Perfette.

Io non voglio che voi siate perfette. Non è per questo che vi sto istruendo. Voglio che abbiate la forza di lottare, di trovare la vostra strada, come io ho trovato la mia.

 

 

E s non ne sarò in grado? Se finirò come tutte le altre? Chiesi.

 

Impossibile. Tu sei una guerriera. Fai parte della mia stessa tribù.

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Recensioni Libri: Che sia anche la notte, Lisa Luzzi

Che sia anche la notte

Ultimamente, noi blogger siamo vittime di un’ondata di malcostume.

Le richieste di recensione/segnalazione arrivano senza nemmeno un grazie, senza un fammi sapere, senza l’interesse a uno scambio reciproco (che è quello che dovrebbe essere considerando che, vogliate ricordarlo, non siamo retribuite).

Mi è capitato di scrivere mail chilometriche a giovani scrittori con qualche dritta senza ricevere nemmeno un grazie di risposta (notizia flash, anche io ho il mio bel da fare! “Scusa, avevo tanto da fare” non si dice a chi ti sta facendo un favore), o di ricevere mail impersonali da scrittori che non sanno nemmeno come mi chiamo.

Tutta questa intro per dire che: Lisa è diversa.

Mi ha colpita immediatamente il suo modo educato e gentile di porsi. Infatti, dopo essermi ripromessa per l’ennesima volta “fanculo, io non recensisco più nessuno”, ecco che arriva lei a ricordarmi quanta gente perbene ci sia in giro. Di scrittori pochi, ma eccone una.

Accetto allora la sua richiesta di recensione e in brevissimo mi arriva un bel libricino, con dedica e segnalibro.

E, ragazzi, io del libricino mi sono innamorata tipo a pagina due.

  • La trama

La storia è la narrazione molto intimistica che fa Alis, una giovane universitaria, che si sente schiacciata dalla sua vita e da i suoi studi. Unica consolazione, le donne che la circondano e che le infondono forza, nonostante la perdita causata dalla crescita di alcune di loro.

Ma, più di tutto, è il racconto dell’incontro con , ragazzo con il quale Alis intavola una relazione esclusivamente telefonica all’inizio (il perché, ve lo lascio scoprire da soli).

Proprio l’assenza di fisicità rende la relazione ancora più densa perché esclusivamente celebrale. Il sentimento che prova Alis è totalizzante e annichilente, come spesso capita nelle relazioni.

La sua continua ricerca del suo Io, della sua voce, in questa notte che sembra non lasciarla, è la colonna sonora del romanzo (a proposito di colonna sonora, ci pensa l’autrice stessa, regalandoci per ogni macro capitolo delle citazioni musicali. Le ho amate tutte).

Ma, alla fine, l’alba giunge sempre.

 

  • Cosa mi ha lasciato questo romanzo

Il racconto, come dicevo, mi ha preso fin dall’inizio. Saranno state le frasi nette e brevi che mi piacciono tanto, lo stile un po’ poetico, e il riportarmi, anche solo per un breve capitolo, nella mia amata Londra, la casina che tanto mi manca. Con Alis sono entrata in contatto subito, soprattutto per un tratto in comune: il circondarsi di altre donne.

Sono una donna che ama le altre donne, e non è una frase scontata. In un mondo di invidie, dove siamo noi il peggior nemico di noi stesse, è importante e anzi necessario spalleggiare le altre. Cazzo, gli uomini lo fanno da una vita. Perché noi no? A me, per fortuna, è sempre capitato di avere molte amiche, sarà perché sono cresciuta con un trilione di zie e cugine da aggiungere a Madreh e Sister, sarà perché mi viene proprio naturale. Quindi questo aspetto di Alis, il suo rifugiarsi nelle parole e nei gesti delle altre per dipanare i suoi dubbi, mi è molto caro.

 

  • Da leggere ascoltando

Come vi dicevo, ci ha già pensato Lisa alla colonna sonora, davvero bella e tutta rockeggiante (quindi, moooolto nelle mie corde), mi sento però di fare questa piccola aggiunta: Love Lost, dei Temper trap.

Spero che a Lisa piaccia e la trovi azzeccata.

 

Per ultimo, il link all’acquisto, ricordandovi che una manina alle CE piccole e indipendenti è sempre una buona azione:

https://www.libreriauniversitaria.it/sia-anche-notte-luzzi-lisa/libro/9788872742532

Look Left Memories: Il nome della Reflex.

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Nel mio nuovo libro, Look Left, la fotografia gioca un ruolo importantissimo. Pedro è un fotografo ed è proprio grazie a questo che lui e Livia faranno il patto di collaborazione.

La sua reflex si chiama Olga. Ma… perché?

Mi è sempre piaciuta la fotografia, fin da piccola. Certo, è sempre stata solo un hobby. La mia espressione artistica è, e rimane, la scrittura. Però catturare le immagini è un po’ come scrivere, è vedere storie dappertutto.

E un oggetto così importante, che ti permette di catturare un momento e tenerlo per sempre, non può non avere un nome.

Grazie (o per colpa) mia, la Reflex di una delle mie migliori amiche è stata ribattezzata Giacomino.

Eravamo a Parigi, di fronte a una qualche chiesa di San Giacomo, e io ho iniziato a fare la turista scema, che parlava con un accento improponibile, continuando a dire Giacomino, Giacomino. E Giacomino è rimasto!

La mia di Reflex, invece, si chiama Fosca. Sempre nome scelto con le mie amiche, quelle fuori di melone. Stavamo guardando il film di Verdone sui matrimoni (ora purtroppo mi sfugge il titolo. Ma è quello di Lo famo strano, impossibile da confondere!) e il nostro personaggio preferito era quello di Fosca, interpretato dalla Pivetti. Mai amore fu così fulgido, tanto da omaggiarlo con il nome della mia amata macchina fotografica.

