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Il Racconto del mercoledì: Conversazione su ciò che non sarà mai, Part 1

“Se io ci avessi provato, allora, avresti accettato?”

Eravamo sul piccolo terrazzino comunicante tra le nostre camere. Intorno a noi, il pacifico nulla. La formazione rocciosa, che faceva da sfondo al retro del cottage, tipica di quella zona dello Utah, ci stava di fronte muta, senza vita. Inglobata dal nero della notte. Si sarebbe svegliata e avrebbe iniziato a brillare solo tra qualche ora, risvegliatasi come una principessa grazie al caldo bacio dei raggi del sole.

Ora non le restava che fare da silenzioso testimone alla nostra conversazione.

Mark aveva pettinato i capelli lunghi, biondo cenere, all’indietro. Erano ancora bagnati, aveva appena fatto la doccia. Potevo sentire l’odore familiare del suo bagnoschiuma. Era sempre lo stesso. Quante volte lo avevo usato, io stessa, per sentirlo più vicino?

Alla fine del viaggio in Italia, la confezione ancora mezza piena del suo bagnoschiuma era finita nella mia valigia. Chi sa perché.

In quel momento, lui teneva la mano sinistra sul costato. Quella destra, lungo il fianco, reggeva una Marlboro. Il barbaglio della miccia, rosso vivo, era l’unica luce.

Mi allungai verso di lui per sfilargli la sigaretta. Aspirai ed espirai, veloce. Non ero affatto una fumatrice provetta. Avevo sempre temuto l’ira di mia madre, dal fiuto infallibile, che aveva passato la mia adolescenza a minacciarmi che me le avrebbe fatte ingoiare.

Cosa avrei dovuto rispondere, a Mark?

Cosa, per far meno male ad entrambi?

“Non lo so” riuscii a dire.

Non era vero. Certo che lo sapevo.

Lo vidi sorridere. I miei occhi, ormai abituai al buio, potevano distinguere ogni suo movimento.

Non potei non ricordare quei tre mesi passati insieme.

All’epoca in redazione c’ero appena arrivata. La mia scrivania era quella di fronte alla sua. Non c’era più spazio nell’ufficio degli altri fotografi, e quel posto era libero. Le prime tre settimane Mark non mi aveva nemmeno mai guardata. Tutto preso com’era con le sue storie, con i suoi pezzi. Con l’editare gli articoli degli altri per renderli più efficaci. Poi, la proposta per lo speciale sul centro Italia. Io ero stata una scelta forzata. Con i nonni italiani, ero l’unica che sapeva un pochino della lingua. E lui, be’, era l’autore più seguito.

La prima volta in cui mi parlò per più di due minuti fu in aereo. Discutemmo l’itinerario. Roma, Viterbo, Perugia, Orvieto.

Lasciata la caotica e meravigliosa Roma noleggiamo un auto. Ci alternavamo alla guida. Lui si lamentava della visibilità delle strade, “con tutte queste curve non si capisce mai dove stai andando!”, io mi innamoravo ogni secondo di più di un luogo che sentivo di avere nel sangue.

Il giorno cinque, per la prima volta, Mark aveva riso. Stavamo mangiando un gelato. Io mi ero distratta, nell’assurdo tentativo di capire cosa si stessero dicendo due signore anziane che parlavano fitto fitto nel dialetto del posto. Non mi ero accorta che il gelato si stava sciogliendo e che aveva iniziato a colare.

“Oh no, che disastro!” avevo esclamato una volta accortami delle mie scarpe nuove, adesso tutte maculate di crema.

A quel punto, lui era scoppiato a ridere. Non ero nemmeno riuscita ad offendermi per la sua mancanza di tatto, tanto mi piaceva sentire quel suono per nulla familiare.

Da quel momento, non ci furono più silenzi. Fu come se avessi scardinato, con una banalità, una cassaforte. Lavoravamo tanto. Lui scriveva almeno due ore, io mi alzavo all’alba per andare a fare le fotografie nei mercati, tra gli ortolani e i macellai.

La sera uscivamo a cena, e io sembravo una millennials fissata con i social network, a fotografare ogni piatto.

Certo, Mark non era un galant uomo. E glielo feci anche notare. Non mi diede mai la sua felpa, nemmeno quella sera in cui stavo congelando, nella pittoresca Civita di Bagnoregio. Usciti dalla piccola osteria il vento aveva preso ad ululare. Era rimasto tutto il giorno nascosto chi sa dove sulle montagne e si era deciso a uscire solo con il favore del buio. Mi ricordo il suono delle vie e delle case ormai abbandonate, di quel minuscolo paese arroccato sull’ultimo sperone di roccia del canyon, una sorta di grido di aiuto per una città morente. Mi aveva fatto venire i brividi, e la mia canottiera con le frange non bastava. Avevo guardato languida la felpa nera di Mark, e senza bisogno che dicessi nulla lui aveva scosso la testa. Mi disse semplicemente che dovevo pensarci prima.

Mi faceva impazzire. In tutti i sensi. Sempre a tenermi a distanza. Sapevo che non scriveva solo per la rivista. Stava anche scrivendo altro. Si rifiutò di farmi leggere qualsiasi cosa che non fosse di lavoro. Lo guardavo, prima di cena, seduto nei terrazzi degli alberghi, a pigiare tasti furiosamente sul suo portatile. Sentivo quasi l’energia creativa che scaturiva dalla sua mente e inondava la pagina.

Come se mi avesse letto nella mente, durante la nostra conversazione al buio mi disse:

“Ho finito un romanzo, in Thailandia. Se verrà accettato dall’editore potrei lasciare la rivista.”

Eravamo al momento in cui lo pregavo di non farlo? In cui gli chiedevo di restare, per me?

No, non credo proprio.

“Sono contenta per te. Sarò la tua prima fan. E voglio la mia copia autografata. Di cosa parla?”

“Di un amore che non nascerà mai.”

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