Me ne vado ad Amsterdam, pt 2

Ad una settimana e un giorno dal nostro ritorno da questa meravigliosa città ecco il resoconto degli ultimi due giorni.

Amsterdam, day 3.
“Practice makes perfect”.
La sveglia la sentiamo, eccome. Ci apetta una giornta pienissima. Abbiamo ancora troppo da vedere, da pensare, da dire. Prima delle nove siamo fuori dall’ hotel, dirette al Van Gogh Museum. Decidiamo di fare colazione da Starbucks, ma questo maledetto non si palesa. Scegliamo allora una piccola pasticceria, con una cameriera quasi antipatica. Ad Amsterdam non hanno camerieri neutri: o sono molto cordiali e simpatici o sono stronzi.
Ale prende una spremuta, Mery cappuccino, Sere il suo solito the o io chiaramente caffè. Noto solo ora che si coglie la nostrà personalità già dalla colazione!
Così, Van Gogh. Momentaneamente all’ Hermitage, come scopre fortunatamente Ale. Entriamo in una delle mostre che più mi è piaciuta di tutti i tempi. Le zone sono tematiche: giallo, azzurro, verde, blu. A seconda delle sue età, a seconda dei suoi stati d’animo. Prendiamo coscienza di una nozione che forse avevamo già. Vincent realizza tutti i suoi capolavori in soli dieci anni, iniziando tra l’altro in tarda età. Scopro dei dipinti che non conoscevo. Van Gogh si innamora, per un perido, di stampe giapponesi ed inizia a riprodurle. Il risultato è meraviglioso. Rileggiamo la sua vita, fatta di momenti di rivelazioni, di pura gioia e di pazzia.
Nella prima sala campeggia la scritta “Practice makes perfect”, la pratica rende perfetti, come scrive Vincent al fratello Theo.
Usciamo dal museo con una marea di regalini: hanno il negozio di souvenir più bello di sempre. Compro segnalibri, cartoline, una cintura per mia sorella e una collana per me.
Passiamo dunque per vari mercatini (e lì, il buco nelle mie mani si allarga con una nuova maglietta) per arrivare al museo di Rembrandt. E’ la ricostruzione di quella che era la sua casa, ma più che altro un museo interattivo. In varie stanze si trova personale che esegue delle dimostrazioni. Noi partecipiamo alla creazione di una litografia.
Usciamo piuttosto in fretta e pranziamo. Il pasto che mi è piaciuto di più in tutta Amsterdam. Prendiamo tutte sandwich al pollo con salsa, il posto è il barettino accanto al museo.
Via, di nuovo per Amsterdam. Questa cosa mi capita spesso, ma la classe con cui lo ha fatto Alessandra è magistrale. Cioè…ogni tanto mi capita di essere trattata come una bambina. Ho un male ai talloni indescrivibile, trascino i piedi. Chiedo allora:”Quanto manca?”, “Cinque minuti” mi risponde con garbo Alessandra. Se non che io non sono una bambina, ma molto più rompipalle, e cinque minuti dopo parte questo dialogo:
-quanto manca adesso?
-cinque minuti
-ma me l’ hai già detto cinque minuti fa!
-no ma ti giuro che adesso è vero. (ridendo)

