Perfette.

Io non voglio che voi siate perfette. Non è per questo che vi sto istruendo. Voglio che abbiate la forza di lottare, di trovare la vostra strada, come io ho trovato la mia.

 

 

E s non ne sarò in grado? Se finirò come tutte le altre? Chiesi.

 

Impossibile. Tu sei una guerriera. Fai parte della mia stessa tribù.

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Day 5 of 62. L’amore alla stazione.

O cielo, cos’è, quella luce abbacinante fuori dalla mia finestra? Gli alieni? Sono in Paradiso? No! Il sole! Ma allora esiste anche qui!

Infatti un anemico sole oggi fa capolino dalle nuvole e si intravede perfino qualche sprazzo di cielo azzurro. Oggi arriva Andrea alla stazione, quindi decido che preferisco stare nelle vicinanza di Liverpool street. Prima di uscire, assolvo a tutti i miei compiti informatici, poi mi faccio una bella chiacchierata con Charlotte.

Decido di fare la mezza salutista mangiando due mele per pranzo, tanto cenerò fuori con Andrea (salvo pentirmene alle 5, per la fame, e comprarmi le patatine che non erano nemmeno granché).

Quando esco piovigina e c’è il sole, mia nonna mi diceva sempre che era quando uscivano le streghe (e infatti sono uscita io, tutto torna). Raggiungo Liverpool street e da lì ormai a memoria arrivo al London Bridge, dove parlo al telefono con mia cugina Amalia, anche lei qui a Londra, per vederci il giorno dopo.

Scendo al fiume e noto che il livello dell’acqua è altissimo e il fiume mosso, altro che la canzone dei Clash!

Gironzolo un po’ intorno finchè non si fa l’ora di andare alla stazione. Lì, telefonata a tre con Veronica e la sua piccola Ester, dove madre e figlia mi raccontano il loro pomeriggio di shopping.

Finalmente sono le 5. Mi alzo e inizio a vagare tra i binari. Non c’è niente di più tenero che aspettare il proprio amore alla stazione. Ed eccolo, alle 17.16, Andreino che arriva!

Si vede che siamo tanto felici di vederci perché siamo scemi e andiamo a caso per la stazione. Una volta recuperata lucidità andiamo in albergo, che è in centro. La tipa della reception nota che la stanza è singola, quindi guarda me e dice, sorridendo: “Friend?”.

Come le spiego che stiamo insieme da una decade e che non è una tresca?

La signora ci regge il gioco perchè fa ad Andrea un upgrade della camera. Usciamo per cena e passiamo per Oxford street, che ha già i primi accenni di decorazioni natalizie. Lì, di fronte a Primark, mi assale un’epifania. Tutta Londra è in delirio Potter, perchè anche Primark ha una linea dedicata! Ci faccio un giro con Andrea e mi riprometto di comprarmi una targhetta quando ci sarà meno ressa.

Passiamo per Carnaby Street che io non avevo mai visto, e lì è finalmente Halloween, con ragnatele giganti tra un edificio e l’altro (quasi casa mia e di Charlotte, praticamente).

Ceniamo da Byron, con un cameriere che parla un inglese spagnoleggiante incomprensibile. Poi ci salutiamo.

Io proseguo in metro e vedo una cosa tristissima: un Gin Tonic…. in lattina. So sad! Decido che con Andrea dobbiamo trovare il miglior posto per Gin Tonic in tutta Londra.

A casa, mi cazzeggio con Charlotte e Lady Gaga fino all’ora della nanna.

Day 5, gone.

Day 4 of 62. The British Library.

Saltiamo ormai tutta la parte della sveglia perché si ripete, da qualche giorno, quite the same. I ritmi e le piccoli abitudini iniziano a farsi strada nella quotidianità, mettendo le radici per la mia stabilità mentale.

