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Il racconto della settimana: Buon Natale, Nola. Pt 2.

 

Stava facendo il bagno quando vide illuminarsi lo schermo del cellulare. Per poco non si era scordata di avere una vita al di fuori del negozio di magia. Una vita al di fuori di Bubba. 

Etouffee* da Acme stasera?” recitava il messaggio. 

Sorrise nel leggere il nome di Mark. 

“Otto e mezza?” 

“Ti aspetto fuori. Non vedo l’ora di vedere la mia principessa. XO” 

Nola si immerse nell’acqua. Forse lui avrebbe risollevato le sorti di quella giornata. 

Raggiunse il ragazzo con cinque minuti di ritardo, per lei erano ancora pochi.  

“Eccoti! Buonasera, principessa” le disse Mark dandole un bacio. 

“Ciao, amore” rispose lei. 

Loui, il cameriere all’ingresso, non appena la vide le fece segno di avvicinarsi.  

“Ciao Nola! Bellissima come sempre. Mark, tutto bene? Vi trovo subito un bel posticino. Va bene anche al bancone?” 

“Ciao, tesoro. Il bancone va benissimo.” 

La coppia entrò neanche due minuti dopo, sotto gli sguardi di disapprovazione delle altre persone in fila. Chi non era di New Orleans, ovvio. Gli abitanti che sapevano chi era le avrebbero ceduto il posto senza battere ciglio. 

Ordinarono un Gin tonic e un Margarita –nonostante Nola non avesse ancora l’età per gli alcolici-, poi ostriche ed etouffee. Nick, il barman, si sporse per baciare Nola su entrambe le guance. 

“Sembri strana, parli poco. Va tutto bene?” le disse Mark. 

“Sì, tutto bene. Sarà il periodo. Odio il Natale.” 

Mark si picchiò una mano sulla fronte. 

“Che idiota. Non ci ho pensato, scusami. Sarà difficile per te. Senti, ho un’idea. Perché non vieni a pranzo da me il Venticinque?” 

“Non saprei, devo sentire Bubba.” 

“È invitata anche lei, ovviamente! Non sai che piacere ci farebbe, conoscerla.” 

Nola cambiò argomento, sforzandosi di diventare ciarliera. Uscirono due ore dopo, Mark sembrava tranquillizzato. 

“Ti accompagno a casa?” 

Nola scoppiò a ridere. 

“Fare in macchina i cinque isolati che mi separano da casa? Tranquillo, amore. Ho voglia di camminare.” 

Baciò il ragazzo e poi si incamminò. 

Prese Bourbon street, per vedere qualche negozio.  

Ripensò a Mark. Non lo aveva mai presentato né a sua madre, né a Bubba. Lui ne soffriva, credeva probabilmente che lo stesse nascondendo, estromettendolo dalla sua vita. Mark non poteva capire che l’unica cosa che Nola stava facendo era proteggerlo. 

Si fermò di fronte a un negozio che vendeva souvenir in vetro. In vetrina spiccavano addobbi natalizi. Si soffermò su una palla in vetro soffiato molto bella. Lo sfondo era di un bel viola brillante. Piccoli gigli verde smeraldo, lascito della dominazione francese, formavano una greca. Nel mezzo, quattro lettere dorate. Nola. 

Sua madre le aveva sempre raccontato che l’idea di chiamarla come il nomignolo della sua città era stata di suo padre. 

Jim, suo padre, faceva l’operaio. Era un uomo buono, semplice. Faceva ridere sua madre, e Bubba aveva dato la sua benedizione. Lavorava sempre tanto, ma quando era a casa aiutava a cucinare senza lagnarsi o giocava con Nola. Portava rispetto a Bubba e a tutta la famiglia. Però, ogni tanto beveva. Diventava un altro, quando esagerava. Né lei né sua madre ne avevano mai avuto paura. Urlava cose senza senso, prima di cadere addormentato sul divano. Il mattino dopo chiedeva scusa a sua madre implorandola di non cacciarlo. 

Una notte tornò a casa peggio del solito. Quella volta Mary si alzò per dirgli di stare zitto, che avrebbe svegliato la bambina. Lui le tirò uno schiaffo. Iniziò a piangere subito dopo, accasciato sul pavimento. 

A Mary non era rimasto neanche il segno, e anzi si era dimenticata dopo un’ora di quel gesto. 

La mattina dopo, Bubba porse un foglietto a Nola.  

“Che devo farci, nonna?” 

“Portami quello che c’è scritto sopra.” 

La bambina andò a casa, e prese dei capelli di suo padre dal suo pettine. 

