basta Ombre Lunghe?”

“Niente Ombre Lunghe” mentii.

“Benissimo, sono davvero felice per te, January. Oggi pomeriggio se ho tempo passo per finire Sepulveda, ti va?”

“Certo Noah, grazie” gli dissi prima di iniziare la mia colazione.

 

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#Sharingbooks, la week della Fantasia!

sharing

Ebbene rieccoci all’appuntamento settimanale #Sharingbooks, creato dal blog Vuoi conoscere un casino? e a cui sono stata invitata dalla super Feliscia de Il Lettore Curioso.

Ogni settimana, per un mese, vi proporremo tre bellissimi titoli su diverse tematiche. In caso ve lo foste persi (giammai!) qui vi riporto le mie scelte per la settimana a tema Ammmore, mentre questa settimana il tema principale è FANTASIA.

Con questo tema ci sarebbe da sbizzarrirsi. Sono un’amante del fantastico da sempre, anche se devo ammettere che soprattutto negli ultimi anni i miei gusti si sono modificati, orientandosi invece sempre più verso la narrativa generale.

Ciò non toglie che la mia libreria sia ben fornita di libri in cui l’ingrediente principale è il fantastico, il non reale, l’impossibile eppure possibile.

Partiamo subito allora, shall we?

  • Neil Gaiman, Cose Fragili.

cose fragili

Sarò sincera, il mio Gaiman preferito è American Gods, ma purtroppo non lo posseggo fisicamente dunque mi è stato impossibile fare una bella foto della copertina. Al contrario Cose Fragili sta bello comodo sul mio scaffale. Si tratta di una raccolta di racconti di questo scrittore geniale e incredibilmente talentuoso. Il mio preferito di tutti, un racconto sui ragazzini venditori di caffè ambientato a New Orleans.

  • Sesso e Lucertole a Melancholy Cove, Christopher Moore

sesso e lucertole

Christopher Moore è un pazzo. Folle. Fuori di testa. Per questo, i suoi libri sono semplicemente straordinari! Questo in particolare, è uno dei libri ambientati a Pine Cove, una tranquilla cittadina di quelle costiere fatte per i turisti, finte fino all’incredibile, abitata nei mesi freddi da una serie di personaggi bislacchi, che per loro sfortuna si scontrano con un mostro gigante che mangia le persone (che non disdegna però l’amore della matta del paese. L’avevo detto che Moore è fuori di testa).

Oltre a essere folle, è anche uno che prende le storie degli altri, ci entra e le ribalta, mantenendo stranamente un rispetto incredibile verso la storia originale.

A mio modestissimo avviso, è un autore da non perdere assolutamente.

  • Immortal, Katiuscia Napolitano

immortal

Rullissimo di tamburi………… Ecco a voi……….. Il mio primogenito!

Non ne parlo spesso, e forse sbaglio, ma nel 2015 è nato il mio primo figliolo cartaceo. Si tratta di un lavoro iniziato ben sette anni prima, quando ne avevo appena diciassette (e sono già passati dieci anni, oh my goddddddd) e finito mooolto dopo. I personaggi sono rimasti nel cassetto per qualche anno, prima di essere finalmente ripresi e portati a compimento. Insomma, qui si parla del mio primissimo amore. In quelle duecento pagine c’era tutto il mio mondo: l’amore, l’amicizia, i vampiri, le storie epiche…

Non posso farci niente, ma mi vengono gli occhi a cuoricino quando lo guardo!

Vi lascio la trama e qui  il link Amazon qualora vi venisse la voglia di darci un occhio:

Firenze, dicembre 1999.Due giovani amanti immortali, Sally e William, trascorrono le loro notti a caccia di vittime ignare e i pomeriggi tra shopping e passeggiate lungo l’Arno. A interrompere una serena e appagante routine arriva la convocazione dell’anziano Cesar, capo della congrega dei vampiri. Al raduno, a cui convergono molte creature della notte, egli spiega che è necessaria una trasferta a New York per combattere compatti contro la setta delle Streghe Arcane, acerrime e pericolose nemiche dei vampiri. Le Arcane, secondo un rapporto ritenuto affidabile, hanno trovato un antico manufatto capace di rivelarsi un’arma micidiale. Poco convinti della situazione Sally e William vorrebbero rifiutarsi di andare ma le leggi della congregazione non ammettono disubbidienza a un Anziano. Pertanto, dopo pochi giorni fervono i preparativi per la partenza. Sally, tuttavia, è turbata da confusi ricordi di un passato che non riesce ad afferrare completamente.Ricordi che William ha sì cancellato nel momento in cui l’ha trasformata quasi duecento anni prima combattendo per lei contro tre giovani streghe, ricordi però che nonostante tutto cercano di riemergere dalle nebbie della memoria di Sally.

 

Bene, finito! Mi sottraggo alla regola delle nuove nomine, invitando chiunque voglia unirsi a questo bell’hashtag (nel caso, dite che vi ho invitati io, eh!).

Ci vediamo settimana prossima con un nuovo appuntamento!

