RaccontAmi

Racconto da un titolo: Questa storia, Alessandro Baricco.

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Mi ha svegliata la danza delle gocce di pioggia sul vetro obliquo della mia finestra. Un tip tap leggero, un assolo in cui non serve cavaliere per danzare.

Ho saggiato con il piede sinistro il pavimento, ma era gelido. Impensabile affrontare la camminata fino alla cucina. Ho afferrato i calzettoni di lana sul comodino e li ho indossati ancora sotto le coperte. Faceva freddo anche quando li ho comprati, a Monaco di Baviera. Era aprile e nevicava. Però… che meraviglia era il Neuschwanstein sotto la neve. Una fiaba. O così doveva essere.

Alla finestra traccio, sulla condensa che si è formata, uno smile. Ma il sorriso all’insù casca subito sotto il peso della gravità e in pochi secondi non è più un sorriso, ma una maschera triste.

La giornata sembra insormontabile, le ore che mi separano dal rientro impossibili. Prima di uscire mi bardo nella sciarpa di mia madre, che prima è stata di mia nonna. Un blu scuro mi avvolge e mi protegge, andrà tutto bene. Basta crederci, giusto?

In ritardo come sempre, inizio la volata giù per le scale. La mia immaginazione ha sempre fatto sì che mi vedessi come in una ripresa cinematografica, dall’alto con il cappotto svolazzante come in un film francese. Così mi sento diretta in qualche posto importante, e non a schiacciarmi in metropolitana.

La magia dura poco, la metro è affollata. Devo sgomitare per prendere posto a sedere e mi sento un’aliena nell’estrarre il mio libricino di Marias, di fronte all’esercito di luci riflesse in mano a chiunque. Così, impegnati con i loro tasti, nessuno nota la vecchina che sale dopo due fermate. Sono così incantata dalla sua figura incurvata su sé stessa, dall’intricato reticolo che il tempo le ha tessuto sul volto, che quasi mi scordo di alzarmi per cederle il mio posto. La guardo sedersi a rallentatore e poi perdersi in pensieri che la portano lontano dal viaggio monotono che stiamo compiendo.

La giornata passa lenta, ma passa. Come sempre e come tutte. Una volta a casa, sento grattare alla finestra. È il gatto dei vicini, Fortunato, un tigrato così ruffiano da cercare cibo e coccole anche da me, oltre che dai suoi padroni. Quando gli apro, contenta di avere, fin quando ne avrà voglia lui, un po’ di compagnia, mi lascio ammaliare dalla vista delle finestre di fronte. È da guardona, lo so, ma la curiosità è sempre stata donna. Una coppia nel condominio di fronte, piano due, sta ballando lentamente vicino alla finestra. Hanno gli occhi chiusi, lei poggia la fronte sullo zigomo di lui. Sono così belli che nel mio film francese gli darei il ruolo principale.

In quel momento, suonano alla porta.

 

PS: come tutti quelli di questa rubrica, il racconto è inventato da me, oggi usando gli indizi del laboratorio di scrittura di ieri. Il titolo di Baricco è però perfetto per farci da imput, visto che è completamente aperto!

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