Li portò alla nonna nel tardo pomeriggio. Bubba aveva organizzato una cena in grande stile, aveva chiamato tutta la famiglia, come per i grandi avvenimenti. 

Suo padre era a un capo della tavola, Bubba all’altro. La nonna mise a tavola la teglia con le patate dolci e il purè di mais, ma la zuppa di tartaruga la servì personalmente, ognuno già nel suo piatto. Di solito metteva solo l’enorme zuppiera in centro, così che tutti potessero attingere da soli.  

Avevano iniziato da pochi minuti quando suo padre iniziò a tossire selvaggiamente. 

“Jim!” urlò sua madre. 

“State tutti fermi, al vostro posto. Questo è quello che capita quando qualcuno fa del male alla mia famiglia. Voglio che sia ben chiaro che nessun affronto resterà impunito.” 

Bubba continuava a mangiare mentre la faccia di Jim si gonfiava come la pancia di un rospo. Un colore violaceo si era mischiato disarmonicamente con il suo incarnato bruno. 

“Finite la zuppa, si fredda.” 

Nola finì quello che aveva nel piatto piangendo, come sua madre.  

Aveva otto anni. 

 

La mattina dopo poggiò il fazzoletto con il dente sul tavolo di Bubba. Quel giorno la nonna si era legata i capelli in una crocchia. La chioma argentea in contrasto con la pelle scura. Amava il colore dei capelli di sua nonna, come la luna. Bubba le aveva raccontato che le erano diventati così di colpo, quando era diventata vedova. 

“È andata bene con il tuo fidanzato, ieri sera?” 

“Sì, grazie. Abbiamo mangiato fuori. Sai, ci ha invitate al pranzo di Natale.” 

“È gentile, il ragazzo. Questo è un bene. Me lo farai conoscere?” 

“Già lo sai, nonna.” 

Bubba si girò per guardarla negli occhi. 

“Tu sei diversa da tua madre. Sei forte. Sei come me. Sei la mia erede più degna. Arriverà un giorno, presto, in cui la protezione della nostra famiglia cadrà sulle tue spalle, bambina. Devi essere pronta, e fare cose che non ti piaceranno. A me tuo padre piaceva, è vero. Ma quella notte io ho sentito un ferro appuntito attraversarmi il cuore. Potevo lasciar correre?” 

Nola scosse la testa. 

“Appunto, Nola. Appunto. Nessun affronto resterà impunito.” 

Diede un secondo foglietto alla nipote. 

“Anche questo è facile. Puoi trovarlo nella mia vecchia casa, in Rue Montaigne. Hai il permesso di sbirciare nelle mie cose, e di prendere qualcosa. Se ti va.” 

“Davvero, nonna? Posso prendere il vestito verde, se lo trovo?” 

Bubba annuì sorridendo. 

Nola diede un bacio alla nonna promettendole che sarebbe tornata presto. 

Era molto che Nola non andava nella casa vecchia. Nonna ci aveva abitato con il nonno. Al piano di sotto avevano anche avuto un piccolo bistrot, che Nola non aveva fatto in tempo a vedere. Nonno era bravo a cucinare e lo faceva con amore. Sua madre le aveva raccontato che spesso regalava il cibo ai senza tetto. Nola si cullava nel pensiero di aver ereditato da lui un po’ di generosità. 

La porta della casa era aperta. Bubba aveva un’allergia per le chiavi, non chiudeva mai nulla. Non che ce ne fosse bisogno, in effetti. Ogni uscio era protetto da incantesimi antichi. Nessun malintenzionato poteva mettere piede incolume nella sua casa. 

Nola salì al secondo piano, sorpassando i figli dei vicini che si stavano scambiando delle figurine sulle scale. La salutarono con dei grossi sorrisi bianchi, prima di tornare ai loro affari. 

Nonostante Bubba non abitasse in quella casa da anni, era tutto in ordine. Pulito. La cucina fornita. Nola aveva sempre avuto il dubbio che Bubba ci andasse ancora, di tanto in tanto. Forse per sentire più vicino l’uomo che aveva amato, l’unico, e che non era riuscita a salvare. Bubba era forte, ma non onnipotente. E forse era proprio sapere che la sua magia aveva dei limiti, che non sempre poteva salvare le persone che amava di più, a straziarle il cuore.  

Nola iniziò a riscaldarsi l’acqua per un tè. Aprì infine il foglio, ripiegato in tre parti, come sempre.  

I capelli di una persona amata. 

Se l’aveva mandata lì, voleva dire che Bubba aveva i capelli del marito, da qualche parte. 

