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Il racconto del mercoledì: Posto per quattro, pt 4 (FINALE).

 

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L’appartamento in Sicilia. 

Credo che il momento di peggior bassezza come essere umano, come compagna, io l’abbia toccato in quel momento. Se ripenso a quelle settimane, vedo solo un enorme buco nero che si era inghiottito tutto il mio buon senso, il mio raziocinio e il mio amore. 

Avevo fatto le valigie, messo il guinzaglio al cane. 

Lui aveva fatto giusto in tempo ad arrivare  a casa dal turno. Stavo per andarmene senza dirgli niente. 

“Ho bisogno di tempo per me, devo finire il mio romanzo” avevo detto prima di chiudermi la porta di casa dietro le spalle. 

Dov’era iniziato tutto? 

A ventuno anni avevo vinto una collaborazione con una grossa rivista di musica. In quel momento era iniziata la vita che avevo sempre voluto. Facevo interviste, scrivevo pezzi miei, il mio blog procedeva a gonfie vele. 

Ma in quei momenti capita che ti identifichi così tanto con quello che fai da dimenticarti chi sei e le persone che hai di fianco. 

Ero diventata la scrittrice che deve pensare per prima cosa alla sua arte. E il mio uomo, come un santo, mi stava accanto da ormai sette anni. Sopportando isterismi di vario genere a più fasi. 

Le ragazze dicevano sempre che noi eravamo la luce in fondo al tunnel, la speranza che le cosetra due persone possono andare bene. E io stavo rovinando tutto quanto.  

L’estate prima della mia fuga, eravamo andati in vacanza in Sicilia. Una statua a Palermo mi aveva ispirato una storia. Decisi che sarebbe diventato il mio primo romanzo. 

Iniziai a chiedergli di lasciarmi più tempo per me, cosa che lui fece senza battere ciglio. Come ogni donna che si rispetti a un certo punto iniziai a vedere il tempo che io stessa avevo chiesto come trascuratezza di lui nei miei confronti. Più mi sentivo trascurata e più lo allontanavo e volevo stare da sola. 

Credo di essere entrata in una sorta di depressione, quando ero sola passavo il tempo sul divano senza fare nulla. Scrivevo giusto quello che mi serviva per non perdere il lavoro. 

  1. S.mi chiamava tutti i giorni, per provare a farmi stare meglio.M. mi portava biscotti fatti in casa e mi portava a passeggiare nei boschi per farmi muovere. A. mi mandava playlist allegre da ascoltare. Nessuno di loro sforzi servì a molto. 

Lui a febbraio mi regalò un cane, un lupo cecoslovacco, per il nostro anniversario. Mi aveva sempre detto che il cane me lo avrebbe regalato come ultima spiaggia per sistemare un guaio veramente grosso.  

Neanche due mesi dopo, avevo preso le mie valigie e il cane che avrebbe dovuto sistemare le cose e me n’ero andata. 

In Sicilia da sola restai due mesi. In quel periodo di tempo, il romanzo che era stato la scusa per questa fuga non progredì neanche di una parola.  

Le ragazze a quel punto si erano coalizzate. Avevano iniziato dolcemente, poi in modo sempre più deciso, a dirmi che dovevo parlargli e chiedere scusa. Stava a me. Ma io non ce la facevo. Era troppo grande lo sbaglio con cui dovevo confrontarmi. 

Un mese e mezzo dopo mi trovai A. di fronte a casa. Avevano mandato quella più diretta e dura. S. e M. si sarebbero sciolte, ma non A. 

“Entra” mi disse appena mi vide arrivare. “Abbiamo una bella chiacchierata da fare.” 

Mi sentì raggelare il sangue. Era come avere davanti a sé la propria coscienza. 