Dopo aver scritto l’articolo e chiacchierato con Charlotte (soprattutto del fatto che siamo ancora senza acqua calda, e citando Charlotte “sto congelando e sono zozza!“) mi preparo ad uscire. Oggi viene inaugurata, alla British Library, una mostra su Harry Potter (una delle tante iniziative per i suoi vent’anni, my love), in dettaglio sulle materie studiate a Hogwarts (e questo porta ad inanellarsi una serie di eventi, a qualcuno andrò senz’altro). Occasione migliore non poteva esserci, allora, per inaugurare la mia prima visita alla British. L’enorme libreria, anche se da fuori non sembra tanto mastodontica, è appena fuori la stazione di King’s Cross (tra parentesi, l’edificio della stazione di Sant Pancras, appena di fianco, è bellissimo). Comodissima quindi per me che sono sulla Piccadilly. Varco la soglia, lo striscione con la fenice campeggia sulla piazza interna della libreria. Peccato che subito sotto ci sia la scritta SOLD OUT in riferimento alla mostra. Bene, ma non benissimo! Alla biglietteria mi informano che i primi biglietti liberi sono a novembre, quindi mi segno di comprarli online prima di tornarci vittoriosa.

Dato che l’ambiente in sé è molto stimolante, pranzo lì. Mi siedo con una ragazza dato che il ristorante è preso d’assalto e le offro tre secondi di spettacolino quando la bottiglietta d’acqua frizzante decide di diventare un’idrante. Almeno l’ho fatta ridere, penso.

Infine, trovo un tavolino in disparte, in uno dei corridoi laterali, dove scrivere. è pieno di ragazzi che leggono o lavorano, quindi posso lavorare indisturbata. Ancora due ore di scrittura (non voglio sembrare ottimista, ma forse questa storia può sopravvivere ai primi giorni di vita). Faccio un salto allo shop (i negozi dei musei sono la mia passione!) e compro il primo abbellimento per la mia camera, cioè una ciotola con la luna per appoggiarvi le chiavi. Poi decido di incamminarmi verso casa, dato che è venerdì nonché giorno Supernatural.

Niente di più sbagliato: la stazione di King’s Cross è completamente ferma. Non ho capito cosa le sia preso, ma gli addetti chiedono a tutti di andare ad Euston Square. Io però sono una testona e vado invece a Russel Square, che sarà anche la mia fermata della metro per il corso di scrittura. Invece di prendere gli ascensori, io mi faccio i 175 scalini che portano ai treni, in questa fermata dallo stile retrò. Niente da fare, ‘sti treni non passano o sono decisamente troppo pieni. Ci metto più di un’ora a tornare a casa.

Tappa da Tesco, per prendermi dei pomodorini, poi casa. Charlotte sta uscendo, ho la casa tutta per me. Mi lascia con la buona novella dell’acqua calda tornata tra noi, quindi doccia, telefonate di rito a Madreh, Sister e Andrea. Poi pasta (quella di due giorni fa. No, fa pena. Ma tanto. Io vado a svenarmi a Neal’s garden e mi compro la Barilla) condita dal mio Supernatural che finalmente mi fa un episodio decente. Infine, Thank u for existing, NETFLIX. Ecco, la più grande conquista della mia quotidianità, quella dannata scritta rossa.

Del resto oggi mi importa poco, domani arriva il mio Andrea.

Day 4, accomplished.

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The British Library

 

 

Day 3 of 62. E fu pizza a Londra.

Anche oggi mi sveglio dopo una notte tranquilla. Quasi non è da me, senza Andrea difficilmente riesco ad avere un sonno sereno. Probabilmente camminare tutto il giorno influisce. Caffè, biscotti, mezza mela avanzata dalla sera precedente. Intanto Charlotte è nella sua stanza, che lavora. Scrivo l’articolo e decido come muovermi per la giornata. La mia prima idea, su suggerimento di Charlotte, è quella di andare da Ziferblat (di cui vi parlerò tra un attimo perché è troppo importante!). Nelle vicinanze si trova l’Old Spitafield Market, quindi sarà quella la mia prima tappa giornaliera.

