Il Racconto del mercoledì: Ufficio di notte.

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Questo racconto è datato. Avrà almeno cinque anni, nato durante uno dei corsi di scrittura creativa seguiti. Prima o poi mi metterò seriamente a sistemare tutto il materiale preparato durante i corsi. Intanto, godetevi questo raccontino ispirato al dipinto Ufficio di Notte di Edward Hopper.


Ufficio di Notte.

Come spesso a quell’ora, Lucy era davanti alla cassettiera dei documenti. Aveva appena aperto il secondo cassetto quando si dovette fermare, con le mani appoggiate sul bordo. Edgar, seduto alla sua scrivania, sembrava agitato. Lei gli guardava la nuca, di nascosto, come al solito.

“Lucy, mi prenderesti il documento sull’ultima transazione con l’India?”

Lei lo trovò e glielo porse in un attimo. Gli stette accanto per un secondo, speranzosa di un suo sguardo.

“Grazie mille, cosa farei senza di te. Continua pure con le tue faccende” le disse lui, senza staccare gli occhi dal foglio.

Lucy tornò alla cassettiera e strinse con le mani il cassetto aperto, fino a sentire male alle unghie.

Non poté non ripensare a quella notte. Era stata sua l’idea di iniziare a commerciare con l’Asia. Lui, da responsabile delle vendite, l’aveva proposto al titolare. Tutto aveva funzionato, le vendite erano cresciute, così come gli incassi della società, che si erano duplicati.

Quando da responsabile era diventato direttore dell’ ufficio vendite, Edgar l’aveva portata fuori. Erano andati a cena. Poi, sotto l’effetto del vino, erano andati in un motel.

“Quando le cose si saranno sistemate diventerai mia socia, non sarai più solo una segreteria. E forse… potrei anche  lasciare mia moglie” le aveva sussurrato mentre erano sdraiati vicini.

Lei era felicissima, il cuore le stava scoppiando in petto.

Quella notte era stata piena di promesse, infrante l’una dopo l’altra come boccette di cristallo. E i cocci, che nessuno si era degnato di pulire dalla sua anima, la ferivano ogni giorno.

Passò un mese, e si sistemarono nel nuovo ufficio. Lucy aveva pensato che una volta sistemati Edgar avrebbe fatto l’annuncio.

Di mese ne passò un altro. Un giorno, nel terzo mese da quella notte, andò a trovarli il titolare.

Lei era seduta alla sua scrivania all’entrata, da cui vedeva la porta dell’ufficio. L’avevano lasciata socchiusa. “Capisco che tu ti senta ispirato, con quella segretaria. Ha delle gambe stupende” disse ridendo il titolare e Edgar aveva riso con lui.

Belle gambe, ecco cosa traspariva da lei. Non il merito del raddoppio dei guadagni di entrambi gli uomini, mentre quelli di Lucy erano rimasti invariati.

“Un altro mese” aveva pensato. “Un altro mese e me ne vado.”

Quando lei stava per consegnare le sue dimissioni, lui le aveva sorriso e dato un bacio prima di uscire. Allora le aveva stracciate, promettendo a sé stessa che se le cose non fossero cambiate se ne sarebbe davvero andata.

Erano passati altri quarantacinque giorni, e lei si trovava come spesso a quell’ora alla cassettiera. Gli occhi le si velarono di lacrime di delusione.

A quel punto Edgar si alzò, spense la lampada verde sulla scrivania e fece per uscire. Sulla soglia dell’ ufficio si fermò. “Lucy, sei molto bella con questo vestito blu. E davvero non so cosa farei senza di te. Buona notte.”

Edgar uscì e Lucy restò ferma per un secondo. Le lacrime le bruciavano il viso.

“Solo un altro mese” si disse.

 

 

 

 

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Il racconto del mercoledì: Quando ho ballato da sola.

Edimburgo l’ho visitata durante un viaggio di lavoro. Una visita veloce, che è bastata però per farmi innamorare di questa città. E per ispirarmi questo breve racconto.

Quando ho ballato da sola.

 

La sorte è ironica, lo so. Nessuno se lo ricorda meglio di me.

Non riuscirò mai a dimenticare quella sera. Eravamo qui, proprio qui, in questo piccolo hotel.

