RaccontAmi

Il Racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai, part 5.

Ector provò in tutti i modi, i primi giorni, a creare una connessione. Prima di tutto, mi chiamava Eva. Era strano, eppure bello, sentire il mio nome pronunciato in modo corretto fuori dalle mura domestiche.

Quando si alzava per andare in pausa mi chiedeva sempre se volevo qualcosa e anche se gli dicevo no mi portava un bicchiere d’acqua, prendendo la scusa che riempiva anche il suo.

Le colleghe lo adoravano. La sua risata si sentiva a due uffici di distanza, ma quando si metteva a scrivere era veloce quanto Mark, solo che lui aveva un modo di digitare sulla tastiera più dolce. Invece di prendersela con i tasti, li accarezzava quasi fossero corde di un violino.

Era alto e stava sempre mezzo sdraiato sulla sedia, quindi i suoi piedi finivano sempre per toccare i miei. Io mi spostavo infastidita. Lui invece di chiedere scusa, sorrideva divertito. Quando sorrideva cambiava volto. Passava dall’essere estremamente serio a essere l’espressione stessa della felicità, con tanto di rughette intorno agli occhi.

Un giorno mi obbligò ad andare in pausa con lui.

“Se non ti alzi ti prendo in braccio!” mi disse appoggiandosi al divisorio. Io sbuffai, ma mi alzai comunque.

In pausa, mentre versava un po’ di quel caffè finto che avevamo in ufficio per entrambi, mi fece il quarto grado. Mi chiese della mia famiglia, dell’Italia. Ascoltò i miei racconti su Ricky, il mio nipotino.

Non riesco a ricordarmi una volta in cui Mark mi avesse chiesto qualcosa di me. Quello che sapeva era perché glielo avevo raccontato io. Ector invece faceva domande, e a distanza di giorni dimostrava di ricordarsi tutto, perfino gli appuntamenti più stupidi, come il dentista.

Durante la seconda settimana mi venne un mal di gola terribile per colpa dell’aria condizionata. Si era rotta e non era più regolabile. E io che ero sotto il bocchettone, dovevo stare in ufficio con la felpa. Accusai comunque il colpo e quasi non riuscivo a parlare, figuriamoci mangiare qualcosa. Ector a pranzo uscì a comprarmi del gelato, senza che gli chiedessi nulla. Mark, posso giocarmici la mano destra, non avrebbe mai fatto una cosa del genere.

Le pause caffè insieme erano diventate un’abitudine, intanto Ector aveva provato più volte, in modo velato, a propormi di uscire. Mi parlava di un film che voleva vedere, di una mostra, di un nuovo ristorante vicino la spiaggia.

Io facevo la gnorri. Aspettando cosa, non lo so. Altri segni divini?

Può essere, perché la Divina Provvidenza decise di mettersi nel mezzo, e darmi una mano.

Eravamo alla quarta settimana. La mia testa stava scoppiando. Mark sarebbe tornato a breve. A quel punto mi avrebbero spostata sicuramente nell’altro ufficio. Non avrei più sentito il ticchettare furioso di lui o i calci di Ector. E cosa sarebbe successo? Che avrei fatto? Dubbi che si affastellavano l’uno sull’altro, inventando come sempre scenari assurdi di cui parlavo solo a Nelly, che povera allattava il pupo e dunque non poteva scappare.

“Eva, deciditi. Non è difficile come ti sembra. Quello giusto è quello che ti fa sorridere mentre sei da sola e pensi a lui.”

Maledetta mia sorella, che con cinque anni in meno era comunque più saggia di me, e maledetto il mio capo, quel venerdì sera.

Mancava pochissimo all’orario di uscita, io dovevo andare a cena con due amiche. Luke arrivò tutto trafelato.

“Ragazzi, sono desolato ma ho bisogno di voi. Il capo vuole che per domani escano due pezzi di anticipazioni sulla Thailandia. Mark e John hanno già caricato su One Drive il materiale, ma è da sistemare e impaginare. Mi dispiace dirvelo ora, so che è tardissimo, ma è davvero importante.”

Ector rispose che non era un problema, e il suo sorriso verso di me mi fece rispondere la stessa cosa.

Lui aveva finito, dopo circa un’ora, mentre io ero in alto mare. Le fotografie erano sistemate, John era un professionista coi fiocchi e le modifiche erano state minime, ma l’impaginazione mi stava facendo impazzire.

Avrebbe potuto andarsene, uscire per il suo venerdì, invece attese paziente con la sedia accanto la mia, per provare ad aiutarmi nonostante non ci capisse nulla.

Alle otto avevo terminato ma la cena con le amiche era bella che saltata.

“Senti, c’è una taqueria fantastica su Ocean Drive. Ti va di accompagnarmi? Ho una fame da lupo!” disse lui, mentre si alzava stiracchiandosi.

Non potevo tirarmi indietro, far finta di avere altri impegni. Lui era stato lì apposta per me, era il minimo che potessi fare. E poi, non volevo dire di no.

“Certo, volentieri.”

Passammo la cena a ridere e scherzare. Lui aveva provato a farmi leggere tutto il menù in spagnolo e aveva riso come un matto per la mia pronuncia, che io peraltro pensavo fosse buona. Io allora avevo fatto l’offesa, lui mi aveva comprato un gelato.

Era tutto allegro, spensierato. E facile. Con Mark mai niente era stato facile. Capii quello che intendeva Nelly, che l’amore non è elucubrazioni complicate. È una cena ad un tavolino di fronte a una taqueria mentre si ride.

Si fece tardi, senza che ce ne accorgessimo.

“Mi aspetti mentre chiamo un taxi?” gli chiesi.

“Un taxi? Perché dovresti pagare qualcuno quando io posso accompagnarti gratis?”

“Non voglio farti fare mezza città!”

“Ma figurati. Andiamo.”

Senza accettare altre rimostranze Ector si rimise alla guida. Ormai senza forze dopo la giornata, restammo in silenzio. Potei ammirare il volto affilato, le dita lunghe appoggiate al volante. Iniziai a sorridere e dovetti voltarmi verso il mio finestrino.

Infine, parcheggiò di fronte a casa mia.

“Ti accompagno alla porta” disse.

“Addirittura! Penso di riuscire a fare venti passi da sola!”

“Lo so, ma io sono un cavaliere.”

Sbuffai ma lo lasciai fare. Arrivammo di fronte alla porta. Io avevo già le chiavi in mano.

“È stata davvero una bella serata. Ti ringrazio tanto” dissi.

Era un bel pezzo che non mi trovavo più di fronte alla situazione porta. Come si gestiva?

Ci pensò lui, che era più pragmatico e meno cervelloide.

Fece un passo verso di me, mi guardò per un secondo. Poi, invece di desistere, invece di non completare quel secondo passo, mi baciò.

“Buonanotte, Eva” mi disse prima di andarsene.

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