Abisso

Ricordava ancora l’odore della sua casa, lì in cima al promontorio. Dritta sul mare.

Spesso accarezzava il legno, chiedendosi perchè anche quello odorava  di sale. Lassù l’acqua non era mai arrivata, il promontorio era troppo alto anche per le peggiori mareggiate, ma vi viveva il vento.

Libeccio, maestrale, scirocco. Attraversavano e vivevano nella sua casa. Attraversavano e vivevano in lei.

Tutto odorava di sale.

Ricordava anche la bottiglia che aveva composto a sette anni. Sul fondo c’ erano i tre tipi di sabbia dell’ isola: nera, la lavica, bianca, della cala e rossa, accanto alla sorgente.

Sopra i tre strati vi aveva posto minuscole conchiglie. Per finire, ci aveva chiuso l’ acqua. A sette anni pensava che così avrebbe domato il mare, non poteva sapere che così l’ aveva solo richiamato a sè.

Quell’ isola, quella casa, le erano sempre sembrati una prigione. Guardava il mare e ci vedeva la libertà che lei, confinata dietro le sbarre dell’isola, non poteva avere.

Non si era sciolto il giogo sul suo cuore nemmeno quando si era innamorata.

Un amore assolutamente autentico, che le persone spesso cercano invano per tutta la vita. Non era bastato a farla sentire libera e completa.

Ricordava ancora, e avrebbe ricordato per sempre, quel giorno. Stava seduta sulla scogliera, rimirando una nuova conchiglia. Pensava, come sempre, alla sua prigionia.

Quando iniziò a scorgere la sua figura pensò ad uno squalo, poi a un delfino. Infine a una sirena. Dalla vita in giù il corpo di un pesce, più simile effettivamente ad uno squalo. Il busto ricordava quello di un uomo, in tempi lontani. Aveva braccia, mani e un volto. Tutto però era stato trasfigurato dal mare. Aveva conchiglie e molluschi vivi su tutto il corpo, alghe al posto della pelle, dei capelli, della barba.

Solo gli occhi erano autentici. Del blu più intenso, di quel blu dove non vedi il fondo. Il colore del mare.

Era rimasta ipnotizzata quando la creatura aveva iniziato a parlarle. Non era riuscita ad ascoltare, aveva carpito solo brevi parole. Prigione, libertà. Tanto le era bastato.

L’ aveva chiamata protendendole la mano, lei si era aggrappata a lui.

Mentre la portava in mare aperto navigavano a pelo d’acqua. La superficie del mare era talmente calma da non avere nessuna increspatura. Le era sembrata una morbida coperta di seta, mossa solo leggermente dalle gambe di chi vi riposa al di sotto.

Ricordava chiaramente il senso di terrore che aveva provato quando lui aveva iniziato ad inabissarsi. Lei non aveva mai nuotato nell’ acqua alta, dove non toccava con i piedi. Era terrorizzata dal pericolo di affogare, che qualche enorme medusa l’avrebbe ustionata e trascinata giù.

Lui la stava portando senza pietà esattamente lì. Dove non toccava, dove vivevano le meduse.

Provò a liberarsi, ma ormai le sue braccia erano attanagliate dalle alghe.  La paura cieca si tramutò in orrore quando capì che non stava affogando. Si erano aperti minuscoli tagli sulla sua gola, le sue branchie.

Quando si erano fermati erano in una grotta. Così alta da ricordare una cattedrale. L’aveva posta, come fosse una bambola, all’entrata di quell’antro. Altre creature erano arrivate per vederla, la mostrava come il suo trofeo.

Iniziò a guardarsi intorno, scoprì che in quell’ oscurità totale poteva anche vedere.

C’erano altre grotte, tutte con trofei come lei all’ingresso.

Era davvero in prigione.

Tempo dopo, non sapeva quanto, si guardò i piedi. Le sue gambe non esistevano più. Al loro posto solo vortici d’acqua, si erano trasformate in flutti marini.

Quel posto era immobile, eterno e definitivo.

Non sarebbe mai più stata libera.

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