Io in un momento estatico di libertà. Ballavo sola, nella mia camera, le note di Ella Fitzgerald. Ero longilinea, i capelli mossi lunghi fino alla vita. Mi muovevo lenta su quelle melodie lontane, indossavo solo canottiera e gonna.

Pioveva. Avevo lasciato le tende scostate, in un atto di sfida verso il mondo esterno. Guardatemi.

Tu mi hai guardata. Eri nella tua stanza, mi hai fissato per tutto il tempo. Me l’hai detto solo a cena.

Dopo diverse canzoni ho sentito bussare alla porta. C’eri tu, con quegli occhi chiari chiari. Mi hai detto che dalla finestra ti sembravo sola, mi hai chiesto se volevo uscire a cena con te.

Siamo andati insieme a Edimburgo. Non ho idea del perché ti abbia seguito, era contro la mia natura diffidente. Forse quella sera volevo essere diversa, chiudere me stessa in valigia e indossare i panni di un’altra donna.

Mi hai portata in Rose Street, una delle vie del centro. Il posto era uno dei più strani che abbia mai visto. Il nome si sfugge. L’interno era un’accozzaglia di oggetti, libri, soprammobili, canne da pesca, targhe. Stipati in ogni angolo possibile, fino al soffitto. Eppure il tutto funzionava, stava in armonia. L’affascinante equilibrio del caos puro. Questo lo hai detto tu.

Io ho preso del salmone scottato, tu un hamburger.

Ci conoscevamo da un’ora ed era come se ci conoscessimo da sempre.

Mi hai porto il gomito, in un atto di cavalleria spontanea, perché mi reggessi meglio sui tacchi degli stivaletti neri, comprati apposta per quella conferenza.

Mentre salivamo la strada che porta al castello, arroccato arrogante in cima alla città, mi hai raccontato del tuo sogno. Volevi comprare un peschereccio, vivere di mare. Avere a che fare tutti i giorni con i suoi frutti.

Ti ho fatto notare che sarebbe stato faticoso, mi hai risposto che le cose che non vengono guadagnate con la fatica non sanno di nulla.

Quando siamo arrivati davanti al cancello chiuso di quel regno di un tempo c’eravamo solo io e te. Il vento sferzava con tutta la sua forza. Ci sfidava a desistere, ad andarcene di lì, a nasconderci in qualche pub come tutti gli altri.

Invece di dargli retta, aprii le braccia e iniziai a girare in tondo, assecondando le correnti. Sentendo le minuscole gocce di pioggia che mi imperlavano il viso. Annusando l’odore di sale che il vento portava dalla costa.

Di nuovo mi hai guardata per tutto il tempo, fino a prendermi, al volo, quando stavo per perdere l’equilibrio.

In taxi, tornando all’hotel, siamo stati vicini per scaldarci. Ho appoggiato la testa sulla tua spalla, ne ricordo ancora la spigolosità. Non ci siamo detti nulla.

Siamo andati insieme nella tua camera.

Ho notato ridendo quanto fosse ordinata. È stato strano, peculiare, vedere la mia stanza dall’esterno. Un reggiseno sul letto. I calzini per terra. Le scarpe comode una di qua e una di là. Da giovane non ho mai amato la precisione. Mi hai abbracciata, ci siamo baciati. Siamo stati insieme, e siamo stati bene. Mentre eravamo l’uno nell’abbraccio dell’altra, e fuori infuriava ancora il vento, mi hai parlato di nuovo del tuo sogno. Io ti ho confessato il mio, ma non posso di certo rivelarlo adesso. È rimasto chiuso in un cassetto tanto di quel tempo che, ne sono sicura, se lo dovessi andare a cercare non ci sarebbe neanche più. Migrato infine nel mobilio di qualcuno che ha deciso di farne uso.

Infine, guardandomi dritta negli occhi, in un impeto di follia amorosa mi hai detto: “Resta”.

 

Il giorno dopo, sull’aereo di ritorno a casa, ho pianto. Una signora con i capelli color della luna mi ha dato un fazzoletto. Poi mi sono addormentata, e al mio risveglio quell’avventura è sembrata solo un sogno.

