A un certo punto.

A un certo punto, sentendo quei racconti, ho anche pensato che mi stessi perdendo qualcosa di bello.
Ho ascoltato incantata storie di trapezi da circo costruiti con le corde, pendenti dalle travi di una cameretta.
Di bambole e di giochi rubati, di passeggini troppo affollati di fratellini.
Mi sono ricordata di tutti gli anni della mia infanzia, con quelle persone che consideravo eccezionali.
Zii e cugini che erano tutto, che non vedevo l’ora di incontrare.

Poi ho iniziato a perderli, a prendere una strada lontano da loro. Motivi ce n’erano, eccome.

Eppure l’altra sera mi sembrava che non fossero così importanti. Quasi che il male che avevano fatto poteva anche essere dimenticato.

Mi è bastata una telefonata per ricordarmi come mai i miei santi piedi avevano deciso di andare a camminare altrove.

Che blood doesn’t mean family, che la mia famiglia adesso sono altre persone.

Una tipa riccia, una che ruba i pomodori, una contessa, una fatina bionda, un tizio che fa le pizze, l’altro che le mangia, un fisico psicopatico.

Tutti i personaggi dei miei telefilm, nessuno escluso.

Le mie gatte ninja.

E poi lui.

Direi che è assolutamente sufficiente, e che tutti gli altri possono anche un po’ andare a farsi fottere.

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