RaccontAmi

Il racconto del mercoledì: Conversazione su cosa non sarà mai, parte 2.

In Italia avevamo passato tre mesi perfetti. In uno stato di eterna tensione, come una molla. A sfiorarci appena, quando camminavamo per quelle vie antiche. A sorriderci, quando vedevamo qualcosa che ci faceva emozionare. Un’incredibile adrenalina elettrica, mai sfociata.

Quell’energia arrivò al suo culmine a Perugia, ultima tappa del nostro tour. Ci eravamo svegliati con il più caldo dei soli italiani. La città stessa sembrava andare a fuoco. In giro non c’era nessuno, tutti vinti da quell’afa terribile. Gli italiani sembravano diventati vampiri, chiusi nelle loro case ad attendere che la sera portasse un po’ di frescura, per rimettere il naso fuori dall’uscio. C’eravamo solo noi turisti, che boccheggiavamo disperati. Poi, alle cinque, il cielo divenne in un attimo di un color viola livido. Il temporale si preparò aggressivo. Iniziammo a velocizzare il passo, ma ormai gocce grosse quanto mandole iniziavano a puntellare la strada di fronte a noi. Bastò un secondo, che l’asfalto cambiò colore. Iniziammo a correre. Io lanciavo gridolini, come una ragazzina, nel sentire gocce impertinenti che mi toccavano la schiena. Mark invece rideva, e rideva. Trovammo riparo sotto la tettoia di un giornalaio, ormai chiuso. Eravamo completamente zuppi. Mi ricordo il suono delle nostre risate misto al fragore di quel temporale. Gli unici rumori in tutta Perugia, per quanto mi lasciassero percepire i miei sensi. Gli unici che avessero importanza. Lui, che di atti simpatici non era mai stato un grande dispensatore, si mise a scuotere i capelli come fa un cane quando è bagnato, schizzando anche me.

“Mark, smettila!” gli urlai tra le risate, mentre provavo a dargli dei buffetti sul braccio.

Quando si tirò su, si passò la mano destra tra i capelli per tirarseli all’indietro.

Ci guardammo, senza più parlare o ridere. Poi lui fece un passo verso di me. Un solo passo. Quanti saranno stati? Venti centimetri? Meno? Non abbastanza a colmare il vuoto tra di noi, interrotto da una signora e dal suo bambino, anche loro in cerca di un rifugio nonostante l’ombrello.

Quando si dice l’attimo fuggente dovrebbero usare quell’immagine, quel passo incerto e non seguito da nessun altro. Quello sguardo e quelle intenzioni spazzate via come l’afa dal temporale.

La pioggia se ne andò com’era arrivata, diretta altrove, e noi tornammo in albergo. Scambiammo pochissime parole durante la nostra ultima cena, passata nel delizioso patio di un ristorante appena fuori la città.

Sarebbe stata la cornice ideale per una confessione d’amore, per fare quel secondo passo che era mancato sotto il cartolaio. Quando penso a quella cena, nelle mie immaginazioni inutili, la riempio di sorrisi, forse di mani sfiorate. La condisco con qualche “provo lo stesso anche io”. Nulla più che un esercizio di stile, un pensiero per tener viva la mia vena creativa.

La cena durò un’ora e mezza striminzita, con Mark che mi rispondeva a monosillabi. Ormai avevo smesso di chiedermi cosa stessi sbagliando. Io non c’entravo nulla, su. Non poteva prima ridere e poi diventare muto. Ma che avesse, proprio non lo so.

Il giorno dopo prendemmo un treno per Roma e da Fiumicino l’aereo. Il viaggio era finito, e io di lui mi portavo a casa solo un bagnoschiuma che ancora non so come lì ci sia arrivato.

 

Adesso, nel buio della notte e nel silenzio di quell’albergo, avrei voluto chiederglielo cosa gli fosse preso quel giorno. Cosa gli aveva fatto mancare il coraggio o la voglia di finire quell’avvicinamento.

D’istinto, invece, mi sedetti e scoppiai a ridere.

“Ridi per il mio tempismo, vero?”

“No. Cioè, sì. Anche. Rido perché mi hai fatta impazzire, in Italia, e continui a non farmi capire niente di te. Com’è possibile che proprio adesso tu venga a chiedermi una cosa come questa?”

“È vero. Tanto più che adesso è del tutto inutile. È solo una curiosità crudele.”

“Perché è tutto inutile?”

“Perché te lo leggo negli occhi.”

Non risposi. Non volevo che continuasse. Mi sentivo appesa a un filo. Le vecchie sensazioni che premevano, che lottavano per non finire dimenticate. Che provavano a lucidarsi come vecchia argenteria per mostrare quanto fossero belle.

Quelle nuove, d’altro canto, non avevano affatto bisogno di essere ricordate e riaccese. Erano lì, e bruciavano.

“È evidente come il sole. Cerchi lui con gli occhi ovunque andiamo, in qualsiasi cosa vediamo” aggiunse Mark.

Lui, allora.

 

Se volete recuperare la parte 1, questo è il link: https://raccontamiblog.wordpress.com/2018/02/28/il-racconto-del-mercoledi-conversazione-su-cio-che-non-sara-mai-part-1/

 

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