 

Mi sono sposata con un ragazzo del mio paese, abbiamo avuto due figli. La nostra vita è stata piacevole, sia chiaro. Ma mai emozionante. Mai, neanche una volta, ha avuto lo stesso sapore di quelle quindici ore passate insieme a te.

Adesso mi trovo qui, a questa finestra. Siamo venuti a trovare mia figlia, in viaggio in Erasmus. Amo quanto sia libera, amo quanto afferri sempre appieno ogni opportunità. Lo so che i suoi successi non sono i miei. Che lei è lei e io sono io. Lo stesso nutro un po’ di orgoglio nel pensare che in lei ci sia una scintilla di me.

Non so se mi riconosceresti. Il tempo mi ha cambiata. I miei capelli sono corti adesso, mio marito mi ha sempre detto che i capelli lunghi li possono portare solo le giovani. Evidentemente io non lo sono più, per lui. Il mio corpo è stato plasmato da due gravidanze e si è seduto su ventitré anni di: “Buongiorno, sono Claudia”.

Io, invece, non faccio alcuna fatica a riconoscerti. Non sei poi cambiato molto. Hai qualche ruga, certo, ma quella fiamma nei tuoi occhi chiari è sempre vivida. E non mi è nemmeno difficile capire che il ragazzo con te è tuo figlio.

Vedo che sorridi, mentre gli mostri qualcosa su una lenza.

Io, intanto, mi chiedo per la milionesima volta come sarebbe andata se al tuo “resta” avessi risposto “sì”.

 

 

Il racconto del mercoledì: Il Bucato.

Cambiamo genere, rispetto alla scorsa settimana. Questo brevissimo racconto, a cui sono molto affezionata, è un piccolo racconto horror. Vincitore del premio Scheletri qualche anno fa, lo ripropongo qui oggi. Enjoy!

 

Il Bucato.

Ho lasciato il bucato steso. Non ci ho di certo pensato quando sei entrato sbattendo la porta, con gli occhi sbarrati. Io ho capito ma tu l’hai detto lo stesso.
“Sono arrivati al primo terrazzamento. Da qui ce ne dobbiamo andare subito.”
Io sono corsa in cucina, ho preso Lily, che mi aspettava seduta al tavolo, e le ho detto: “Aspetta qui due minuti mamma e papà”.
Non ho aggiunto altro ma lei ha iniziato a piangere. In silenzio, come le abbiamo insegnato.
“Ma che è successo?” ti chiedo.
Ti muovi veloce al piano di sopra, mentre io sistemo il borsone di Lily già pronto in salotto.
“Qualcuno ha macellato un animale al terzo. Il sangue è sceso dallo scarico della vasca e li ha portati qui in un attimo. Abbiamo al massimo dieci minuti.”
Sento entrare qualcuno dalla porta della cucina e mi precipito.
Mio fratello ha già il fucile in spalla.
“Il pick up è pronto, dobbiamo andare più in alto possibile.”
“Sono d’accordo. Siamo quasi pronti” gli rispondi comparendo alle mie spalle.
“E gli altri?” gli chiedo.
“Quelli al primo, andati. Dal secondo in poi, si stanno organizzando.”
Entra anche mia sorella e si fionda a prendere in braccio Lily, che in tutto questo è rimasta ferma immobile.
Le da un bacio sulle guancia dicendole di stare tranquilla.
Sembrano così piccole, e invece sono già grandi.
Mi ricordo di quel vecchio, nel bosco.
“Non ce la farete mai in un gruppo così numeroso. E con due bambine. Lasciatele qui con me…” ci aveva detto allungando un braccio verso mia sorella.
La pallottola di mio fratello l’aveva raggiunto in fronte nemmeno un secondo dopo.
Ci eravamo convinti di aver trovato una casa, qui ai terrazzamenti. Tutto controllato, tutto protetto.
Invece realizzo che siamo anche noi come il nostro bucato. Basta un soffio di vento per farci finire in un tritacarne.
I borsoni sono pronti, e lo sono sempre stati. Mentre montiamo in macchina sentiamo urla indicibili dall’inizio della collina. Non provo nemmeno più a tappare le orecchie a mia figlia.
Mentre partiamo guardo la coperta rosa di Lily ancora stesa e sono grata che non si macchierà di sangue. Almeno non del nostro.

Il racconto del mercoledì: Madame La La.