Iniziando dal mercato, ho una vera e propria mania/ossessione/venerazione per i mercati in genere. Qui a Londra ne è pieno, quindi potrei passare questi due mesi solo in giro per mercati che avrei già riempito tutti i giorni.

L’Old Spitafield non l’avevo mai visto. é un mercato vittoriano al coperto, dove prima di tutto ti da il benvenuto il profumo del cibo dei vari chioschi, sparsi ai bordi dell’edificio, mentre al centro si concentrano vari banchetti di chincaglierie. Io ho trovato la mia seconda missione londinese. La prima è fotografare una volpe, la seconda sarà trovare la tazzina perfetta. La voglio regale, in vecchio stile. Come quelle che hanno all’Artisan Cafè! Purtroppo, nel mercato la tazzina dei sogni non c’è. Non voglio accontentarmi della prima che mi capita a tiro, voglio quella giusta! E sono sicura che da qualche parte, là fuori, ci sia.

Per pranzo, scorgo un qualcosa di quantomai familiare. Un forno per le pizze! I ragazzi che gestiscono questo food truck sono napoletani, bei figliuoli per giunta, e quando chiedo, in italiano “mi fai una margherita?” rispondono “come no!”.

Yes, habemus la best pizza in London!

Dopo essermi magnata il primo dolcetto dei due mesi, un mini-cupcake red velvet, mi dirigo da Ziferblat. Che posto è? Si tratta della fighissima idea di alcuni ragazzi russi, che hanno deciso di estendere il loro salotto anche a questo posto. Il concetto è questo, hai a disposizione un luogo tranquillo dove lavorare, scrivere, con una cucina fornita da cui attingere, e paghi il tempo che spendi. Così non rischi di svenarti da Starbucks a furia di prendere Mokaccino per tenere occupato un divanetto. Io ho passato lì due ore a scrivere, con altri ragazzi che facevano altrettanto, e ho speso 7 pounds.

Quando si fa una certa e ho scritto ormai sette pagine, inizio a tornare a casa. Ci metto una vita, tutta Londra si era riversata dentro la stazione di Old Street!

Una volta a casa, mi rilasso finendo di leggere il libro del mio amico Aurelio, poi mangio un’insalatina. Infine, mi metto sul divano con Charlotte. Ci perdiamo a guardare minchiate su You tube. Lei mi inizia a RuPaul Drag Queen qualcosa e io le mostro la via della verità con Il contadino cerca moglie. Insomma, due sceme insieme!

Tardissimo, vado a letto.

Day 3 completed!

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Lola’s Cupcakes
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The Old Spitafield Market

 

 

Day 2 of 62. Lo scoiattolo stalker.

Stranamente a quello che credevo, sarà forse la stanchezza, mi sveglio dopo nove ore di sonno filate. Il boiler, simpaticamente situato nella mia camera, non ha mi infastidita più di tanto e questa avvalora la tesi che io riuscirei a dormire anche sotto un bombardamento. Comunque, nel silenzio della casa -Charlotte è ancora a letto- mi alzo e decido così di riappropriarmi di quello che farà la differenza in questo lungo viaggio: la quotidianità. Mi preparo il caffè nella mia piccola moka rossa da uno, che Charlotte adora e che probabilmente le lascerò come regalo a dicembre. Mi segno mentalmente che devo comprarmi una tazzina, non mi piace bere il mio caffè nelle tazze da tè. Aspetto che il caffè salga (la mia prima esperienza di fornelli a induzione!) mentre guardo fuori dalla finestra (la cucina ha la finestra sopra il piano della cucina, e da sul giardino sul retro). C’è un ragnone che ha fatto una ragnatela enorme, al momento è l’unica cosa non intenzionalmente halloweenesca che vedo in giro. Comunque, ho una fame maledetta ma non voglio fare razzie delle cose di Charlotte. Mentre mi vesto, nella mia camera, vedo qualcosa di insolito con la coda dell’occhio: uno scoiattolo guardone se ne stava con le zampe appoggiate al vetro!

