RaccontAmi

Il Racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai. Part 4.

I giorni in ufficio senza Mark sembravano eterni. Sistemavo le fotografie. Dimensioni, pixel, esposizione. Tutto mi sembrava così vuoto rispetto a quando le fotografie le avevo scattate, ascoltando le urla dei fruttivendoli che attiravano le signore con la bontà delle loro pesche.

Ogni scatto era un’emozione, un ricordo, un profumo. Di solito, unito al suo.

John, il fotografo, era sposato con Linda, una delle impiegate dell’amministrazione. La donna mostrava a tutti, in pausa caffè, le fotografie mandatele dal marito e una volta era riuscita a chiamarlo mettendolo in vivavoce, perché lo salutassimo tutti.

Dunque non erano stati fagocitati da qualche enorme elefante. Erano vivi, stavano bene e avevano modo di interfacciarsi con il mondo. Era Mark che aveva scelto di non farsi sentire.

Mi sentivo depressa, triste. Era passata solo una settimana dalla sua partenza, ne mancavano cinque al suo ritorno, e io già non ce la facevo più.

Lavoravo con le cuffie tutto il tempo per provare a concentrarmi ulteriormente. Non sentii quindi il mio capo che mi chiamava finché non mi picchiettò sulla spalla.

“Evie, scusa se ti disturbo. Vorrei presentarti una persona. Lui è Ector, è uno dei nostri nuovi redattori. Finché non riorganizziamo gli spazi starà qui di fronte a te.”

“Ma questa è la scrivania di Mark” risposi senza nemmeno pensare a quanto fossi stata stupida a dire una cosa del genere proprio al capo.

“Certo, ma è libera per un mese. Così intanto pensiamo a come riorganizzare i posti. Tu stessa dovresti stare nell’altro ufficio.”

Annuii incerta mentre Luke si girava verso il ragazzo che gli stava di fianco. Io rimisi le cuffie e alzai il volume. Non volevo saperne niente di lui e solo il pensiero che avrebbe usurpato, anche se per poco, la scrivania di Mark mi faceva andare su tutte le furie.

I due si spostarono alla scrivania, dove Luke si mise a impostargli l’account del computer. Sentii su di me lo sguardo dell’usurpatore ma mi sforzai di non alzare mai la testa.

Guardai solo il mio capo per salutarlo quando tornò nel suo ufficio, lasciandomi sola.

L’usurpatore doveva essere lì pronto perché appena alzai il volto, per andare in pausa, lui mi offrì la mano.

“Piacere, sono Ector.”

Il ragazzo era moro, con gli occhi più neri che avessi mai visto. Era più alto di Mark, perché dal divisorio vedevo quasi tutta la testa. Indossava una camicia di jeans che aveva tirato sugli avambracci.

“Evie. Sarebbe Eva, sono mezza italiana, ma tanto nessuno lo dice mai corretto.”

“Io sono mezzo spagnolo, non ho problemi a dire Eva. Vuoi che ti chiami così?”

Non gli risposi, feci spallucce e me ne andai.

 

“Non puoi dirmi che il problema è questo adesso. Non trovi? Il problema è che qualcosa tra me e te non ha funzionato. E io, per quanto mi sforzi, non riesco a capire cosa.”

Mark provò a sistemarsi una ciocca di capelli sfuggita. Li avevo sempre adorati, i suoi capelli. Quel mezzo lungo, abbastanza da essere tirati indietro. Non ero mai riuscita a sfiorarglieli nemmeno per caso. Colta da un qualche impeto, che potremmo chiamare tanto ormai che cambia, mi misi sulle ginocchia per raggiungerlo e gliela sistemai io.

“Grazie” disse solo lui.

Si accese un’altra sigaretta e me la porse dopo il primo tiro.

“Ero spaventato.”

“Di cosa?”

“Di tutto. Che tu mi dicessi di sì, che tu mi dicessi di no.”

“Aspettavi che facessi qualcosa io?”

“No, non è questo. So che spettava a me. Non ti rimprovero nulla. Ero spaventato.”

“Tu? Spaventato? Che vivi da solo da quando hai diciotto anni? Tu che non hai bisogno di nessuno eri spaventato?”

“Hai colto nel segno. Temevo di aver bisogno di te. Temevo di essermi innamorato, di ferirti perché non so stare con le persone. Che tu mi ferissi perché non so stare con le persone.”

Avrei voluto questa dichiarazione a Perugia? Avrei voluto sentirmi dire quelle parole, allora?

Sì. Gli avrei preso la mano e gli avrei risposto che avevo paura anche io, che è normale. Che avremmo affrontato tutto insieme. Che avremmo fatto combaciare le nostre differenze come in un puzzle. Che ci saremmo insegnati le cose a vicenda.

Però era vero, Mark aveva ragione. Adesso non aveva più senso, e me lo stava facendo capire lui, come sempre.

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