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Il Racconto del mercoledì: Luce al neon.

Katiuscia Napolitano

La luce al neon di un negozio per animali dona al parcheggio quell’aria artificiosa da film americano. Ma noi non siamo a Tampa, Huston o dove cazzo vi pare.

Siamo in uno dei tantissimi centri commerciali che affollano quelli che una volta erano campi di granturco tra un paesino e l’altro di una provincia qualsiasi in Lombardia. Scegliete voi, tanto è uguale e non è questo il punto.

Non ho idea del perché abbiamo sempre scelto questo parcheggio come ritrovo, che di romantico non ha nulla. Tutto sempre accesso, brillante, sfavillante, che ti fa sentire perennemente mancante di qualcosa, in ossequio al Dio Soldo che ti chiede di scucirti il portafoglio, manco fossimo in American Gods di Neil Gaiman.

Parcheggio la mia city car di un improbabile giallo limone accanto alla tua berlina. A suo tempo mi era piaciuta. Il senso di sicurezza, il tocco sofisticato della pelle del sedile sulle cosce lasciate scoperte dalla gonna. Invece avrei dovuto capire già da quello che tra di noi, in fondo, tutta questa compatibilità non c’è.

Perché alla fine tutto si risolve solo ed esclusivamente a questo, all’essere compatibili. Quando dicevano la cosa della metà della mela, la cazzata non era nemmeno troppo grande. Perché si intende che i propri spigoli combaciano con quelli dell’altro, vero che ci sono lati in cui siamo entrambi dritti e fin lì tutto bene, ma magari in altri punti io sono concava. E se anche tu sei concavo, nello stesso punto, proprio lì si crea un buco nero da cui non esce proprio proprio niente di buono.

Io, non so come, sono puntuale. Ho messo solo un filo di eyeliner e ho provato ad aggiustarmi alla bella e meglio la chioma ribelle. Non ci sono riuscita e ho fatto il solito chignon alto con la fascia floreale, che però adesso va di moda e a me non piace più, dato che lo facevo anche prima.

Ti aspetto fuori dalla macchina mentre fumo una sigaretta. Quando arrivi abbassi il finestrino, mi sorridi appena e mi dici: “Sali, la prendo io questa sera.”

Proponi di andare in quel posto dove fanno il galletto alla brace. Io vorrei dirti di no, perché ogni singola volta che ci siamo andati abbiamo litigato. Lo so che il povero pennuto non c’entra molto, con i nostri litigi, ma a me piace l’idea della ritualità e non vorrei sfidare la sorte tornando ancora lì. Non stasera.

Parliamo del più e del meno, quasi in modo letterale, visto che ti parlo dei conti del dentista. Tutto, fin nei minimi dettagli la mia carie al molare destro basso, piuttosto che affrontare la discussione seria che ci attende questa sera.

Il buco nero, quello in cui entrambi siamo concavi, ci ha già mangiati? Ci ha già fatto finire dentro quello che di buono c’è?

Il tovagliolo nel bar in centro, dove avevi scritto: “Per la ragazza riccia, sei molto bella”. La prima volta che ho premuto la cornetta accanto al numero che avevo trovato sullo stesso tovagliolo. L’emozione nella mia voce, la tua. Le chiacchiere mentre giravo ogni tazza nella credenza più volte, mentre ti ascoltavo con il vivavoce. Quella volta che mi hai fatta ballare in un negozio di vestiti mentre io cercavo una salopette, e tu ti eri annoiato a morte di starmi dietro e per distrarmi te n’eri uscito con questo ballo, nonostante la tua legnosità. Che a me piace tanto. I girasoli che hai tagliato dal campo del vicino, e ti sei beccato un cazziatone perché non si ruba ai contadini. Quando ti ho fatto assaggiare il sushi, la tua faccia disgustata nell’annusare il pesce crudo. Ogni volta che mi hai detto ti amo.

Lo pensavi? Lo pensi?

A cena guardo il galletto con sospetto, sicura che a fine pasto litigheremo. La cameriera infatti ci ha lanciato uno sguardo scocciato, si vede che si ricorda.

Non succede niente del genere.

Torniamo in silenzio in macchina, in silenzio guidi fino al parcheggio.

L’assenza di parole che si è seduta tra di noi dice già tutto.

Una volta di fronte al negozio di animali scendiamo entrambi. Tu vieni dal mio lato e ti appoggi alla carrozzeria.

Il buco nero si sta espandendo. Posso sentirlo. Posso sentire che le nostre differenze si fanno più nette, meno difficili da addomesticare.

Io amo vivere in centro, nel mio appartamento minuscolo in un condominio con le scale che hanno il corrimano in ferro. Tu ami vivere vicino al fiume, in un posto tutto tuo. Io per stare meglio vado per negozi, tu in montagna.

Io voglio partire per accettare il lavoro che mi hanno offerto. Tu ami la tua azienda di famiglia. Non è solo una questione di responsabilità, sono le tue radici. Io sono un dente di leone, destinato a essere sparso al vento, tu una quercia ancorata alla sua terra.

Mi sposto dal tuo fianco e adesso mi appoggio alla mia di auto. Ci fronteggiamo come due pistoleri.

Ma tu mi stupisci come sempre, venendo da me e abbracciandomi stretta.

Noto la nostra ombra, dove chi sei tu e chi sono io è indistinguibile, che si traglia sull’asfalto per la luce al neon.

Mi tengo a quelle braccia su cui ho appoggiato la testa tante volte.

Il buco nero ci ha già mangiati?

 

 

PS: La Musa è tornata, anche se solo per un micro racconto! Posso avere un amen? Amen!

2 pensieri riguardo “Il Racconto del mercoledì: Luce al neon.

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