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Il racconto del mercoledì: Buon Natale, Nola. Pt 1

Quel giorno sul Mississippi si adagiava una nebbia placida. Gli alberi con i loro rami ormai scheletrici erano fantasmi tristi. Eppure Nola riuscì a sentirsi tranquilla, solo per un momento, guardando quello spettacolo lugubre. Alle sue spalle, gioiose canzoni natalizie facevano a pugni con quello scenario. Facevano a pugni con l’essenza di New Orleans. Facevano a pugni con lei. 

Finì il poo-boy* che aveva preso al mercato, da Mama Jane. La donna come sempre le aveva chiesto della nonna, le aveva detto almeno un paio di volte “brava, brava ragazza”, le aveva incartato il suo panino con i gamberetti facendo ondeggiare i fianchi pasciuti. Le aveva, infine, augurato buon Natale. 

Il sorriso sprezzante sul volto di Nola forse veniva malinteso, perché tutti le auguravano buon Natale. Sarà stata cortesia, certo, ma la ragazza doveva far leva su tutte le sue forse per non fargli esplodere le orbite. 

Aveva sentito, quella mattina, un formicolio al mignolo del piede sinistro. 

“Mi pizzica il piede sinistro, Nolita mia, la nonna ha in mente qualcosa” le diceva sua madre. E sua madre ci azzeccava sempre. Una volta nonna aveva deciso di avviare una nuova impresa, una volta aveva deciso di far visita a lontani parenti nel sud dell’Alabama (bella mossa era stata quella, davvero. Due donne nere e una bambina in uno degli stati più conservatori degli Stati Uniti. Nola si ricordava benissimo l’uomo che le aveva insultate contorcersi davanti a lei). Un’altra volta… Nola non lo voleva ricordare. 

Aveva provato a rimandare quell’incontro. Quando la matriarca chiamava, era impossibile negarsi all’impegno. Nessuno della sua famiglia voleva inimicarsi Bubba. 

E lei, discendente diretta, sangue del suo sangue più puro, non poteva essere da meno. 

La ragazza buttò le ultime briciole a un piccolo alligatore. Senza i turisti si facevano di nuovo audaci, arrivando al molo. Nola adorava gli alligatori, la palude. Tutto quello che le ricordava New Orleans. 

Decise che avrebbe fatto un giro per la città prima di andare, infine, dalla nonna. 

Si incamminò di buona lena verso il Quartiere Francese, dove ogni giorno era costretta a vedere l’affronto più grande fatto alla sua città. I pilasti delle case coloniali agghindati con luci, festoni, angeli, campanelle. Una città con una storia spogliata della sua essenza in virtù della più grande farsa di tutti i tempi. 

Infilò St Peter street, senza degnare di uno sguardo l’enorme chiesa bianca. All’altezza di Chartres Street girò a sinistra. Il suo pittore preferito stava in piedi davanti alla palizzata dove appendeva i quadri. Il suo fisico asciugato dalla fame, dalla penuria e dal probabile uso smodato di droga, era oggi coperto da un costume da coniglio rosa. Il pittore aveva in testa il cappuccio, da cui spuntavano le lunghe orecchie. Nola si chiese dove l’uomo avesse trovato quel costume sgualcito, ma ne fu felice. Almeno poteva coprirsi dal freddo che arrivava dal fiume. New Orleans passava velocemente da un eccesso all’altro. L’estate ti toglieva il respiro, l’inverno ti spezzava le gambe. 

Quando lei si avvicinò, per guardare il quadro su cui stava lavorando, notò che portava anche enormi occhiali da aviatore. La ragazza scoppiò a ridere e l’uomo le sorrise di rimando mostrandole una bocca quasi priva di denti. 

“Piace?” 

Il soggetto erano due bambini, distinguibili solo da una silhouette nera, che si davano un bacio attraverso un palloncino giallo. 

“Piace.” 

Nola poggiò accanto alla scatola dei colori cinque dollari. Diede un buffetto sulla spalla del pittore e riprese il suo viaggio. 

Camminò per tutta Toulousse street guardando distrattamente le vetrine piene di vestiti di alta moda che lei non poteva permettersi.   

Infine, prese Daulphine Street.  

La percorse tutta per lungo, fino alla sua punta a Est.  

Poi entrò nel negozio di magia. 

“È dalle prime luci dell’alba che chiede di te, Nola. Di più non potevi metterci, vero?” la rimbrottò sua cugina Susie. 

“E allora?” rispose lei.  

Nonostante Susie avesse dieci anni più di Nola (Susie ne aveva appena compiuti ventisette) Nola era più in alto di lei nella linea di discendenza. Dopo la morte di sua madre, era diventata l’erede di Bubba. E questo le permetteva di rispondere male a chiunque. 

Aprì la porta che portava alle stanze sul retro. 

Verdena, la sua gatta, le andò incontro. Stranamente si fece prendere in braccio, ma iniziò ad agitarsi alla prima avvisaglia di una spupazzata. 

“Bubba, sono a casa.” 

Non c’era nessun bisogno di presentarsi. Bubba lo sapeva già. Ma Nola preferiva comunque essere educata. 

Trovò la nonna in cucina, il profumo della zuppa di tartaruga era delizioso e aprì lo stomaco della nipote, nonostante avesse appena mangiato. 

Nola poggiò un bacio sulla guancia di Bubba, stringendole forte le spalle. Poi si sfilò il cappotto e si lasciò andare sulla sedia. 

“Quindi, nonna?” 

“Prima di tutto spiegami perché hai paura di venire da me, sciocca bambina.” 

La nonna aveva smesso di rimestare la zuppa e adesso guardava la nipote dritto negli occhi. A Bubba piaceva fare domande, nonostante sapesse le risposte. Testava la sincerità delle persone. 

