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Il racconto del mercoledì: Posto per quattro, pt 3

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S guidò per un po’ poi A le chiese di fermarsi. 

“Ragazze, sto morendo di fame” sbuffò , iniziando ad aprire tutti gli sportelli della roulotte. 

“Ma non hai niente! Cosa mangi?” chiese a S, notando la desolazione negli armadietti. 

“Mangiamo sempre fuori, con Jose. Ti ricordi che è ricco, no?” 

“Hai solo un pacco di pasta… che cacchio ci facciamo?” 

“Mi sono appena ricordata della pasta ripiena che ci facevi sempre tu alla cena Natale” mi disse allora S. 

“Che bei ricordi” aggiunse M  che nel frattempo aveva spalancato la porta della roulotte. Iniziava a fare caldo. 

Eravamo ai bordi di un campo di pomodori. 

A… non eri stata tu a rubare i pomodori nella gita in Grecia?” le chiesi io. 

Lei scoppiò a ridere. 

“Sì, certo. Avevo troppa fame anche quella volta.” 

“Ecco, insegnami come si fa, così torno a cucinare per voi” dissi uscendo nell’aria fresca di settembre. 

Vedevo S e M guardarci dalla roulotte, mentre noi ci addentravamo nel campo. 

“Allora, come avevi fatto?” le chiesi. 

“Semplicissimo, guarda.” 

piegò la maglietta all’insù e iniziò a usarla a mo’ di cestino. Io iniziai a riempirla di pomodorini e basilico. 

Aveva smesso di parlare, capì subito a cosa stava pensando. 

“Mi dispiace, ho parlato della gita in Grecia. Pensi ancora tanto a lui?” 

“Ogni tanto. In questo periodo di più, saranno gli ormoni. Sai che quando ci siamo lasciati non ho più mangiato pomodoro per un anno? È una cosa stupida, vero?” 

“No, non è una cosa stupida. Lui è stato stupido.” 

 

 

In gita in Grecia ci eravamo andati a diciannove anni, come regalo per la maturità. In quindici dei venti compagni di classe. Io passavo tutto il tempo a scrivere o a tentare di insegnare a S a cucinare. A invece era stata introvabile per quasi tutta la ragazza. Lei e un nostro compagno stavano insieme tutto il giorno. Non si erano mai cercati molto durante la scuola, ma in quella gita era scoppiato qualcosa.  

A noi lui piaceva, era uno di quei ragazzi che sembra più maturo della sua età. Aveva la fissazione di fare l’attore, e smise di piacerci esattamente un mese dopo. 

“Ha trovato posto in un musical a Londra! Partiamo per l’Inghilterra!” era venuta a dirci A tutta saltellante. 

“Inghilterra? E l’università? La tua famiglia?” 

“Mi prendo un anno sabbatico. Faccio lavoretti, imparo l’inglese. Magari mi iscriverò a qualche facoltà lì.” 

Non si era iscritta a nessuna facoltà. Lavorava quasi tutto il giorno per mantenere entrambi, perché lui prendeva una miseria. 

“È lunga la strada verso il successo” le diceva. 

Nonostante il suo essere un narcisista incallito, era stato lui a regalare ad A la sua prima reflex. Lei aveva iniziato a girare per Londra a scattare foto, e in un attimo si era innamorata sia della fotografia che della città. 

Il musical era andato bene, ne era arrivato un altro. 

Al casting lo aveva accompagnato lei. 

In quei giorni aveva continuato a ripeterci i dettagli del viso della ragazza dei casting. 

“Bella, ma… non mi piace. Ha qualcosa che non mi piace per niente.” 

Il perché fu chiaro poche settimane più tardi. 

A era uscita prima dal lavoro. Aveva fatto sviluppare delle fotografie di lui per farci un book, gli voleva fare una sorpresa. 

Lo trovò a letto con la ragazza del casting. 

Dovette lasciare il suo primo amore e la sua nuova città. 

Tornò in Italia. Ci parlava sempre di Londra, di quanto fosse perfetta per lei. Per un anno stette a Milano, finché S non riuscì a convincerla.  

“Lui si è già preso tutto. Adesso è passato tanto tempo. Riprenditi la tua città!” 

C’erano state molte altre mete dopo Londra, perché le sue fotografie piacevano. Diventò famosa con la foto di una vagabonda di Porto, esposta tuttora in una galleria in città. 

Solo sette anni dopo trovò l’uomo che l’avrebbe portata all’altare. 

Durante una visita a Parigi aveva conosciuto Luis, fotografo come lei. Avevano passato un’estate da sogno, di quelle che si vedono solo nei film. Passeggiate sugli Champs Elisee, colazione a Montmartre, fotografie dall’alto di Notre Dame. 

“È stato tutto meraviglioso. Non roviniamolo con la vita reale” gli aveva detto lei dandogli l’ultimo bacio, prima di prendere l’aereo per Londra. 

Se lo ritrovò alla porta d’ingresso due giorni dopo. 

“Facciamo finta che questa non è la vita reale. Questa sarà la nostra vita immaginaria” aveva detto lui. 

 

 

Mentre camminavamo mi fermai.  

“Hai detto che in questo periodo pensi più a lui per gli ormoni? Cosa intendi?” 

Lei tossì girandosi dall’altra parte. 

“Aspetta. La sigaretta elettronica. Hai detto che non ti sentivi bene di stomaco per gli alcolici. Hai più fame del solito. O… mio…” 

Aprii la bocca per mettermi a gridare quando lei me la tappò con le mani, facendo cadere tutti i pomodorini. 

“Hai visto che hai fatto! È ancora troppo presto, non ne sono sicura. Per questo non ve l’ho detto.” 

Io mi lasciai andare a due minuti di lacrime silenziose, visto che dovevo mantenere il segreto, mentre lei rimetteva i pomodorini nella maglietta. 

“Allora, mi aiuti?” 

Quando tornammo S mi chiese subito cos’era successo. Era un segugio di lacrime. 

“Niente cara, è l’allergia. Prepariamo questa pasta.” 

In meno di mezz’ora ero riuscita a mettere in tavola un piatto di pasta con i pomodorini. 

“Il signore benedica questo momento. Cibo italiano cucinato dalla mia amica brava a cucinare. Amen” fece M prima di prendere la prima forchettata. 

“Ma tu ce l’hai ancora l’appartamento in Sicilia?” mi chiese dal nulla S. 

“Sì, certo. Non hai idea di quanto si cucini bene lì. Quest’estate ci andiamo tutti quanti.” 

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