Il piano per la giornata è piuttosto semplice: Victoria and Albert museum e poi scrivere un po’. Il museo da casa lo raggiungo facilmente con la metro, nessun cambio sulla linea Piccadilly. Il viaggio, piuttosto lungo, lo passo con una bimba inglese che salutava tutti e chiedeva al padre a ogni fermata “daddy do we come off?” e lui carinamente le rispondeva (questo tipo per quaranta minuti) “not yet”.

Questo museo per me è sconosciuto, come tutti gli altri della zona (poco lontano il Royal Albert, il museo della scienza e quello delle scienze naturali). Il V&A è il più grande museo dedicato alle arti minori. Quindi moda, gioielleria, manifatture in genere. é molto peculiare e la struttura stessa è molto interessante, un po’ labirintica. Ci passo quasi tutto il giorno, tra kimono e anelli spettacolari (tralasciamo il passaggio alla National Art Library, sita dentro il museo, a cui accedono solo i membri del V&A o gli studenti di belle arti). Infine torno a casa, devo fare la mia prima spesa!

Entro da Tesco e inizio la mia piccola spesa, non posso caricarmi troppo per ovvie ragioni: casa non è lontana ma io non sono nemmeno la Montagna per caricarmi di roba. Prendo mele, carote, il te allo zenzero, del pollo e infine un pacco di pasta Made in Italy for Tesco. Dove, in Italy, non è dato saperlo. Quindi ho già deciso che prima o poi andrò a Neal Garden a comprarmi la Barilla e il sugo Mutti e ciao e grazie.

A casa, è presto e io sono ancora tarata sull’orario italiano, leggo un’oretta prima di cucinarmi il mio pollo, mentre ascolto Paolo Nutini (colpa di Veronica, ce l’avevo nelle ricerche recenti di Spotify). Dopo cena, telefonate di rito, cazzeggio al telefono, ancora leggere. Poi nanna.

Inizio a pensare che sia questa la chiave del successo, avere dei ritmi.

Ah, ho tralasciato completamente la parte dell’inizio di una nuova storia, ma quello più in là. Non so ancora se resisterà ai primi capitoli, let’s see if it strong enough.

Day 2, gone.

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Scoiattolo guardone in fuga!

 

Day 1 of 62. Tu chimali se vuoi… traumi autoinflitti.

Eccoci, all’inaugurazione di questa rubrica completamente folle come quello che sto vivendo. Due mesi a Londra da sola, per seguire due corsi di scrittura creativa.

Un po’ per non dimenticarmi nulla, un po’ per vedere diminuire quel contatore che mi separa da casa terrò aggiornato questo diario di bordo.

Il mio DAY ONE. Un salto nel vuoto devastante, altro che trauma autoinflitti. Esco da una notte insonne. Mi sono svegliata almeno quattro volte, Andrea non era nemmeno a casa, cercando invano l’affetto dei felini che vivono con noi. La sveglia però (wake up lazaruna) arriva impietosa. L’aereo è prenotato, il corso anche, airbnb pure. Ci hai speso troppi soldi per dire, adesso, no scusate era tutto uno scherzo, vi ritorno i regali, io resto a casa!

Quindi, con un Andrea super entusiasta, vado in aeroporto. Non ho fame, non voglio andare, piango quando devo salutarlo ma raggiungo gli altri omini ai controlli. Una volta passata basta, è andata. Ormai è fatta.

Il volo passa tranquillo nonostante gli ultras del Napoli in viaggio verso Manchester per la partita. A Stansted, mi sento ancora terribilmente sola, mangio qualcosa tipo tabuleh e hummus (che mi resta simpaticamente sullo stomaco per tutto il giorno) poi mi dirigo verso quella che una volta era mia amica, cioè Londra.

Una volta sì, eravamo grandi amiche. Oggi invece mi sembra cattiva (nonostante debba ammettere che si sia comportata molto bene, seminando sul mio cammino persone gentili. Credo però che sia tutta una tattica per convincermi a restare).