“Non ho paura di venire da te, nonna.” 

Ho paura di quello che mi vuoi far fare. 

La nonna si sciolse in un sorriso a quella confessione silenziosa. 

“Lo so, piccina. Lo so. Ma non è come l’ultima volta che ti ho chiesto di fare qualcosa per me. Questa volta ti piacerà.” 

Nola provò a sorridere di rimando, non convinta affatto dei propositi della nonna. 

“Mi servono delle cose” aggiunse Bubba. 

“Come sempre.” 

“Come sempre. La prima è facile.” 

La donna porse con le sue mani rugose un biglietto alla nipote. 

Nola esitò, sapendo bene ciò che implicava. La carta era stata maledetta, anche solo sfiorarla implicava il pieno assolvimento del compito, qualunque esso fosse. La pena Nola non voleva nemmeno immaginarla. 

La ragazza prese riluttante il foglio e lo ripose con cura in tasca.  

“Adesso pranziamo. Va’ a chiamare le tue cugine.” 

Nola chiamò e Susie e Lizzie, prima di sedersi al tavolo con Bubba. Mangiò due piatti di zuppa, mentre Lizzie ciarlava del suo ultimo fidanzato. Quella ragazza aveva il cervello di un cardellino, eppure le sue idiozie divertivano Bubba, che rideva tutto il tempo. 

Finito il pranzo, Lizzie e Susie tornarono in negozio, mentre Nola usciva di nuovo. 

Appena fuori casa lesse quanto scritto: “Il dente di un predatore”. 

In Louisiana di predatori ce n’erano parecchi. Bubba aveva detto la verità, questo compito era facile. 

Nola andò di buona lena al parcheggio dove lasciava l’auto. Nonostante fosse uno dei tantissimi parcheggi a pagamento della città, la sua famiglia non aveva mai sborsato un centesimo. Si ricordava bene il perché. Una sera, avrà avuto cinque anni, era accoccolata tra sua madre e sua nonna sul divano. Guardavano la TV, la madre le aveva preparato i pop corn. Nola giocava a tirarli in aria e riacchiapparli con la bocca, ma ci riusciva con uno su cinque. Sua madre la sgridava blandamente, mentre Bubba continua a ridere, incalzandola a continuare. Avevano suonato il campanello. Un omino piccolo, accompagnato da uno alto e smilzo, aveva chiesto di Bubba. Avevano lo sguardo perso nel vuoto. La loro madre aveva contratto un’infezione al braccio per un taglio procuratosi con una lattina nella fabbrica di inscatolamento delle sardine. Non avevano soldi per le spese mediche. La donna aveva la febbre alta da giorni e l’odore del pesce andato a male. 

Bubba aveva chiesto alla figlia e alla nipote di accompagnarla. 

La casa in cui le avevano portate era piena di gente. Donne e bambini in lacrime, uomini che si stringevano il cappello tra le mani. Bubba non era l’unica matriarca di New Orleans. 

Aveva raggiunto la donna. Aveva unito otto gocce, precise, del suo sangue a del latte di capra. Aveva obbligato la malata a berlo.  

Due ore dopo, la ferita era richiusa e in casa echeggiavano i canti più festosi che si fossero mai sentiti. 

Bubba, prima di andarsene, aveva guardato i figli della donna con calma serafica. 

Gli aveva detto che da adesso a quando lei sarebbe stata viva, ogni sua richiesta sarebbe stata esaudita. Altrimenti, la madre si sarebbe sciolta dall’interno. 

L’omino, non appena vide Nola, si tolse il cappello con riverenza. 

“Signorina Nola, che bello rivederla. Sta bene? Le prendo l’auto?” 

Nola aveva sorriso e annuito, senza dire nulla. Aveva solo detto grazie non appena era salita su quella che era stata l’auto di suo padre. 

Guidò silenziosa, finché non fu fuori dalla città. Lì, verso la palude, era solo Inverno, non Natale. Niente più lucine colorate, solo alberi spogli appesantiti dalla brina e cielo plumbeo. 

Lasciò la macchina all’imboccatura del sentiero che guida dentro la riserva Jean Lafitte. Oltrepassò il gabbiotto turistico, vuoto come sempre in diciassette anni, e scavalcò le transenne. 

Si immerse in quel mondo dove l’uomo tornava a essere una presenza estranea e non gradita. Odiava i turisti che la affollavano d’estate, facendo scappare tutti gli animali. Camminò mezz’ora sulle passerelle a pelo d’acqua, respirando l’aria paludosa e sentendo i rumori delle foglie e dei rami spostati dalle creature accanto a lei. Procedeva facendo attenzione a non finire in una delle regnatele che facevano una spola continua da un albero all’altro. 

Arrivò al bivio e decise di fermarsi. Si accucciò e immerse una mano in acqua, muovendo le dita. Non era passato molto tempo quando vide avvicinarsi la coda puntuta di un rettile. 

Quando sentì la morsa delle fauci stringersi sulla sua mano fece scattare l’arto fuori dall’acqua. Saltò svelta sul dorso dell’animale e gli diede un bacio in testa. Questo si narcotizzò all’istante. Nola gli aprì la mandibola, rompendola per quanto era serrata, ed estrasse un dente che era rimasto conficcato sull’indice. Lo ripose su un fazzoletto rosso, e lo nascose con cura nella tasca del cappotto. 

“Mi spiace, piccolino” disse alla bestia prima di andarsene. 

Mentre percorreva la strada all’inverso –svelta, adesso, stava per fare buio- si leccò le ferite.  

Quando arrivò all’auto, erano già guarite.

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