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Il Racconto del mercoledì: Elvis (PT1)

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Lui si faceva chiamare Elvis. 

Portava i capelli neri con il ciuffo cotonato. Indossava camicie bianche e pantaloni neri. Grazie a Dio non gli ho mai visto mettere le giacche con le frange. A malapena stavano bene all’originale. 

La prima volta che lo vidi ero a Manchester. Cenavo sola in un ristorante cubano, il Revolucion. Era un bel locale. Ampio, colorato, con musica dal vivo. Il cibo non era male. 

Tornando a Elvis, lui doveva essere una presenza fissa al Revolucion, perché era in confidenza con tutti i camerieri. Aiutava, anche, a servire ai tavoli, se ce n’era bisogno. Era un bell’uomo, ma è stato il suo atteggiamento ad attirare la mia attenzione su di lui. Si comportava esattamente come il Re. Iniziò a lanciare occhiate al mio tavolo, per saggiare il terreno. Io ero sola, e annoiata della vita. Quindi gli sorrisi. 

Mi avevano appena servito il dolce quando si sedette accanto a me, senza chiedere permesso. 

“Una bellezza come te non dovrebbe mai cenare da sola.” 

“Sono in viaggio per lavoro.” 

“E che lavoro ti fa stare qui sola soletta?” 

“Cazzate. Roba da cravatta. Non mi va molto di parlarne. Come ti chiami?” 

“Tutti mi chiamano Elvis.” 

Scoppiai a ridere. Non lo feci di proposito, ma avreste dovuto sentire il modo in cui l’aveva detto, come se fosse ovvio. Era esilarante. 

Lui, invece di offendersi, alzarsi e mandarmi a quel paese, scoppiò a ridere con me. 

“È la verità, sciocchina. Ehi Russel, di un po’ come mi chiamo?” 

“Elvis!” gli gridò di rimando un cameriere con i capelli rossi. 

Io continuai a ridere, alla fine dissi: ” Va bene, Aaron, io sono Maggie.” 

Il volto di Elvis si illuminò.  

“Sai il mio secondo nome!” 

“L’ho letto sulla tua tomba.” 

Il suo viso cambiò in un attimo. Non so se fosse tristezza. Si diceva che il Re non fosse mai triste. 

“Sei stata a Graceland.” 

“Sì, qualche anno fa. Ero in vacanza con i miei.” 

Elvis alzò il braccio in direzione di Russel, che ci raggiunse. 

“La cena della signorina falla mettere sul mio conto.” 

Il cameriere annuì, prima di allontanarsi. 

“Non dovevi. Non ti conosco nemmeno.” 

“Sei stata a casa mia. Hai visto la mia tomba. Mi conosci eccome. Vieni, andiamo a fare due passi.” 

 

A Manchester faceva freddo, in quel novembre. Fa sempre freddo, a novembre. Forse giusto a Memphis non si congela. 

Elvis mi accompagnò silenzioso per le vie squadrate della città. A coprirlo, ma non sembrava affatto un problema, solo una giacca di pelle. 

C’erano le lanterne cinesi appese agli alberi. Era appena passato il loro inizio anno, il loro carnevale o Dio sa che cosa. 

“Ti piacciono?” mi disse lui indicandone una. 

“Sì, mi sono sempre piaciute. Avrei voluto mettere una di quelle grandi in giardino. Poi non l’ho più fatto.” 

“Assurde tutte le cose che non facciamo per noia, per trascuratezza. Perché non abbiamo tempo, ci diciamo che lo faremo dopo. Però il tempo passa, senza che tu gli possa dire nulla perché in fondo è solo quello che il tempo fa. Passare. E intanto non hai appeso una dannata lampada cinese al tuo giardino.” 

Stette un po’ con il naso all’insù, mentre io lo guardavo basita. 

“Vieni, dolcezza, o prenderai freddo. Abito poco distante da qui.” 

Lo seguii ignorando tutte le leggi del buonsenso. Era troppo strano, troppo bello.  

Era troppo il Re. 

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