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Recensione libro: Americanah, Chimamanda Ngozie Adichie

 

RECENSIONE CON DOMANDA: DIVERSI GRADI DI DIVERSITA’?

Ho finito ieri sera questo romanzo splendido, di quelli in cui entri e ciaone, non ne esci più. La storia è quella di Ifemelu e Obinze, due ragazzi nigeriani di classe media (già, big news, in Africa non sono tutti poveri e senza istruzione). Ifemelu, grazie a una zia, ottiene il visto per gli USA, dato che continuare l’università in Nigeria è impossibile a causa dei continui scioperi. Così inizia la sua vita Americanah, lontana dal suo Zed. Le difficoltà oggettive dell’essere lontana di casa si centuplicano quando Ifem realizza una cosa: è nera. Come dirà lei stessa: “Non sono mai stata nera a Lagos”. Perché, ovvio, si è diversi solo quando le persone intorno a noi ci trattano da tale. La sua storia la porta alla depressione, a lavori squallidi, a innamorarsi di un bianco e poi di un afroamericano, ad analizzare su un blog la questione razziale, che Ifemelu fatica ad afferrare ma osserva benissimo. Intanto Obinze arriva in Inghilterra, viene espulso, torna a Lagos e fa un sacco di soldi, si sposa… Finché Ifemelu non sente il bisogno di lasciare la terra che l’ha trasformata, ma non del tutto, per tornare a casa, dal grande amore mai dimenticato.

Al di là del fatto che Obinze è balzato in cima ai miei amori letterari EVER, di questo romanzo mi ha colpita la realtà e la riflessione razziale priva di filtri, vista dall’interno e dall’esterno allo stesso modo. Quando la protagonista parla di discriminazioni cita quelle reali, il fatto di essere fermati dalla polizia perché nero, o il rifiuto di una parrucchiera di farti i capelli (e questo, leggenda narra, è successo anche a mia madre e a mia sorella, perché la povera imprenditrice bergamasca non era molto capace a tagliare i lunghissimi capelli di una bimba sicula).

Questo mi ha portato a riflettere sulla diversità e su quanti gradi ne esistono, avendola subita io stessa da giovane (era razziale, dite, quell’essere chiamata terrona?). Come si giudica quanto questa sia “grave”? La risposta è nelle parole di Chimamanda: dalla possibilità. Da quello che puoi o non puoi fare. Io ho sempre potuto fare tutto quindi, al di là della mia passata sofferenza, sono fortunata. Dovremmo ricordarcelo un po’ più spesso.

 

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