Finita la mia avventura londinese, ho deciso di aver bisogno di un “pretesto” per scrivere in modo costante. La scrittura è un muscolo, e come tale va allenata. Dunque, inauguriamo oggi la rubrica del racconto del mercoledì. Questo brevissimo racconto, nello specifico, è stato ispirato dal quadro Madame La La di Degas, presente alla National Gallery. Chi sa cosa pensava, Madame La La, prima della sua performance?

 

Madame La La.

Silenzio. La folla non esiste. Non esistono le luci, i fili tesi, il tendone che ci avvolge e ci abbraccia come il grembo materno.

Qui, ora. L’unico luogo in cui la nostra esistenza abbia un senso.

Non posso fallire. Un sorriso verso nessuno, l’ennesima maschera, poi mi dirigo, piano, al trampolino.

I piedi nudi, illuminati dalle mani sapienti di Michelle. Ha spostato i riflettori, così che i miei occhi tornino ad abituarsi al buio. La vista non può essere abbagliata, ma una volta in alto la vista poco importa. Il senso a cui ci affidiamo di più privo di importanza. Solo tatto e udito, con l’equilibrio il suo figlio prediletto, saranno vitali non appena staccherò i piedi dall’asse di legno.

Salgo i gradini lenta, senza fretta. Quasi due secondi per ognuno. Un tempo interminabile, per chi attende trepidante la mia acrobazia, un’inezia per me. Tempo ovattato e riempito di nulla, simile a quello in cui contemplo la mia orchidea, ogni mattina.

Cosa sto pensando, vi chiederete? Avrò paura? Sarò elettrizzata?

La verità è che ho smesso di provare emozioni molto, molto tempo fa.

L’ultimo sorriso, senza sentire le urla di rimando.

Poi, mi lancio.

Il vuoto, il mio unico amante.

 

 

 

 

 

Day 62 of 62. Casa dolce casa.

Mi sveglio intorno alle due, mezz’ora dopo aver preso sonno. Controllo il telefono e realizzo che giorno è. Siamo al diciassette dicembre, il giorno sessantadue di sessantadue. Sembrava così lunga, all’inizio, quel giorno al fiume. Invece, eccoci qui. Mi assale la tristezza, sto per salutare quella che è diventata la mia nuova casa. Il pensiero, però, che tra qualche ora potrò riabbracciare il mio Amore, mi fa riaddormentare con il sorriso sulle labbra.

Ri-sveglia, caffè e preparativi. Infine, saluto la casa e Charlotte. Entrambe ci emozioniamo, ma ridiamo quando piangiamo come delle vere Queen. Fotografia e poi via, verso la metro.

Grazie al cielo mamma e Angelica sono con me, altrimenti sarebbe stato un cinema con il bagaglio!

Riusciamo a prendere lo Stansted Express (lasciamo perdere il momento in cui mi cade in testa la mia valigia, nonostante il tentativo di salvarmi di un ragazzo spagnolo. Quindi se divento stupida, è per quello) e io temo che siamo già in ritardissimo.

Mando il duo a passare i controlli mentre io mollo la valigia, che, per un miracolo, passa senza sovra-prezzo.

Controlli passati e ci fiondiamo al Duty. Acchiappo del te per Andrea, qualche cibaria starbucksiana e poi gate. Peccato che una volta lì, ci dicano che sono in ritardo. Ma grandissime testoline di vitello, non potevi dirmelo nella parte principale così mangiavamo con calma?

Nulla, chiacchiero con una ragazza un po’ logorroica che a diciannove anni ha già rinunciato a tanti sogni (???), infine si sale. Resto in paranoia finché non vedo spuntare anche la testolina di Angelica.

Una volta tranquilla, i miei rubinetti si aprono. Questi due mesi sono stati la mia Room on ones’ own. Lo spazio dove riprendere me stessa. Ogni angolo di Londra che per me ha significato qualcosa è finito nel mio romanzo. Metto in cuffia gli Shinedown, la mia colonna sonora londinese, infine mi tranquillizzo e mi addormento.

Quando mi sveglio, sotto di me ci sono le nostre montagne. Siamo a casa!

