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Il Racconto del mercoledì: Posto per quattro, pt 1.

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S.percorse la strada da Est. Da anni guidava una roulotte. Lei era sempre più miope, o astigmatica. Insomma, non ci vedeva niente e doveva stare attaccata al volante come i vecchi per azzeccare la strada.

M.arrivò da Ovest. Portava un maggiolino. Lo aveva tutto dipinto di fiori. Andava un po’ a balzi, il povero maggiolino. Forse della pittura era finita dove non doveva.

A.venne da Nord. Aveva un pulmino Volkswagen. Era vecchissimo lui, ma l’impianto stereo era un gioiellino nuovo di zecca. L’interno, tappezzato in ogni centimetro da fotografie.

Io arrivai da Sud.  La mia Chevrolet, una muscle car di quelle vecchie, era tutta nera. Ci faceva un caldo bestiale d’estate, non andava l’aria condizionata, ogni tanto il cambio grattava eppure avevo quasi venduto un rene per averla.

M.guidava ballando.

A.guidava cantando.

Io guidavo pensando. 

S… guidava. Ed era già tanto. 

Ci attendeva un appuntamento. 

Non ci vedevamo da cinque anni. 

 

 S.la roulotte l’aveva rubata. Le piaceva dire che era stato un risarcimento, ma la verità è che l’aveva rubata. E per giunta ci aveva obbligate ad aiutarla.

Mi ricordo ancora il tono isterico di quando mi aveva chiamata. 

“Ho bisogno di voi, correte!” aveva solo detto prima di riattaccare. 

Io avevo lasciato l’articolo a metà, l’acqua che bolliva e la porta aperta.  

Mi ero fiondata, come A. e M. 

Trovammo S. davanti alla porta della roulotte. Ci abitava da due anni con il suo uomo.  

Lei aveva venticinque anni. Lavorava da una vita nel locale di famiglia. Non ne poteva più, voleva dare una svolta. 

“Vattene di casa” iniziava A. 

“Cambia lavoro” continuavo io. 

“Studia qualcosa” finiva M. 

No. S. la svolta la diede andando a convivere con una vecchia fiamma. Vecchissima, in effetti. La loro storia risaliva alle scuole medie.  

“Ma io sapevo che era lui l’uomo della mia vita!” spergiurava lei. 

Lui era uno spostato, un combina guai. Avevamo guardato impotenti il domicilio della nostra amica trasformarsi in: la roulotte sulla statale. 

Lui faceva il barista, e il ricettatore, e l’allibratore e… altre cose. 

Casa di S. era sempre affollata di gente poco raccomandabile. 

Una sera, un mese prima della telefonata, lui le aveva detto che era in un pasticcio. Per delle scommesse andate male doveva tanti, tanti, soldi a dei “signori”. 

“Amore, ho dovuto promettere la tua macchina. Vedrai, pagherò tutto e le cose si sistemeranno. Il tempo di ricevere il prossimo stipendio.” 

L’unica, e l’ultima, cosa rimasta a S. era la sua auto. Scassata e scrostata ma andava che era una meraviglia.  

Lo stipendio era arrivato. Una metà se l’era giocata, l’altra metà se l’era bevuta. 

Quello che gli rimaneva in tasca lo aveva finito la sera della telefonata. Era uscito con i suoi compari, si era ubriacato, era tornato a casa ed era crollato.  

Non si era svegliato nemmeno quando lei aveva pregato urlando i signori di non portarle via la macchina. 

“Che vuoi fare?” le avevo chiesto io, dopo aver sentito che era successo. 

S.faceva guizzare lo sguardo da una parte all’altra della strada, mentre fumava la terza sigaretta di seguito.

“Basta. Me ne vado. Con questa cazzo di roulotte. E lui lo lascio qui.” 

“Aspettaci fuori” le disse A. 

Una volta davanti a lui avevamo iniziato a urlargli in faccia di alzarsi. 

Niente. Caput. 

“È andato. Russa come un treno. Buttiamo tutta la sua robaccia, e poi buttiamo pure lui” sentenziò A. 

“Geronimoooo!” aveva allora urlato M. entrando di corsa nella roulotte. 

È sempre stata quella teatrale, tra di noi. 

Iniziammo a lanciare vestiti fuori dalla finestra. Mutande, calzini, roba irriconoscibile. I suoi cd e le sue scatoline, dove teneva la roba, finirono defenestrati. 

Quella pulizia non solo liberò la mia amica del peggior esemplare di maschio mai trovato, ma esorcizzò in tutte noi la figura del bello e dannato. O bello e stronzo, che si voglia dire. 

Ci volle la forza di tutte e quattro per alzare quel peso morto, ognuna da un arto, e lasciarlo dormiente sull’asfalto in mezzo ai suoi averi. 

E ancora ci volle la forza di tutte noi per spingere S. a mettere in moto la roulotte e andarsene. 

Quando ci chiamò, molti giorni dopo, era arrivata in Spagna. Sulla costa. Il come, resta tutt’ora un mistero. 

Trovò lavoro in un ristorante, l’unico ambiente che conosceva. La situazione era migliorata, comunque. Il tempo che non lavorava lo passava al mare, senza la zavorra umana. 

Una sera, in chiusura, trovò un cliente solo a un tavolo con le mani tra i capelli. Bello e triste, un cocktail perfetto per una signora. 

Era Jose. 

S.ci si sedette accanto e iniziarono a parlare. Lei aveva sempre avuto questa innata capacità di capire le persone, di leggergli dentro e consigliarle nel modo giusto.

Quando smisero di parlare, era l’alba, Jose le diede un bacio e le disse: “Tornerò”. 

S.ormai non credeva più alle promesse, men che meno fatte da tipi come lui. La lezione l’aveva imparata.

Per questo le cadde il vassoio di mano quando lo vide arrivare, con tre amici, un paio di giorni dopo. 

S.li aveva già visti, ora che li guardava bene, quei quattro. E capì chi erano quando vide tutto il ristorante andare in fibrillazione.

Erano attori di una telenovela spagnola, abbastanza famosi da avere la cena offerta al ristorante. 

“Mio dolce angelo, sono tornato da te. L’altra sera ero disperato, e tu hai illuminato la mia vita. Anche i miei amici hanno bisogno della tua saggezza, ti prego!” 

S.parlò, nella sua roulotte, con ciascuno di loro. In breve tempo, le visite diventarono sempre più numerose. Attori, gente dello spettacolo, persone qualunque, andavano da lei per un consiglio, per una parola dolce.

Quando A. le disse: “Fatti pagare! Cosa aspetti?”, S. finalmente diventò il Guru. 

Per il fisco segnalata come life coach, riceveva nella sua roulotte. M. gliel’aveva ridisegnata per l’occasione, in stile New Age. 

Jose intanto non l’aveva più lasciata, facevano proprio una bella coppia. Si era trasferito da lei e le forniva gli agganci per i clienti famosi.  

Lei offriva il tè ai suoi clienti, li ascoltava – non metteva mai limiti di tempo agli appuntamenti perché non voleva che le persone si sentissero dall’analista – e loro se ne andavano rinati. 

Date le tariffe, noi siamo fortunate. Abbiamo sempre avuto le nostre consulenze gratis. 

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