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Il Racconto del mercoledì (oggi di martedì): Elvis (PT 2)

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Salimmo fino al quinto piano di un edificio alto, con poche finestre. Per le scale l’odore di chiuso che solo le case inglesi riescono a ottenere.

Ma quando aprì la porta, be’. Mi ritrovai indietro di qualche anno.

Il salotto era una riproduzione della sala jungla, una delle stanze preferite di Elvis.

“Siedi pure dove vuoi, ti prendo qualcosa da bere. Cosa ti va?”

“Acqua, per cortesia.”

Fece capolino dalla cucina.

“Mi prendi in giro. Chiedi a me di portarti dell’acqua?”

Scoppiai a ridere ancora.

“Quello che hai, allora.”

Elvis tornò con due bicchieri. Mi disse che era Gin Tonic mentre faceva partire il giradischi.

La voce calda, ma graffiata e traballante a causa dell’apparecchio, del Re iniziò a diffondersi nell’appartamento come il dolce profumo di una torta al cioccolato.

Elvis prese posto sulla poltrona davanti alla mia. Si mise in grembo una chitarra che era appoggiata al muro e si unì alla seconda strofa di Can’t help falling in Love.

Era bravo. La voce ricordava l’originale ma era, non so come dire, incattivita. Sporca. Quasi sarebbe andata bene per il blues.

Cantò anche Suspicious mindsLove me tender e Always on my mind.

Quasi che sapesse le mie canzoni preferite senza chiedere.

Io ero già dimentica dell’ufficio, del progetto che stavo seguendo, dei grafici e dei workflow che avrei dovuto presentare la mattina seguente.

Il disco iniziò a girare a vuoto, aspettando che uno di noi due fosse così gentile da girarlo.

Elvis si alzò, ma non girò il disco, lo tolse.

“Allora. Sei stata a Memphis.”

“Sì. È bella. Almeno, Beale Street è molto bella. È una strada pedonale piena di locali che fanno musica, negozi e ristoranti. Se la percorri tutta arrivi al Mississippi. Prima c’è una piazza con una tua statua.”

Elvis sorrise.

“Dimmi la verità, hai sempre avuto una cotta per me.”

Risi. Quell’uomo poteva fare il comico.

“No, per te no! Ti ho appena conosciuto! Per lui forse. Ma di certo non per te.”

“Sai, io non credo al fatto che ci si conosca solo quando ci si incontri. A me sembra sempre di conoscere già da tempo anche chi vedo per la prima volta. Come se in cuor mio si riattivasse una particella sopita. A te non capita mai?”

Riflettei su quello che stava dicendo. Predisporsi così verso le persone indicava un’enorme empatia. Io non ne avevo più. Ero diffidente, distaccata, infastidita da chi voleva entrare in contatto con me. Tranne che da Elvis.

“Mi sta succedendo adesso, con te. Ma non mi capitava da tanti, tanti anni. Cosa sei? Una specie di guru che vuole curare la mia povera anima persa?”

“Forse. O forse sono solo uno che ha visto una bella ragazza, sola, e sta provando a portarsela a letto. Vedi, quello che faccio io arriva fino a qui.”

Disegnò uno spazio con le mani, di fronte a sé.

“Da lì in poi tocca a te, dolcezza.”

Elvis fece un passo, per portarsi sulla linea che aveva tracciato. Io lo guardai, ma non lo raggiunsi.

“Ho sprecato un’opportunità, vero?” gli chiesi.

“Non lo so. Come posso saperlo io per te? Io, per quel che mi riguarda, di opportunità ne ho sprecate un paio. Il ricordo mi brucia ogni giorno.”

Mi alzai, abbandonando la mia posizione di sicurezza sul divano, e andai alla finestra.

Uno spiffero freddo, di realtà che ancora ci circondava, si intrufolava dall’intelaiatura. Ma il mondo sembrava non esistere in quella Graceland in miniatura. In casa faceva caldo.

“Ti va di raccontarmele, le tue opportunità perse?” chiesi guardandolo negli occhi.

“Certo. Intanto, non ho studiato medicina, come avrebbe voluto mio padre. Avrei potuto salvare delle vite. Poi ero lontano da casa quando è morta mia madre. Ho perso l’opportunità di starle accanto negli ultimi momenti. Per ultimo, non ho mai viaggiato.”

Lasciai passare un minuto, pensando all’atto di generosità fatto da quell’uomo nei miei confronti, nel raccontarmi i suoi segreti più profondi.

Poi mi ricordai che a Graceland avevo letto che Elvis non aveva mai lasciato gli USA, e che era a fare il servizio militare quando la madre si aggravò.

“Bastardo! E io che ti credevo! Mi stai propinando la storia di Elvis e me la vendi come la tua grande confessione delle opportunità perse. Questa è un’ingiustizia!”

“Prima di tutto, chi diavolo ti dice che non sia la verità? Secondo, le tue labbra prendono un broncio adorabile quando ti arrabbi. Devo ricordarmi di farti arrabbiare ancora. Io, intanto, sono sempre fermo qui. E tu invece te ne sei andata alla finestra! Chi sta commettendo un’ingiustizia?”

Mi raggiunse. Eravamo gomito a gomito.

“Come ci sei finita in quel posto che fa la roba da cravatta di cui non vuoi nemmeno parlare?”

“Il capo è un amico di mio padre. Mi ha assunto subito dopo aver finito la scuola. Mi hanno detto tutti che era una grande opportunità. Io avevo sempre pensato che dopo la scuola avrei fatto un anno sabbatico a Londra, o Parigi. Ma il posto di lavoro era bello che pronto, e sicuro. E ho accettato.”

Elvis guardava la strada.

“Non sembra, dalla tua voce, che questo ti faccia molto felice. Vivi con i tuoi?”

“No, non più. Da tre anni vivo da sola.”

“Non hai un compagno, un ragazzo, un marito o che so io?”

“No. Lavoro fino a tardi, la sera sono troppo stanca. Il fine settimana recupero quello che c’è da fare in casa, vado a fare la spesa. Passo dai miei. Vedo qualche amico. Cose così.”

“Cazzo, che vita interessante. Se tu facessi la monaca ti divertiresti di più.”

Gli sferrai una gomitata.

“Che stronzo!”

“Ho solo detto la verità!”

“Sì, ma non si dice mai la verità a chi si conosce da poco. È cattiva educazione.”

“Non sono mai stato bravo con le buone maniere. E non ci posso fare niente se la tua vita così da come suona fa pena.”

Mi guardò dritto negli occhi.

“Sono sicuro che ci sia altro. Hai addosso questa specie di armatura da guerriero medievale che pesa un quintale, e che non ti fa camminare per la strada con la leggerezza dei tuoi anni. Non è vero?”

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