Troviamo per caso la casa di Anna Frank. C’è una panchina e mi ci accascio. Vediamo due ragazze che si fanno la fotografia con la targa tutte sorridenti, e mentre noi parliamo di quanto sia triste Maria se ne esce con la battuta più triste e divertente che le abbia mai sentito fare. Si alza per mettersi in posa e dice:”Ragazze, al mio tre alzate il braccio!”.
Se in quel momento foste passati lì davanti, avreste visto quattro ragazze ridere con le lacrime agli occhi davanti alla casa di Anna Frank.
Finalmente arriviamo al bar con i pancakes più buoni di Amsterdam. Peccato che è quasi ora di cena e nessuna di noi ne prende uno, ci diamo tutte al the (a mò di serenella). Ci regalano un portachiavi con uno zoccolo olandese, che sarà oggetto di una gara. Al momento di pagare Ale mette la mano in tasca, dove aveva messo qualche soldo di resto di una spesa comune. “Aspettate, ci aggiungo il fondo comune. Ah, mi sa che l’ ho speso!”. Ridendo decidiamo che Alessandra non sarà mai il nostro tesoriere.
Cena. avevamo scelto un ristorante Tibetano e prendiamo posto. Ordiniamo piatti tipici come ravioli al vapore e spaghetti in zuppa. L’unica sfortunata è Serenella, il suo pollo non sa di niente. Arriva la fine della cena, il momento dopo pasto ottimo per le confessioni. Da una curiosità di Maria nasce la chiaccherata tra donne più bella, divertente e commuovente che abbia mai fatto in vita mia. L’argomento chiaramente, ve lo faccio indovinare. Donne, ad Amsterdam… di cosa si potrebbe parlare?
Ridiamo e ne parliamo ad alta voce, protette dalla lingua (anche se poi ho scoperto che poco lontano c’erano degli italiani…).
Ricorderò per sempre questa cena come una delle più belle in assoluto.
Non siamo contente, non siamo soddisfatte e continuiamo i nostri deliri per strada.
Facciamo il classico gioco che si può fare con quel tema. Per la privacy delle mie assistite non specificherò nè il gioco nè chi vince il portachiavi.
Ci aspetta l’ ultimo cofee. L’Abraxas. Da fuori è il più bello. Gli interni in legno, tipo foresta. Molto sognante e adatto al suo scopo.
Tutto stupendo finchè Ale non ci dice:”Lo sapete che c’è un topo?”.
Un topino, che a ripensarci non era nemmeno così brutto, zampetta per il pavimento. Non mi toglierò per tutta la serata l’idea di averlo in borsa.
Altra camminata, per le strade semideserte della città. Alle tre, dopo le ennesime patatine fritte, si conclude la nostra ultima sera ad Amsterdam.

Amsterdam, day 4.
“Amsterdam ha ricambiato il nostro amore”.
La sveglia è ingrata, suona alle sei. La mia voce, che non controllo, chiede alle ragazze di alzarsi. Nessuna, io per prima, ubbidisce. Ci sveglia Ale, molto meno leggera di me. Grazie al cielo i bagagli sono pronti. Abbiamo ancora commissioni. L’Hard Rock ci rifiuta di nuovo. Apre alle dieci e noi siamo largamente in anticipo. Non riesco ad aggiungere alla mia collezione il bicchiere di Amsterdam. Ci dirigiamo al mercato dei tulipani. Serenella compra i bulbi, Ale il formaggio, io una stampa da unire a quella di Roma e quella della Grecia.
Onoriamo il mio amore per questa catena facendo colazione da Starbucks. Ah, il caffè macchiato al caramello…
Compriamo i biglietti del treno e voliamo verso l’ hotel con il primo tram che la città ci serve. Presi i bagagli di nuovo sul provvidenziale tram, dirette in stazione. Fossimo andate a piedi avremmo sicuramente perso il treno.
L’amore che abbiamo provato per Amsterdam ci viene ricambiato dalla città, donandoci due viaggi in tram al momento oppurtono senza uno straccio di controllo. Amsterdam ci ha amate, e noi lei, e ci saluta il 12 Novembre.
Dormiamo per quasi tutto il viaggio in treno e quello in aereo. Senza accorgercene ci dobbiamo salutare, siamo tornate a casa.

Da questa vacanza mi sono portata un bel pò di cose. Regali per tutta la famiglia, una maglietta, una collana, una stampa, delle cartoline, dei guantini. Ma soprattutto una consapevollezza: sono innamorata.
Sono innamorata di fare la valigia, e di risvuotarla piena a casa. Sono innamorata di vedere, provare, sentire e scrivere di tutto. Sono innamorata dal mio ragazzo, dappertutto. E sono innamorata della mia Ohana. E’ piccola e disatrata, ma è bella. E’ molto bella.
Alessandra avrà capito.


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