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Il Racconto del mercoledì: Alba e nebbia. Pt 2 (of 2)

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Non si era mai spinta così in là nel campo. Di solito, di poco superata la casa del contadino, tornava indietro. Non aveva idea di cosa ci fosse al di là degli alberi da frutto. La nebbia le stava facendo scherzi strani. Le arrivava al bacino, facendola camminare sulle nuvole, e intanto le impediva completamente di vedere cosale stava davanti. Caterina iniziò a sentire qualcosa di familiare, ma che non riusciva a riconoscere. Continuò a camminare.

 

L’amore di una vita, che vero amore non fu mai, lo incontrò alla soglia dei quarant’anni.

Un giorno Caterina andò a comprare dei fiori. Un’altra delle sue amiche aveva avuto un bambino. Lei era rimasta l’unica senza figli.

Lui faceva il fiorista.

Lo chiamava mi amor, in spagnolo. Come in quelle belle canzoni latine, tanto appassionate, che Caterina ballava in salotto da sola.

Il fiorista si era sposato giovanissimo, in un matrimonio quasi combinato. Era in perenne rottura con la moglie, ma stavano insieme ormai da più di vent’anni.

C’era sempre qualche problema con il lavoro, e poi il matrimonio del figlio grande, il primo nipotino.

“Non si può rovinare le cose a tutti, bisogna aspettare.”

Caterina, a quarantacinque anni, non ce la faceva più ad aspettare.

Una sera se lo ritrovò sotto casa, lei gli aveva chiesto di vedersi il giorno dopo.

La lasciò guardando per terra, dicendole che non poteva più andare avanti così.

Strappandole di poche ore, oltre a tutto il resto, anche la possibilità di compiere un atto davvero coraggioso.

 

Il rumore che aveva sentito Caterina si era acuito, sembrava più vicino. La vista della donna era appannata più di prima. Tra la nebbia, e le lacrime, non vedeva più bene.

Caterina non era più abituata a piangere. Quattro anni prima, dopo la separazione dal fiorista, aveva deciso che avrebbe passato tutto un anno senza piangere. La vita le aveva concesso di non ricevere altri dolori dopo quell’abbandono e così per tutto un anno non pianse mai.

Versò solo qualche lacrima, poco più tardi, al funerale di sua madre. Da lì, basta. Aveva anestetizzato completamente la sua esistenza.

Quella mattina, quella nebbia e quella solitudine, le ricordarono che si vive anche per soffrire e che non è possibile evitarlo.

Allora Caterina chiuse gli occhi e li strinse forte, per restare sola in sé stessa senza più quel mondo in cui era andata a vivere. E lì, capì cos’era quel rumore.

Non lo aveva riconosciuto perché era un suono che arrivava da lontano, che in Lombardia è impossibile da sentire.

Riaprì gli occhi e il suo mare, quello che si vedeva dal passaggio nel canneto, stava proprio davanti a lei. La nebbia si era diradata ed era spuntato il sole. Caterina sorrise e le lacrime si fermarono.

Le restava solo una scelta da fare. Andare verso il mare o tornare indietro.

Caterina scelse di essere coraggiosa, per la prima e ultima volta.

 

Cercarono Caterina per tre giorni senza sosta. La ricerca era ancora più difficile perché la donna non aveva legami. Non aveva famiglia, era una donna tranquilla, dicevano i vicini. Non c’erano possibili moventi passionali, nessuna questione di denaro in sospeso. Iniziarono a pensare che si fosse allontanata di sua volontà.

L’ultimo ad averla vista era un contadino.

“Veniva spesso nel mio campo, passeggiava. È vero, non l’ho vista tornare indietro ma mi capitava. Mica stavo sempre a guardare lei.”

Il buon contadino non venne mai accusato di nulla e il torrente, che limitava il campo dell’uomo, non restituì mai nessun corpo.

 

Caterina non fu mai ritrovata.

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