Mostri al cancello

Quel giorno c’era stata la nebbia tutto il tempo. Non le era importato granchè, in fondo le piaceva. Era andata a fare un giro in bicicletta. Si era fermata sul ponte che ha la veduta sul castello. Aveva buttato giù uno schizzo del castello, aveva messo una ragazza alla finestra. Non sapeva ancora chi l’avrebbe fatta diventare, forse la figlia triste del padrone della tenuta. Aveva lasciato la bicicletta e si era messa a cercare i frutti di bosco. Quella sera avrebbe visto le sue tre amiche, voleva portar loro dei biscotti.
Era tornata a casa, aveva preparato il pranzo al suo ragazzo. Nel pomeriggio aveva pulito casa, fatto la spesa, riordinato i suoi vestiti.
Aveva finito il suo disegno. Senza sapere il perchè aveva messo un cancello nel disegno, pressato da una frotta di persone impazzite. La ragazza li fissava, non sapeva se era pazza anche lei.
Quando il suo ragazzo era rientrato dal lavoro era rimasta con lui un’ ora sul divano. Si erano raccontati la giornata, si erano fatti i dispetti come sempre. L’ aveva tenuto più vicino del solito.
“Perchè hai fatto dei mostri al cancello?” le aveva chiesto lui.
“Non penso siano mostri, non lo so ancora.”
Infine era uscita. Era passata a prenderla la sua amica, con la macchina blu. Insieme erano andate a prendere un’altra amica, guidando piano nella nebbia. Come sempre si erano parlate tutto il tempo. Di amore e di tutto. Finchè non avevano dovuto inchiodare. In mezzo alla nebbia c’era una donna, con i capelli sciolti. Sembrava addirittura scalza. Si erano subito chiuse in macchina, ma la donna se n’era andata. Scomparsa nella nebbia.
Erano arrivate al locale, dove le aspettava la quarta amica. Le avevano raccontato della donna, ma presto se ne erano dimenticate, complici la musica e l’alcool. Di nuovo avevano parlato di tutto.
Era l’una di notte, ridendo e spingendosi tra di loro andavano al parcheggio. Era accanto al piccolo cimitero di paese. Non avevano notato che l’aria era diversa.
Erano arrivate all’altezza del cancello. Un suono gutturale, unito a suono di unghie che grattano scappava dal cimitero. Si erano bloccate, quattro ragazze impietrite. Mani lerce e scheletriche protendevano verso di loro. Come mani di una persona che affoga, in cerca di aiuto. Ma nessuno di quelli cercava aiuto, non ne era più capace.
“Mostri al cancello” era stata l’unica cosa che aveva pensato.
L’urlo della sua amica l’aveva risvegliata dalla trance, le aveva spinte tutte e tre verso la macchina.
Avevano forzato le loro gambe a correre, avevano urlato di nuovo quando avevano sentito il cancello crollare.
L’amica con la macchina blu aveva fatto fatica a trovare le chiavi, mentre loro tre la pregavano. Dopo un’eternità le aveva trovate, ma loro arrivavano. Aveva fatto salire le due amiche nel sedile posteriore, l’ altra era montata alla guida, aveva acceso la macchina. Lei era rimasta fuori, uno le era arrivato vicino.
Non si ricordava che i morti fossero in quel modo, a dire il vero non lo sapeva. L’unico morto che aveva visto era suo nonno, ma lui non era di certo così. A questo era corso in faccia uno scarafaggio. L’aveva spaventata ancora di più. Gli aveva tirato un calcio. Mentre lui, quasi inerme, arretrava lei era salita in macchina.
“corri!” avevano urlato.
Avevano portato a casa una delle amiche, l’altra era rimasta con loro due. Lei non aveva nessuno a casa, loro non l’avrebbero lasciata da sola. Mentre abbracciava la quarta amica si chiedeva se l’avrebbe mai rivista. Piangevano.
Poi si era ricordata. Lei e il suo ragazzo vivevano davanti al cimitero e i mostri erano al cancello. Doveva correre da lui. Non le interessava più di nessun altro, lei doveva correre da lui.

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