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Il Racconto del mercoledì: Elvis (PT3, finale)

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Certo. Certo che era dannatamente vero. Un’armatura costruita negli ultimi tre anni. Dopo essere stata ferita troppo, lasciata dall’uomo che credevo sarebbe stato con me per sempre. Avevo giurato a me stessa che mai più nessuno si sarebbe avvicinato tanto, che donare il mio cuore era non solo un atto stupido e suicida, ma debole. Avevo imbastito intorno a me una fortezza così ben armata che nessuno poteva entrarci. Né tantomeno io uscirci.  

“Non riesco davvero a capire come cavolo tu faccia a vedere tutte queste cose. Non le vede più nessuno ormai. Nemmeno i miei genitori, nemmeno i miei amici.” 

“Quando ti guardi allo specchio, cosa vedi?” 

Provai a cercare il mio riflesso distorto sul vetro appannato dai nostri respiri. Lo sfiorai con le dita tracciando una linea di goccioline, che fece sfumare l’immagine. 

“Purtroppo non vedo nulla.” 

“Io se ti guardo vedo solo qualcuno a cui sono successe delle cose brutte e che adesso ha paura di farsi di nuovo male. A tutti capitano delle cose brutte, tesoro. Questa è la vita. Non c’è un modo per rendersi immune. L’unica cosa che possiamo fare è incassare, e rialzarci. Se no che senso ha stare al mondo?” 

Mi spostai dalla finestra, mi spostai da lui. Non era giusto sentirsi dire tutte quelle cose da qualcuno conosciuto un’ora prima. Però nessuno mi diceva più cose così. Nessuno mi incoraggiava a osare, a essere coraggiosa. Mi fermai nel mezzo della camera. Volevo farmi gli affari suoi. 

Iniziai ad aprire gli armadietti. Erano pieni di dischi, non solo di Elvis, di vecchie fotografie. Di memorabilia.   

Si avvicinò lentamente, mentre scorrevo la playlist di uno dei primi album di Johnny Cash. 

“Dato che ti sei messa a curiosare nelle mie cose, e questo sì che è davvero maleducato, ricambia la cortesia. Fammi fare un giro per casa tua. Raccontami cosa vedrei.” 

“Prima di tutto, le pareti sono verde foresta. Ho tanti quadri appesi. Li compro dagli artisti di strada. Mi sembra sempre di fare una bella cosa. Poi ci sono i dischi, sulla libreria blu. Non ne ho molti, perché ormai la musica la ascolto sempre dal portatile. La libreria blu è anche piena di libri, e di qualche dvd. Ho un solo vaso per i fiori, di legno, dove ci sono le rose che mi avevano regalato quando ho raggiunto la maggiore età. Il mio posto preferito però è il balcone. È minuscolo, tutto in pietra. Nessuno mi può vedere. Ci ho messo un tavolino di ferro, di colore azzurro, e una sedia verde. D’estate ci metto un’ora a fare colazione seduta a quel tavolino. Ho anche tanti vasi di rose, quelle piccoline. Sono i miei fiori preferiti.” 

“Deve essere una bella casa.” 

“Grazie.” 

Elvis rimase qualche secondo a dondolarsi sui talloni, mentre io riponevo il cd dove lo avevo preso. 

“Ho fame” sbottò lui. 

“Lo vuoi un sandwich?” disse tornando in cucina. 

“Scommetto tutto quello che ho che mi farai il sandwich di Elvis, quello con il burro d’arachidi e la marmellata.” 

“Brava, ben detto. È il mio preferito.” 

Lo guardai mentre iniziava a raschiare il barattolo con la pasta stucchevole alle noccioline. 

Sembrava imbranato. 

“Spostati. Ci penso io.” 

“Grazie, Dio del Rock, abbiamo un po’ di iniziativa!” 

Prima di mettere il burro d’arachidi sul pane lo guardai, avevo avuto un’idea. 

“E se ti facessi i biscotti?” 

Il volto del Re si illuminò. 

Mi sorpresi di trovare tutto quello di cui avevo bisogno. Elvis aveva anche la farina, e casa sua sembrava il rifugio del single più incallito dell’universo. Di nuovo, era come se fosse tutto già predisposto. 

Mentre ero all’opera Elvis mi cantò, senza chitarra e senza base, Heartbreak HotelDevil in Disguise My baby left me. Ogni tanto mi tirava a sé facendomi fare la giravolta prima di lasciarmi continuare. 

Si fermò solo quando l’impasto andò in forno. 

“Com’è che la ragazza che ama le rose e ha tanti quadri in casa è la stessa che questa sera cenava da sola? Non ti stanca questa continua dicotomia tra quello che sei e quello che ti costringi a essere?” 

“Non è vero che mi costringo a essere così. Quello è il mio lavoro, non c’entra nulla con chi sono.”  

“Certo che c’entra. È quello che facciamo a darci una dimensione. Ciò che fai nel mondo ti configura. E io credo che tu possa essere di più di quella che viaggia da sola per lavoro facendo una cosa così noiosa da non volerne nemmeno parlare.” 

