Esercizi scrittura creativa · RaccontAmi

OCCHI

Il sapore degli udon è sempre uguale, nonostante stasera io abbia in grembo un nuovo flavour, lo spicy shrimps with lime. Una brodaglia salina, con pezzi irriconoscibili, che però ha il merito di riportarmi al vecchio appartamento. Quello di adesso mi fa schifo. Da quando Paul è tornato in Australia, il numero 71 di Kelvingrove Manor è stato impietosamente liberato, costringendomi a prendere casa qui. È l’edificio, prima di tutto, a farmi schifo. Con l’ingresso al corner appiccicato a un Tesco, è un palazzone con accesso meccanico tramite codice. Niente più vialetto con le rose, niente più porta rossa meravigliosamente scrostata dal tempo, niente più finestra bombata della camera con vista giardino. Adesso mi tocca un portone simil ospedale e una finestra che dà sul semaforo. Ma il corridoio. È il peggio. Per raggiungere la mia porta, la 5f, devo fare due giri di un corridoio chiuso, da albergo brutto, con la moquette, senza aria, senza vita.  

Gli spaghetti informi mi ricordano quando con Paul, di rientro dopo una serata di quelle giuste, alle tre di notte ci trovavamo con una fame atavica e gli udon erano l’unica cosa che non richiedeva sbattimento. Due minuti e potevi placare lo stomaco. 

Mi aspetta una di quelle serate uguali a tutte le altre in cui mentre guardi una replica di Bake off UK ti trovi a chiederti se non sia il caso di considerare il tuo sogno anglosassone naufragato, e di tornare con la coda tra le gambe in patria. 

Ho appena finito la confezione, alzando il secchiello per far finire sulla lingua anche l’ultima goccia glutammata, quando un suono che qui non ci dovrebbe stare mi fa scattare la testa a sinistra.  

Il campanello. 

È un triiin di quelli gracchianti. Nulla di elegante, nessuno squillio allegro. Un suono che sembra partorito da una cornacchia. 

Chi è?  

“Chi è?” urlo, accorgendomi però che per la sorpresa ho usato la mia lingua.  

Mi affretto allora a correggermi, lucidando un inglese professionale per far finta di non essere un’immigrata, un organismo estraneo e in procinto d’esser rigettato dalla città.  

Non ricevo risposta. La casa sembra essersi fermata, con la tv in muto. Ho abbassato io? 

Chiedo di nuovo chi è, chi sei, alla porta come se dovesse esser lei a rispondermi, ma nessuna voce arriva a prendere per mano la mia richiesta, facendola aleggiare per la stanza sola, smarrita e stupida. 

Mi rassegno. Dev’esser stata la porta del vicino, che non ho mai incrociato, tanto che a volte credo d’esser l’unica a viver qui, trovandomi smentita al mercoledì, quando puntualmente da basso accanto al mio secchio della pattumiera ne trovo sempre altri.   

Unmuto la tv, la conduttrice con gli occhiali chiede a una signora come intende riempire i suoi bignè per il croquembuche. Poi lo risento. La cornacchia gracchia di nuovo. 

Scatto in piedi e mi fiondo allo spioncino. Se è uno scherzo, mi sono già stancata.  

Nessun volto deformato dal vetro tondeggiante riempie lo spiraglio. Quindi sì, sono stata presa per il culo da qualcuno più veloce di me. 

Torno al sofà, la tv di nuovo in muto, con le facce che muovono le labbra senza parlare, senza parlarmi. Ho i battiti accelerati, basta poco per aizzare la mia tachicardia. 

Decido che mi merito un dolce, ho ancora mezza fetta di cheesecake di Starbucks. Sono davanti al frigo quando ri-eccola, la cornacchia. Lasciando l’anta aperta a diffondere la sua luce biancastra in cucina corro alla porta e la spalanco. 

Due occhi enormi. 

Sono l’unica cosa che vedo, occhi che vedono me a loro volta, così neri che quasi ci si cade dentro. Mi serve uno sforzo per uscirne, per collegare che sono di qualcuno, per capire chi è il qualcuno. 

Un bambino.  

Mi arriva alla vita, forse nemmeno, con gli occhi d’onice dei bambini orientali e i capelli tagliati in un’orrida scodella appiccicati sulla fronte. 

È lui a parlare per primo. 

“Non trovo la mia mamma. Mi aiuti?” 

Perché ho l’impressione che non abbia parlato in inglese? Il labiale, forse, ha mosso le labbra in un modo strano, che mi confonde, io che sono abituata a basare metà della mia comprensione sui gesti che compie la bocca. 

“Mi aiuti?”  

Lo guardo ancora, ha una felpa verde, con un dinosauro, mangiucciata sul collo. Mio fratello faceva così, si tirava il collo della maglietta fino alla bocca e poi torturava con i denti il tessuto, fino a bucarlo. 

Anche questo bambino lo fa. 

“Va bene. Come ti chiami? Ti ricordi il numero del tuo appartamento?” 

Lui si gira, senza rispondermi, e si avvia a sinistra, dove ci sono le scale per i piani superiori. 

Seguo l’andatura ondulante del bambino, restando dietro di lui mentre si arrampica per le scale, alzando il ginocchio fino alla pancia per poggiare il piede sul prossimo gradino.  

Vorrei aiutarlo, ma questo bambino non è mio. E se la madre mi trovasse con il piccolo in braccio e pensasse che l’ho rapito? Potrebbe pensarlo comunque, ma io lo sto solo accompagnando, vero? 

Del resto lui non sembra far fatica, quindi lo lascio stare. 

Il sesto piano è identico al mio, la stessa tristezza intrinseca, lo stesso puzzo di ventilazione artificiale. 

Il bambino un po’ corricchia, mi obbliga ad affrettare il passo, continua a salire. 

“Te lo ricordi, allora? Non è che facciamo tutte le scale per niente? Io non ti riporto giù, eh!” 

Lui però non si gira, un Orfeo in miniatura che sa che Euridice lo segue, non teme di averla persa all’ennesima svolta di questi inferi fatti di mura beige ripetitive, sempre le stesse.  

7a, 7b, 7f, 8c, 8i, 9b, 9d. 

Dieci. Undici. 

“Piccolo! Sono stanca, abbiamo fatto sei piani! Dove abiti? Eh?!” 

Undici elle. 

“Mamma è qui? Io porto questo?” 

In mano ha un pacco, grande quasi quanto lui. 

“Dove l’hai preso?” chiedo. 

Il suono del campanello, che non gli ho visto suonare, mi distrae. Mi giro a destra sperando che sua madre apra presto.   

A destra però non c’è una porta di una casa, ma quella che dà al tetto. Danger, con simboli spaventosi. 

Mi giro di nuovo, cercando il bambino. Non c’è più. 

C’è però il pacco. Ha un lato aperto, come lo aveva quello che ho visto davanti al numero undici di Elle road. 

Dopo la frenata io avevo guardato solo il pacco, per tutto il tempo. 

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