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Il racconto della settimana: Buon Natale, Nola. Pt 3.

Nola si svegliò la vigilia di Natale con la gola riarsa. Aveva pianto, durante il sonno, perché tracce di lacrime salate le sfioravano le labbra. Si sentì dannatamente sola e si accucciò in posizione fetale sotto le coperte. Non voleva uscire, voleva solo dormire e svegliarsi la mattina del ventisei. Dimenticarsi di quel giorno stupido e maledetto. 

Ma non poteva. Bubba la attendeva e ormai doveva arrivare fino in fondo. Prima di uscire si mise gli scalda orecchi sperando di non sentire le odiose canzoncine di Natale provenienti dai negozi. Quanto amava il Natale sua madre. Le cantava Have yourself a Merry Little Christmas ogni giorno di dicembre per farla addormentare. Lei adesso odiava quella canzone, che la faceva piangere al primo accordo. Odiava quella festa. E odiava tutti quelli che si affaccendavano davanti a lei alla ricerca degli ultimi regali o dell’ingrediente perfetto per la cena. 

Trovò la nonna seduta in poltrona, che cuciva. Le sembrò terribilmente vecchia e una leggera angoscia iniziò a riempirla. 

“Anche io ho avuto una brutta nottata tesoro, e temo che quello che ti chiedo peggiorerà le cose.” 

“Va bene, nonna. Non importa. È l’ultimo?” 

“Sì. Portami domattina quello che ti ho chiesto, e vieni presto. Capito?” 

“Sì, ho capito.” 

Nola afferrò il pezzo di carta, e uscì senza salutare nessuno. Le cugine la guardarono in silenzio, consce del fatto che Bubba preparava qualcosa di grosso. 

Nola sentì una stretta al cuore quando lesse l’ultimo compito. 

Il sangue di un uomo innocente. 

Era la prima volta che la nonna le chiedeva una cosa del genere.  

Si incamminò per il Quartiere Francese senza meta. Non aveva idea di come avrebbe fatto.  

Si ritrovò all’Andrew Jackson Inn. Vi alloggiava già da qualche tempo una cantante. Era brava, con una voce calda e nostalgica che le ricordava tanto quella della madre. Nola aveva scoperto per caso che dall’intercapedine della finestra poteva sentirla cantare, quando faceva la prove. Si avvicinò, speranzosa. Sentirla forse le avrebbe ridato un po’ di forza. 

Le note di Summertime di Ella Fitzgerald arrivarono a lei chiare e dolci. Nola chiuse gli occhi e appoggiò la testa al muro.  

Stars fading, but I linger on, dear. 

“Ehi, tu! Che cavolo ci fai qui? Cosa vuoi?” 

Un uomo alto, capelli scuri, la casacca con il nome dell’albergo, la fissava a braccia conserte. 

La ragazza riaprì gli occhi lentamente, seccata di come in quella città non potesse nemmeno più trovare conforto nella musica. 

“Sto ascoltando la cantante, lo faccio sempre. Non è un crimine.” 

“Non ci credo! Sei una ladra! Vattene, o chiamo la polizia.” 

Still craving your kiss, I’m longing to linger till dawn, dear. 
Non credo proprio che le convenga, signore.” 

Tutta la polizia di New Orleans conosceva Bubba, e se la sarebbero data a gambe levate anche solo nel vedere Nola. 

“Le giuro, voglio essere buona oggi. È già una giornata difficile. Appena finisce la canzone me ne vado.” 

Just saying this: Sweet dreams till sunbeams find you. 

“No! Te ne vai adesso, brutta negra!” 

Nola scosse la testa. Ci aveva provato. 

“Mi spiace che lei non sia di New Orleans, e che non abbia idea di chi ha fatto innervosire oggi. Mi chiamo Nola, se lo ricordi.” 

La ragazza a quel punto si leccò il palmo della mano sinistra e iniziò a sfregarla contro la destra, mentre diceva rapida parole oscure nella sua lingua ancestrale. 

Nessun affronto resterà impunito. 

L’uomo aveva aperto la bocca per ribattere, ancora, invece appoggiò una mano al muro per reggersi. La testa gli girava e puntini sempre più fitti iniziavano a oscurare il suo campo visivo. 

L’ultima cosa che vide, prima di perdere la vista per sempre, fu il sorriso stanco della strega. 

But in your dreams whatever they be, dream a little dream of me. 

 

Nola trascorse il resto della giornata al fiume, a buttare piccoli pezzi di pane in acqua. Li lanciava, li guardava ammollarsi e affondare, ne lanciava un altro. Nessun pesce o alligatore si era avvicinato. Stette ferma fino a farsi congelare le dita, le guance intirizzite dal freddo. Rifuggiva la sua città, rifuggiva il compito che le aveva dato Bubba. Si chiese, in uno slancio di ribellione adolescenziale, perché tutto questo doveva capitare proprio a lei. Un anno fa era tutto diverso. Viveva con sua mamma, e si volevano bene. La nonna si era pacata, le cene in famiglia erano perfino divertenti. Poi quel venticinque era arrivato e aveva buttato tutto all’aria.  

Era ormai buio quando Nola si alzò, per tornare in città. 

Camminava desolata. Decise di andare dal pittore, aveva bisogno di un volto amico. 

Arrivò all’incrocio. Tutti i quadri erano appesi, ma lui non c’era. 

“Pittore?” chiamò Nola incerta. 

Tese l’orecchio e iniziò a sentire un rantolo. Corse nel vialetto buio dietro la palizzata. Il pittore era riverso a terra, ancora nella sua tuta da coniglio. Ormai chiazzata da vomito chiaro. Stava soffocando. 

Nola corse da lui e gli si chinò a fianco. 

“No!” urlò.  

Lo avrebbe potuto salvare. Le bastava un bacio sulla fronte. Invece a lei serviva il sangue di un uomo innocente. 

Prese il coltello d’argento e lo conficcò nella gola dell’uomo. Un fiotto di sangue caldo bagnò la mano della ragazza. Nola prese l’ampolla nel suo cappotto e ce ne fece scorrere dentro un po’. 

Il pittore, quando infine la riconobbe, sorrise. Poi morì. 

Nola si alzò incerta sulle gambe. Tremava. 

Prese dalla palizzata il quadro con il palloncino giallo e corse a casa. Chiuse la porta a chiave e si raggomitolò sul divano mentre urlava e piangeva. 

Iniziò a sentire grattare alla finestra. Verdena, la gatta, l’aveva raggiunta in un atto inconsulto di pietà felina. Nola le aprì la finestra e attese che fosse l’animale ad andare da lei. Quando la gatta le salì in grembo, la ragazza la strinse forte.  

Così, passò la notte più brutta della sua vita. 

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