Attesa ai controlli, dove però il ragazzo della sicurezza fa a mia mamma i complimenti per me e Angelica, poi volo in bagno per il barbatrucco. Ho indosso i leggings e il felpone bianco, la treccia è scombinata. Via tutto: calze velate e vestito rosso attillato, capelli pettinati e trucco rifatto. Andrea mi dovrà pur rivedere in condizioni ottimali, no? Mentre mi controllo, una signora mi dice: “Sei bona, sei bona” così le spiego che sono quasi due mesi che non vedo il mio amore.

Finalmente esco e mi appiccico tipo colla al mio Andreino, tanto che mia mamma e mia sorella iniziano a prenderci in giro.

Evviva, qui guidano dalla parte giusta!

Portiamo mamma e sorella a casa, così finalmente rivedo il mio papà!

Beviamo il caffè e loro mi danno due regalini di ben tornata, due decorazioni per l’albero con le volpi. That’s amore! 

Poi casa. Mi sembra assurdo salire i gradini fino al nostro appartamento, e altro regalo, Andrea mi ha comprato lo zerbino di Harry Potter!

Io però non sto più nella pelle, e non appena entriamo mi fiondo sui miei gatti, terrorizzati. Dean, quello che acchiappo, resta fermo finto morto mentre prova a ricordarsi ma questa chi è.

Giro per casa e l’odore della nostra camera da letto mi commuove. Sì, sono a casa davvero!

Cena con il bello e poi torniamo, che lui domani lavora.

Dean si accoccola tra di noi, dimostrandomi che si ricorda che sono la sua mammina.

Ebbene, abbiamo finito. Siamo all’ultimo capitolo di questa avventura. Ne ho scritti tantissimi, di capitoli, in questi sessantadue giorni.

Volevo ringraziare chi ha avuto la pazienza di leggersi tutti e sessanta gli episodi, chi mi è stato vicino ridendo con me delle mie disavventure. Spero di avervi fatto conoscere dei posti nuovi della città più bella del mondo, che già mi manca.

Londra mi ha lasciato tantissimo. Mi ha ridato la forza che avevo perso per strada durante l’ultimo anno, mi ha dato tantissime ispirazioni. Mi ha dato, soprattutto, un nuovo romanzo.

Però adesso sono di nuovo a casa. E sono felice.

Day 62, gone.

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Fly to someone

 

 

 

Day 60 and 61. Rinsavire, rimediare, traslocare.

Altro post riassunto. La presenza di mamma e sister ha leggermente scombinato i miei ritmi.

Partiamo dal day 60, venerdì. Dopo la colazione siamo andate al Tower Bridge, mamma non l’aveva mai visto se non da lontano. Pranziamo da Paul, che in quanto catena francese è accettabile al palato materno, poi lascio il duo al British Museum. Io intanto vado a Camden. Ho un po’ di cose da fare, tra cui finire un romanzo.

Mentre faccio gli ultimi acquisti, telefonata con la mia analista Zanardi. Parlare con lei mi rimette sempre in sesto (credo che inizierà a richiedere di essere pagata) e dunque siamo alla prima fase del rinsavire.

Scrivo sul mio taccuino da Miss Poppy (niente di meglio) nonostante in quel posto si geli. Lì, si compie la prima fase di magia, la mia nuova storia è tutta scritta. Ma il non averla sul portatile la rende incompleta, quindi decreto che non è oggi il giorno in cui ho ultimato il mio romanzo.

Ceniamo a casa e mentre le girls guardano Gilmore Girls io inizio a valigiare. Sarò nei guai con il peso, I can feel it.

Telefonata con il mio Andrea in cui esordisco con la mia migliore faccia da scuse, che lui conosce benissimo, e dunque siamo al rimediare.

Day 61.

Meno uno. Cazz, ci siamo. Esco presto, alle otto e mezza. Devo portare i capitoli scritti  a mano sul pc e dare così profondità alla fine del mio romanzo. Purtroppo Blend apre troppo tardi. Entro in un altro locale e mi attacco a trascrivere come una moderna amanuense.

Alle undici e dodici circa il mio nuovo romanzo è concluso. Il nuovo romanzo che amo alla follia, e che vorrei rileggere subito ma che so bene che devo lasciar lievitare per almeno un mese. Finito. La cosa che ha fatto di più la differenza torna a casa con me del tutto formata. Due mesi, dal diciotto ottobre al sedici dicembre. Se non è una prova questa, che Londra è stata la scelta giusta, allora non so cos’altro potrebbe esserlo! Non potrei essere più felice!