 

 

Il Racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai, part 7 (Finale)

“Quando vi ho visti in pausa ho capito che era tutto perso.”

“Si può perdere qualcosa che non si ha mai avuto?”

“Certo, ci ho scritto tutto un romanzo sopra.”

Scoppiai a ridere.

“Dovrei chiederti i diritti, allora.”

“Sì, infatti.”

“Mi dispiace, Mark. Per tutto.”

“Non devi.”

Mi alzai, si alzò anche lui.

“Aspetteresti ancora cinque minuti con me, tempo dell’ultima sigaretta?”

Non risposi nemmeno, mi appoggiai solo alla ringhiera accanto a lui, mirando il dolce nulla.

Avrei voluto dire tante altre cose. Dirgli che se tra noi non era successo nulla era per un motivo, che forse quella giusta, quella che avrebbe fatto diventare l’Amore facile anche per lui era lì da qualche parte, che guardava il buio della notte più profonda chiedendosi lui dove fosse. E allora va’, cercala, trovala. Farai il secondo passo, ti verrà naturale, come è venuto a Ector quella sera di fronte alla mia porta di casa. Perché lei non sono io. Io sono di qualcun altro.

Non dissi nulla, invece.

Gli augurai buonanotte e andai a dormire.

 

Era venerdì, noi saremmo rientrati in ufficio il lunedì.

Non sentivo Ector da due settimane. Crudele, lo so, ma avevo bisogno di capire, e finalmente avevo capito.

Vedemmo le luci di Los Angeles che era ormai il tramonto. Una luce arancione, prima dell’ennesima notte, si adagiava sulla città disegnandone i confini. Chiesi a Mark, che avrebbe riportato l’auto a noleggio, di lasciarmi da mia sorella. Volevo vedere mio nipote.

Quando parcheggiò, mi guardò per un attimo.

Aveva capito che non stavo per vedere Nelly.

“Vi auguro buona serata” mi disse solo, prima di aprirmi il bagagliaio.

Io gli diedi un bacio sulla guancia ispida. Un lungo unico bacio casto, da mettere con quelli immaginari nella scatola di Mark, ormai riposta in uno dei ripiani alti del mio armadio mentale.

Poi scesi.

Chiamai al volo un taxi, guardando l’orario.

Sperai che fosse in ritardo, che non avesse impegni, che rientrasse a casa prima di uscire.

Arrivai di fronte alla sua porta, la luce in casa era spenta.

Mi sedetti sulla mia valigia, in attesa.

I minuti furono lunghissimi. Pieni di pensieri orrendi.

Magari non torna. Magari torna ma con una donna. Magari torna e mi dice che sono stata una stronza a non farmi mai sentire e chi mi credo di essere. Magari mi dice che ha preso un abbaglio, che l’ha capito grazie alla distanza, ma che possiamo restare amici.

Quando lo vidi avvicinarsi, quasi mi scoppiò il cuore. Aveva il suo sguardo serio, quello di quando lavora. Stava guardando il cellulare, non mi vide subito.

All’imbocco del vialetto di accesso alla casa si fermò, alzò lo sguardo. Si illuminò nel suo sorriso di bambino di fronte all’albero di Natale.

“Ti sono mancato, quindi!”

Io balzai in piedi, corsi da lui, gli saltai al collo.

Mi lasciai cullare dalla sensazione della sua presa, prima di restituire il bacio alla porta che mi aveva donato qualche settimana prima.

“Sì, mi sei mancato.”

 

 

Grazie a tutti quelli che sono rimasti sintonizzati su questo lungo racconto fino al suo epilogo, che spero con tutto il cuore sia di vostro gradimento 🙂

 

Pensieri sconnessi di un ex ventisettenne: Le cose che non possiamo più fare.

Ebbene, temo che potremmo essere arrivati al capolinea di questa fantasmagorica rubrica (a meno che, ovviamente, le ex-ventisettenni all’ascolto non mi propongano altri temi che al momento mi sfuggono!).

Quindi, per questa forse-per-adesso-ultima-puntata propongo un listone delle cose che non possiamo più fare in quanto ci siamo appunto evolute in queste figure ibride che stanno a metà tra i venti e i… insomma avete capito, quelli che vengono dopo!

-Fare l’alba

Non è che non possiamo per principio o che ci trasformiamo in Gremlins (oddio, non so, io probabilmente sì, visto che sono impastata con il sonno!), ma è sicuro che verso l’una (spesso anche prima, già a mezzanotte) la nostra veneranda età si fa sentire e la serata diventa tutto uno sbadiglio con tanto di “oh, ma che abbiocco mi è venuto…”.

-Uscire in compagnia che contano tra le venti e le cinquemila persone

Le “compagnie” sono uno dei tratti distintivi dell’adolescenza e della primissima età adulta. Hanno il loro nucleo iniziale, il loro fulcro, fino a una serie infinita di satelliti che vi gravitano attorno. Più grandi sono, più grandi diventano, perché proprio come per la gravità, l’attrazione di altri soggetti dipende dalla massa.

