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Il Racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai, part 7 (Finale)

“Quando vi ho visti in pausa ho capito che era tutto perso.”

“Si può perdere qualcosa che non si ha mai avuto?”

“Certo, ci ho scritto tutto un romanzo sopra.”

Scoppiai a ridere.

“Dovrei chiederti i diritti, allora.”

“Sì, infatti.”

“Mi dispiace, Mark. Per tutto.”

“Non devi.”

Mi alzai, si alzò anche lui.

“Aspetteresti ancora cinque minuti con me, tempo dell’ultima sigaretta?”

Non risposi nemmeno, mi appoggiai solo alla ringhiera accanto a lui, mirando il dolce nulla.

Avrei voluto dire tante altre cose. Dirgli che se tra noi non era successo nulla era per un motivo, che forse quella giusta, quella che avrebbe fatto diventare l’Amore facile anche per lui era lì da qualche parte, che guardava il buio della notte più profonda chiedendosi lui dove fosse. E allora va’, cercala, trovala. Farai il secondo passo, ti verrà naturale, come è venuto a Ector quella sera di fronte alla mia porta di casa. Perché lei non sono io. Io sono di qualcun altro.

Non dissi nulla, invece.

Gli augurai buonanotte e andai a dormire.

 

Era venerdì, noi saremmo rientrati in ufficio il lunedì.

Non sentivo Ector da due settimane. Crudele, lo so, ma avevo bisogno di capire, e finalmente avevo capito.

Vedemmo le luci di Los Angeles che era ormai il tramonto. Una luce arancione, prima dell’ennesima notte, si adagiava sulla città disegnandone i confini. Chiesi a Mark, che avrebbe riportato l’auto a noleggio, di lasciarmi da mia sorella. Volevo vedere mio nipote.

Quando parcheggiò, mi guardò per un attimo.

Aveva capito che non stavo per vedere Nelly.

“Vi auguro buona serata” mi disse solo, prima di aprirmi il bagagliaio.

Io gli diedi un bacio sulla guancia ispida. Un lungo unico bacio casto, da mettere con quelli immaginari nella scatola di Mark, ormai riposta in uno dei ripiani alti del mio armadio mentale.

Poi scesi.

Chiamai al volo un taxi, guardando l’orario.

Sperai che fosse in ritardo, che non avesse impegni, che rientrasse a casa prima di uscire.

Arrivai di fronte alla sua porta, la luce in casa era spenta.

Mi sedetti sulla mia valigia, in attesa.

I minuti furono lunghissimi. Pieni di pensieri orrendi.

Magari non torna. Magari torna ma con una donna. Magari torna e mi dice che sono stata una stronza a non farmi mai sentire e chi mi credo di essere. Magari mi dice che ha preso un abbaglio, che l’ha capito grazie alla distanza, ma che possiamo restare amici.

Quando lo vidi avvicinarsi, quasi mi scoppiò il cuore. Aveva il suo sguardo serio, quello di quando lavora. Stava guardando il cellulare, non mi vide subito.

All’imbocco del vialetto di accesso alla casa si fermò, alzò lo sguardo. Si illuminò nel suo sorriso di bambino di fronte all’albero di Natale.

“Ti sono mancato, quindi!”

Io balzai in piedi, corsi da lui, gli saltai al collo.

Mi lasciai cullare dalla sensazione della sua presa, prima di restituire il bacio alla porta che mi aveva donato qualche settimana prima.

“Sì, mi sei mancato.”

 

 

Grazie a tutti quelli che sono rimasti sintonizzati su questo lungo racconto fino al suo epilogo, che spero con tutto il cuore sia di vostro gradimento 🙂

 

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