Nola andò in camera da letto. Era piuttosto semplice e spoglia, al contrario della camera da letto della nuova casa di Bubba, che traboccava di manufatti. 

C’era solo un letto, con la testata in ferro battuto. Un comodino con una brocca, dalla parte destra del letto (quindi era dalla parte del nonno, perché Bubba stava sempre sulla sinistra). Una sedia con la seduta di paglia intrecciata. Uno specchio. Una coperta viola cucita all’uncinetto copriva il materasso. 

Nola aprì l’armadio. Solo dei cuscini e delle coperte, lise dal tempo. Mentre l’acqua fischiava nel bollitore, si chiese dove mai avrebbe trovato i capelli. Poi le venne in mente la fissazione della nonna di farsi fare un vano nel pavimento, esattamente sotto al tavolo. Ci nascondeva le sue cose più preziose. La ragazza si mise a carponi. Notò che a uno degli assi mancava un pezzetto. Ci infilò un dito e tirò. Come aveva immaginato, l’asse ne spostò altri due, rivelando un nascondiglio. Dentro, un grosso baule. 

Nola fece fatica a estrarlo, era pesante. 

Lo trascinò con entrambe le mani in camera, per stare più comoda. Si portò anche la tazza con il tè, avendo cura di non rovesciare neanche una goccia. 

Nonna non le permetteva mai di guardare nelle sue cose. Questa autorizzazione era un regalo elettrizzante. 

Aprì il baule, che rilasciò qualche pulviscolo finalmente libero di trovarsi un’altra sistemazione. 

Il tutto era coperto da un sacco di iuta, che Nola lasciò accanto a sé. 

La ragazza lanciò un urlo di gioia. A sinistra, ben piegato, c’era il vestito verde di nonna. Lo poggiò con cura reverenziale sul letto, lo avrebbe provato solo dopo aver completato il suo compito.  

Trovò delle vecchie fotografie. Una ritraeva sua madre, da piccola. Nola le somigliava molto. La maggior parte erano del nonno. Era un bell’uomo, alto, zigomi prominenti e lineamenti affilati. Quasi tutte le fotografie erano in divisa. Era stato un soldato e nonostante i tempi era avanzato in grado. Era l’unico l’uomo di colore che avevano nominato sergente. Era morto per un incidente stradale, di ritorno da Washington. I parenti più anziani raccontavano che Bubba avesse urlato così forte che tutto il Quartiere Francese si era fermato, in silenzio. Quella notte nessuno aveva più detto una parola, solo i suoi lamenti riempivano le strade. 

L’ultima fotografia ritraeva Bubba, nel vestito verde. Lo aveva indossato per una cena di gala. Erano stati invitati dal sindaco in persona. Anche in quel caso avevano fatto scalpore, la coppia di colore invitata dal sindaco. Ma il pancione della bella signora Smith era arrivato grazie a Bubba, e il signor Smith non voleva di certo rischiare che qualcosa andasse storto. Il figlio non solo era nato bello e sano, ma adesso era diventato un politico, e quando vedeva Bubba o un membro della sua famiglia, si fermava a salutarli come se quelli importanti fossero loro. 

Continuando nella sua ricerca, Nola trovò un grosso libro, con la pagine sgualcite, di cui si era dimenticata. Lo aprì per sentire l’odore di vecchio. Era il libro di incantesimi di Calliope, regalato a Bubba. Calliope era una donna greca, con un naso affilato e lunghissimi ricci neri. Nola stava giorni a guardare quella donna dall’accento strano che parlava con la nonna. Era stata con loro per tre mesi, prima di continuare il suo viaggio. La strega greca si vantava di avere nelle vene il sangue di Circe, e Bubba, che di sangue ne sapeva, la aveva accolta. Nola sapeva che si erano scambiate riti  e magie, e questo libro ne era la prova. Lesse qualche incantesimo. Clitemnestra, Medea, Ifigenia, Erinni. Anche lei avrebbe dovuto seguire l’esempio di sua nonna, e coltivare la sua cultura magica, invece ne fuggiva spaventata. 

Vergognandosi di sé stessa velocizzò la ricerca, e trovò infine in un’ampolla di vetro dei capelli neri. La prese con un panno rosso e la mise sopra il vestito. Prese anche il libro e la fotografia di sua madre, prima di sistemare tutto. Il te non lo aveva bevuto.  

Il vestito non lo provò nemmeno, sicura che al momento il confronto con Bubba non avrebbe retto.

 

Etouffee*: è una specie di vellutata, zuppa, di pesce tipica della Luisiana. Credo che sia una delle cose più buone che io abbia mai mangiato in vita mia.

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