Io, che di natura fin da piccolissima sono sempre stata una misantropa convinta, le ho certe frequentate, e anche diverse, ma non sono mai stata una fan sfegatata di questi carrozzoni di gente (tanto è vero che ne ho viste sgretolarsi alcune, con la perdita puntuale di pezzi della coda del serpente).

A queste preferisco, ho preferito e sempre preferirò le amicizie vere, autentiche, che non esistono solo al sabato sera per uscire a intasare i locali e affittare le baite ma che vivono all week long.

-Mangiare un pasto completo con cinque euro al Mc

Io questo non posso più farlo da un bel pezzo, il mio palato e il mio stomaco si sono evoluti in egual modo un sacco di tempo fa, ma adesso vedo che il rigetto verso la cattiva cucina è generale. Piuttosto, andiamo al ristorante una volta sola ma almeno che sia il ristorante indiano che ci piace tanto tanto tanto.

-Essere spericolate

Non che siamo mai state abituè degli sport estremi, ma fino a un paio d’anni fa non ci pensavamo due volte a buttarci a capofitto nelle cose. Tipo dormire in spiaggia senza un minimo di organizzazione (vorrei vederci adesso, minimo non riusciremmo nemmeno a rimetterci in piedi uccise dai reumatismi!), passare una notte a Venezia in senso molto letterale (senza alloggio, per intenderci, ho dormito su una panchina), fare delle cose a Parigi inenarrabili e dormire un’ora prima di rimettersi in viaggio verso casa.

Magari lo faremmo anche adesso, però certo facendoci un paio di domande in più e provando ad andare, giusto quel filo, più sul sicuro.

 

Però, adesso che ci penso, potrei fare una lista delle cose che invece POSSIAMO fare. Perché crescere avrà pure qualche vantaggio, o no?!

 

Pic of the Week: Self Portrait.

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Nuova rubrica, per questa domenica. Da tre anni, circa, anche la macchina fotografica è entrata a far parte della mia vita. Non sono una fotografa, per carità (sono una scrittrice o una wannabe scrittrice), però mi piace. Ogni tanto, mi escono pure bene.

Questa fotografia, una delle pochissime che mi ritrae al matrimonio degli amici Docs -dato che le fotografie le facevo io-, me l’ha fatta Andrea. E non posso nemmeno incazzarmi che non me ne fa, perché quando le fa escono pure bene…

 

#Sharingbooks – La week dell’Amore!

sharing

Ebbene, quando la mia amica Feliscia de il blog Il Lettore Curioso mi chiama a raccolta per un hashtag, non posso non accettare!

Questa bella iniziativa, #Sharingbooks,  è nata dal blog Vuoi conoscere un casino? e ha come scopo quello della promozione e della diffusione dei libri attraverso i social.

Per tutto il mese, avremo un tema a settimana (io che sono anarchica, invece del lunedì pubblicherò le mie scelte il giovedì. Abbiate pazienza, lo sapete che qualcosa lo devo sempre cambiare!).

Per la descrizione dell’hashtag, fatta in modo più serio, vi rimando qui

Eccovi i temi:

Week 1: Amore (all meaning possible, platonico, romantico, filiale ecc…)

Week 2: Fantasia (l’immaginazione pura, il fantasy, l’immaginifico. Insomma, tutto ciò che non è, grazie al cielo, reale)

Week 3: Felicità (parliamo di progetti andati a buon fine, di quei libri che ti fanno chiudere l’ultima pagina con un sospiro di gioia)

Week 4: Coraggio (eroi ed eroine, io preferisco quelli di tutti i giorni, ma anche Batman va benissimo…)

Bando alla ciance, dunque, e procediamo con i tre Libri da me scelti per il tema super cuoricioso di questa settimana.

  • How Much the Heart Can Hold, autori vari

 

how much the heart can hold (2)

Libricino acquistato nella mia Londra, in una libreria purtroppo in svendita. Ma che bella è, la copertina? Si tratta di sette racconti, ognuno che affronta con il personale tocco dell’autore diverse sfaccettature dell’Amore.

Qui la recensione pubblicata sul mio secondo blog, quello tutto sui libri, Little K Library

  • Le mamme ribelli non hanno paura, Giada Sundas

le mamme ribelli non hanno paura

Esiste un Amore più grande di quello di una mamma? No, ragazzi.

Questo romanzo autobiografico, divertente e fuori dagli schemi, racconta le gioie (ma, molto molto molto più i dolori) dell’essere mamma.

Recensione, sempre qui

 

Dovrei finire con il terzo libro, e qui sarebbe perfetto il mio bambino inglese, che purtroppo è in dirittura d’arrivo e quindi non ancora pronto. Mi tengo il posticino dell’hashtag, ci state (tanto, anche se non ci state… lo sapete già)?

Concludo, oltre che con i ringraziamenti ufficiali a tutti i Blog coinvolti (e con le scuse per non aver seguito proprio proprio proprio alla lettera le indicazioni, ma alla mia età si diventa camurruse, gergo tecnico palermitano per rompicoglioni), con le mie nomine:

 

Vi aspetto giovedì prossimo con i prossimi libri, per la Week sulla Fantasia!