“Cosa vuoi che ti dica, Elvis? Che hai ragione? Che la mia vita mi fa schifo?” 

“Non è a me che dovresti dirlo.” 

Si fermò un attimo. 

“Guarda, stanno venendo bene. Sei brava.” 

“Grazie. Mi piace fare i dolci.” 

“Ecco, lo sapevo. Il tuo tono sa di opportunità persa.” 

Lo guardai dritto negli occhi. 

“Mi sarebbe piaciuto aprire una pasticceria.” 

“Fantastico! Hai già un cliente. Perché non lo fai?” 

“Perché non è così facile! Perché non posso ignorare le bollette, la benzina, la spesa e sperare che una piccola attività mi tenga a galla. E se va male? Se non ce la faccio?” 

“E se va bene? Te lo sei mai chiesta? Adesso è il momento di fare, tesoro. Il tempo passa, te lo ricordi?” 

“Lo stesso vale per te. Rimpiangi il fatto di non aver viaggiato. Ma tu non sei morto da quarant’anni! Anche se ti chiami come lui, anche se ti vesti come lui e se la tua casa imita la sua. Tu non sei lui. Non lo sarai mai e non è giusto che continui a fingere!” 

Mi accorsi troppo tardi della cattiveria con cui avevo risposto. Come se avessi rotto un uovo rancido in cucina. 

“I biscotti” rispose Elvis, tornando in salotto. 

Tolsi i dolci dalla placca e li poggiai delicatamente su un piatto. Erano dorati ma morbidi al centro. Mi sentivo un brutto groppo alla gola, che non provavo più da tanto tempo. Non mi capitava da tanto di ferire qualcuno. Forse perché non mi capitava da tanto di avere qualcuno da ferire. 

Poggiai il piatto sul tavolino. Lui aveva già imbracciato la chitarra. 

“Ti ho capita, sai? Fai la stronza, la dura. La Wonder Woman della situazione. Ma la mia domanda è: questo ti rende felice?” 

Attaccò con Moody BlueIf I can dream. 

Infine Like a bridge over troubled water. 

L’ultima canzone era solo una cover, lo sapevo.  

Ma lui la stava cantando per me.  

In un attimo, con quella melodia, mi sentì sciogliere proprio come un blocco di giaccio al sole di agosto. 

Potevo deporre le armi, adesso. L’arco e lo scudo che avevo tenuto di fronte a me per parare i colpi non servivano più.  

Potevo togliermi l’armatura che mi aveva protetta e che non aveva permesso a nessuno di avvicinarsi. 

Le lacrime sgorgarono spontanee.  

Ero libera. 

Lo lasciai finire. Non si interrompe il Re mentre canta. Nelle ultime battute mi unì alla sua voce. 

Appena finì, corsi da lui. 

Mi ricordo ancora il legno della chitarra che mi premeva su un’anca mentre ci baciavamo. 

Ricordo bene il letto, i vestiti sparsi per stanza. La sigaretta fumata da entrambi.  

Elvis che mi cantava Burning Love all’orecchio, piano, prima che mi addormentassi. 

 

Mi svegliai che era quasi a mezzogiorno, nel mio hotel in centro. Per un attimo pensai di aver sognato tutto. Mi alzai per riprendere possesso della realtà. Poi sul comò trovai un biglietto. 

“Se io posso sognare, lo puoi fare anche tu. Il tuo Re.” 

Il biglietto nascondeva un biscotto al burro d’arachidi. Mangiai il biscotto mentre facevo le valigie.  

All’ottavo ronzio del cellulare aziendale feci fare a quell’apparecchio infernale un volo di sette piani. 

Tornai a casa, lasciai il lavoro senza dire nulla.  

Aprii una pasticceria: Graceland 

Non andò mai male.  

Trovai l’uomo dei miei sogni. Insieme ci feci due bambini.    

Ed Elvis? Certo che lo rividi. 

In un bar. In una libreria in centro. Nel parco, quella volta che non volevo tornare a casa. 

Tutte le volte che è apparso ero triste, depressa, confusa. E lui arrivava, sistemava tutto. Come sempre. Come sa fare solo uno con quella voce.  

Poi, dopo che mi sono sposata, quando le mie acque hanno smesso di essere agitate e pericolose  e si sono chetate, ha smesso di apparire. 

 

L’ho rivisto dopo tanto, tanto tempo, una settimana fa.  

Eravamo sul molo di Santa Monica. Io e mio marito eravamo all’ultima tappa del viaggio della nostra vita, per i trent’anni di matrimonio. 

Elvis era appoggiato con una mano a un banchetto di hot dog. Parlava con una ragazza.  

Lui non sembrava invecchiato. Ma questo avrei dovuto saperlo da me, che il Re non invecchia. 

Quando mi ha vista mi ha salutato con la mano, facendomi un grande sorriso. Mentre spiegavo a mio marito chi era, Elvis è sparito. 

Non ho fatto in tempo, neanche quella volta, a dirgli che forse non è diventato un dottore. 

Però almeno una vita l’ha salvata. 

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