Da Liverpool street mi immergo nella City. Mi segno mentalmente che chiederò ad Andrea di accompagnarmi sul Monument (col piffero che io e le mie vertigini ci andiamo da sole) e infine raggiungo la riva del fiume. Devo ammettere che lì mi sento meglio. Scorgo il veliero che avevo visto con le mie amiche, durante l’ultimo viaggio. Infine cammino fino al Tower Bridge. Leggermente tranquillizzata, capisco che è ora di tornare a casa. Intanto nella City hanno aperto le gabbie degli uffici perchè le strade sono brulicanti di cravattari e cravattarine che corrono come dei forsennati mentre io li guardo un po’ stordita.

Un tassinaro londinese molto gentile infine mi porta a Nord, verso quella che per due mesi sarà la mia nuova casa.

La strada è molto tranquilla, devo darmi un attimo per esplorare il quartiere. Una volpe se la cammina bellamente dall’altra parte della strada mentre aspetto che Charlotte, la mia padrona di casa, venga ad aprirmi. é una ragazzona (sarà 1.80 almeno!) molto bella, agitata quanto me. Mi accoglie in modo entusiasta, mi fa vedere questa piccola ma adorabile casa, ci raccontiamo qualcosa di noi davanti a una bottiglia di un vino rosso cileno. La faccio morire dal ridere quando le mostro il mio bat-pigiama (“una donna adulta che ha un bat-pigiama è fantastica!” mi dice).

Infine chiamo Andrea per la buona notte, ho gli occhi che si chiudono.

Il giorno uno è finalmente andato.

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In Valigia.

La valigia è pronta. E pesa.

Dentro ci sono molte, moltissime cose. Le più rilevanti, in ordine sparso:

-una moka e una confezione di caffè Lavazza

-i calzini caldi regalati dalle mie Gallinacce

-la canottiera blu con i fiori dono delle Girls

-il segnalibro con il pendente di Immortal di Sister e Madreh

-un manoscritto da rivedere per la quarta e -giurosuChuck- ultima volta

-una paura fottuta

-una storia da finire e una da iniziare

-Seta di Baricco da leggere, regalo della mia Mer

-la ciambellina scaldavivande del mio amore

-il pigiama a forma di pipistrello di daddy

Direi che sì, anche se non sono affatto pronta, si parte.

London Calling.

 

 

Is it worth?

Lo so, sto facendo un appello al nulla. E non ho nemmeno voglia di lasciarmi andare ai vittimismi della serie “tanto non interessa a nessuno”. Non ho quattro anni, nessuno di noi ha quattro anni, e siamo tutti adulti. La verità è che mi sono rotta i coglioni. Mi sono davvero rotta i coglioni di starmene in equilibrio, mentre con la testa penso di volare e invece ho ancora ai piedi le scarpe di piombo, come la bimba speciale di Riggs che se non la legavi con lo spago ti scappava via. Il bello di immaginare è quella safety zone, quel vedo non vedo del reale. “Una cosa non vera è meno reale?”. Mi sono sempre detta di no, che quello che immagino è vero quanto il risotto che ho mangiato questa sera. Vero quanto il portone verde chiuso (e non in senso metaforico), con me fuori, con la mia valigia (verde, anche la valigia. Devo iniziare a credere che il verde mi porti sfiga? Cazzo, è verde anche la camera questa sera! No, fanculo, io la mia valigia verde la adoro e non la cambio). Vero quanto la voce senza voce al telefono (e questo non è da adulta, nossignora), vero quanto la cena al tavolo più in disparte perché tu non fai parte di quella elite scelta di donne che quando piange è figa. No. Io, che sono figa di base, quando piango mi sfascio. Io a questo punto mi sfilo le scarpe e salto. Se poi sarò davvero in grado di volare, nel caso fossi anche io una bambina speciale, molto bene. Nel caso mi dovessi sfracellare, tant’è. Tanto non importa a nessuno, no? Ma noi non abbiamo quattro anni.