Torno a casa e trovo mia madre che interagisce non so come con Charlotte. Oh, si capiscono e ballano pure! Comunque, la cara Carlotta deve traslocare domani e non ha ancora iniziato. Dunque noi ci proponiamo di darle una mano e lei ci assolda. Ebbene, chi in vacanza fa anche un trasloco? Solo noi! Io e Angelica a portare le cose nella nuova casa (che è letteralmente appena attraversata la strada) mentre mamma imbusta “hardcore” come detto da Charlotte.

La cucina è fatta, ma il resto è ancora un casino. Siamo delle sfollate.

Alle due usciamo, voglio portare mamma ad Hyde Park. Mangiamo al Serpentine dove ho la possibilità di salutare l’amica-credo-Irene.

Infine, cugina Amalia con il suo boy. Andiamo con loro da Caffè Nero e chiacchieriamo per un po’.

Poi casa, dobbiamo finire i bagagli.

Mentre siamo in metro, mia sorella inizia a farmi vedere le fotografie che ha fatto in questi giorni ma la fermo. Appena vedo il Millennium mi viene il magone. Domani dovrò lasciare la mia nuova città, la mia jungla (come mi ha definito la mia analista, domani io sarò Mowgli, che torna alla civiltà dopo tanto tempo), il mio rehab. Come se non bastasse, ogni scorcio è confluito nel mio romanzo, non c’è posto che io non abbia amato di Londra che non sia lì. Ebbene, mi viene da piangere.

Mi tranquillizzo, cena da sfollate che di più non si può, e poi finisco la valigia.

Infine, preparo il biglietto per Charlotte con un piccolo pensiero. Una nuova candela.

Day 60 and 61, I can’t believe we are at 60s already, accomplished.

 

Day 58 and 59. Reazioni disastrose ai disastri.

Questo post, che racchiuderà i giorni 58 e 59 sarà diverso da tutti gli altri. Sarà una spiegazione in breve di quello che successo.

Mercoledì mattina è stato dedicato all’ultimo giro con mamma e sorella. Avevano l’aereo alle quattro.

Siamo state insieme, abbiamo mangiato, abbiamo chiacchierato. Infine le ho accompagnate in stazione, mamma si è commossa, tranquilla ci vediamo domenica e via discorrendo.

Io torno a casa, piove e mi va di starmene al caldo per prepararmi ai miei ultimi tre giorni organizzati in modo intensivo.

Sento mia sorella costantemente, fino alle quattro, quando NON le fanno imbarcare. La loro prenotazione risulta cancellata.

Vi ricordate il volo cancellato di domenica? Ebbene, mi era arrivata una mail di Ryanair che chiedeva se volevo procedere al rimborso o al cambio volo. Dato che avevo già preso un nuovo volo d’andata, ho selezionato il rimborso. Ero troppo stanca e rincoglionita per guardare nei dettagli, e ho scoperto mercoledì che il rimborso ha annullato in toto la prenotazione, volo di ritorno compreso.

Quindi, mamma e sorella che non parlano una parola di inglese da sole in aeroporto, panico, urla, lacrime. Insomma, una merda. Il primo volo per tornare a casa (dal desk della RyanAir ci hanno detto, in modo estremamente cafone, guardate on line) era sabato sera. La differenza dunque tra sabato e domenica è minima, senza contare che non riesco a sopportare l’idea di mangiarmi di nuovo l’ansia a pensarle da sole.

Morale della favola, sono tornate indietro, alloggiano da me (Santa Charlotte che le ha fatte stare qui, altrimenti oltre ai soldi del volo dovevo metterci anche quelli di un albergo, poi andavo diretta a vendere un rene).

Programmi stravolti, come la mia routine. Non c’è altro da dire. Stanno recuperando il tempo perso, ieri visita a Portobello che era il sogno di mamma.

Io mi sto riprendendo, male. Arranco. Pazienza, questi sono problemi miei.

Domani si torna a fare il blog come ho sempre fatto, oggi va così.

Day 58 and 59, thank God gone.