Nel dirmi che dovevo tornare a casa, che dovevo chiedere scusa, non usò mai mezzi termini. Un paio di volte alzò anche la voce. Poi io scoppiai a piangere. Non avevo mai pianto in Sicilia. Tutti i miei rubinetti si erano aperti creando un allagamento emotivo. A. mi abbracciò per molto tempo. Non lo faceva mai, non era lei quella fisicamente affettuosa del gruppo. Quella volta invece mi aveva accarezzato i capelli dicendo che sarebbe andato tutto bene. Se ne era andata una settimana dopo, ricevuta la promessa che avrei sistemato le cose. 

Pochi giorni dopo, di rientro dalla mia passeggiata mattutina, sentì Alastor piangere dall’inizio della salita. Non piangeva mai, era docilissimo per essere un lupo. Sentirlo guaire mi mise in allarme, iniziai a correre. Persi una ciabatta, non ci feci caso. Non potevo fermarmi. Un secondo prima della curva capì cosa stava facendo piangere il mio cane. 

“Tranquillo, piccolo. Adesso arriva la mamma ed entro a farti le coccole. Anche tu mi sei mancato tanto…” 

La sua voce aveva sistemato tutto, da sola. Spazzato via la depressione, la tristezza. Gli saltai addosso, letteralmente. 

Lui disse solo: “Scusa se ci ho messo tanto, ma volevo essere sicuro che questa volta ti fosse passata”. 

La prima settimana non uscimmo mai di casa, tanto che la vicina venne a bussare per assicurarsi che fosse tutto ok. 

Con lui, in due settimane, il romanzo era finito. 

 

 

“È tardi. Torniamo a prendere le macchine e poi decidiamo cosa fare?” chiese S. mentre tutte, io e M. comprese, fumavamo. 

“Però guido io, dato che questo coso ti abbiamo aiutato a rubarlo” s’impuntò A 

“Ma non lo sai guidare, lui riconosce solo la mano del padrone” rispose S. mentre vedeva impotente la sua roulotte che partiva senza problemi sotto la guida di A. 

“Dicevi?” 

“Ragazze, ma ci pensate se quando arriviamo hanno chiuso il cancello del locale con tutte le auto dentro?” fece M 

“Questa cosa ci era successa una volta, o sbaglio?” continuai io. 

“No, no. Non sbagli. La macchina era proprio la tua” fece S. 

“E in che locale eravamo?” chiesi io. 

“All’Alkimia. Eravamo all’Alkimia” finì A., fermando la roulotte. 

Un deja vu ci riportò a una notte di sei anni prima, quando la mia auto era rimasta chiusa dentro il parcheggio del locale. Ci eravamo perse per un’ora, cercando un posto dove mangiare le brioches alle tre del mattino. Quando eravamo arrivate, il locale aveva chiuso e con lui pure il cancello del parcheggio. 

La mia auto ci aveva guardate solitaria. 

“Be’, scavalchiamo!” aveva perfino detto M. 

“Certo, poi la macchina la metto in tasca” le avevo risposto secca io, mentre A. e S. si spanciavano dalle risate. 

Quella volta A. ci aveva dovute portare a casa tutte quante. 

“Adesso?” chiese M., salutando con la mano il suo maggiolino. 

“Aspettiamo l’apertura. Ci sono troppe cose che dobbiamo ancora dirci. Andiamo da qualche parte” propose A. 

“E dove andiamo?” chiese S. 

Risposi io. 

“Ovunque, basta che abbiano posto per quattro.” 

7 pensieri riguardo “Il racconto del mercoledì: Posto per quattro, pt 4 (FINALE).

      1. Mi dispiace molto che tu stia attraversando un brutto periodo, e ti auguro di cuore di superarlo al più presto. In bocca al lupo! 🙂

      2. Hai detto una grande verità: la positività è davvero fondamentale per superare un brutto periodo. Se invece ci lasciamo contaminare dalla negatività, a quel punto tenderemo a ristagnarci in quel brutto periodo, ed entreremo in un circolo vizioso senza nessuna uscita. Per fortuna non è stato il tuo caso! 🙂 Spero di risentirti presto, sul mio blog o sul tuo! 🙂

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