Quella di Pedro, invece, si chiama Olga. Come la Reflex di un carissimo amico, colui che per primo mi ha insegnato come impugnarla, come impostarla. L’apertura focale, il tempo di scatto, l’esposizione…

Eravamo a Monaco di Baviera. Fosca era appena arrivata in casa Crotta-Napolitano, in vista del mega viaggione coast to coast che avremmo fatto quell’estate. E non si fa un viaggio così senza una macchina fotografica come si deve. Ma non si parte nemmeno in automatico, senza saperla impostare. Così, per tutta una vacanza (la più gelida della mia vita, faceva un freddo cane) Fabio mi ha illustrato, con la pazienza che lo contraddistingue, come usare Fosca. Da allora, sono passati tre anni, ne sono passati di scatti. Alcuni trascurabili, alcuni buoni, alcuni (secondo il mio modestissimo parere) meravigliosi.

La parete delle fotografie di Pedro, descritta nel mio libro, porta degli omaggi proprio a queste fotografie. Non solo mie, ma anche dei due fotografi che mi hanno ispirata di più. Fabio, appunto, e Alessandra.

Se anche voi amate la fotografia, non vi resta che scoprirle nel mio libro, e provare a immaginarle:

https://bookabook.it/libri/look-left/

Il Racconto del mercoledì: Posto per quattro, pt 2.

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Ci eravamo date appuntamento all’Alkimia. Anche se adesso al suo posto c’era il My Fair, per noi quel locale restava l’Alkimia. Un tempo un postaccio dove fumare narghilè sedute su enormi cuscini, uscivi sempre che puzzavi di fritto. Ma a noi piaceva, la luce era soffusa e la musica alta, potevi fare e dire quello che volevi. E facevano bene il mojito.  Adesso si era trasformato in un lounge soft cocktail bar, con i divanetti bianchi e la musica da sala. Decisamente troppo in per noi, ma dell’Alkimia aveva conservato l’enorme parcheggio e le nostre vetture erano belle ingombranti.

Arrivammo ognuna da un lato diverso dell’entrata, così che ci fermammo a croce, con i musi delle auto uno di fronte all’altro.

Aprimmo le portiere, teatralmente.

Una volta scese, restammo ferme vari minuti a guardarci negli occhi, come pistoleri pronti a un duello.

Sì, eravamo noi.

Sì, eravamo di nuovo insieme.

A quel punto, partirono all’unisono urletti da donna così alti che solo i cani possono percepire.

Non sapevamo chi abbracciare prima. Ci tiravamo, stringevamo, squadravamo per capire che niente d’importante fosse cambiato.

Io avevo svariati tatuaggi in più, A. i capelli molto corti, S. era biondo platino, M. aveva i lobi pieni di orecchini e i ricci lunghissimi erano porpora.

Mezzo lounge era all’enorme vetrata per vedere le quattro tipe ferme al parcheggio a piangere e abbracciarsi, dimentichi della finezza che richiede un posto come quello.

In tutta risposta, noi ci prendemmo a braccetto ed entrammo.

Il nostro tavolo era in mezzo alla sala. Non fu una scelta azzeccata per i proprietari, perché continuavamo a parlarci una sopra l’altra, a chiedere e ridere e abbracciarci. Ci guardavano tutti.

Ci calmammo solo quando arrivò da bere,  iniziando quindi una conversazione più civile. Nonostante fossimo state così lontane per così tanto tempo era come non essersi mai lasciate. Non era cambiato niente. Certo, eravamo donne adulte ormai, ma la nostra vera essenza era nascosta sotto la borsa firmata e le scarpe con il tacco.

S.spifferò qualche segreto dei suoi clienti, senza mai fare nomi da vera professionista. Poi A. ci diede inviti della sua nuova mostra fotografica, a tema il fuoco.

Questa cosa ci fece scoppiare a ridere.

“Nelle fotografie hai incluso quella di quando hai provato a bruciarmi una tovaglia perché facevi la scema con un tovagliolo e la candela?” le dissi prima di lasciare che il racconto proseguisse. M. raccontò del nuovo allestimento di una casa di registrazione K-pop che le aveva da poco commissionata gli interni. Non avrebbe dormito per mesi, ma c’era abituata. Io infine feci leggere alle ragazze il mio ultimo articolo.

Quando si passò all’amore, i bicchieri sul tavolo crebbero esponenzialmente. Io e S.eravamo in relazioni stabili e durature, A. si era spostata da un anno – cosa che ci aveva lasciate a bocca aperta, lei era sempre stata anti matrimonio-, M. invece saltava libera da una relazione all’altra. Nel suo immaginario si era sempre vista accasata, ma aveva cambiato idea al quarto fidanzato.

Eravamo tutte sui trenta, quindi il toto bambino divenne molto presto l’argomento principale. Loro puntavano su di me, monogama convinta da ormai dodici anni. Io invece sui neo sposi.

A.interruppe tutte quante: “Basta con questi discorsi di bambini, non ne posso più. S., fumi ancora?”

“Non più, Jose mi ha obbligata a smettere. Ma ti faccio compagnia” rispose S., alzandosi e uscendo con A.

Ebbi finalmente il tempo di abbracciare M. senza che le altre due ci separassero per prendersi un braccio a testa.

Sentire il suo: “Come va?” restituì senso a tutta quella lontananza. Lei era una delle poche persone al mondo che faceva quella domanda volendo davvero sentire la risposta.

Passarono cinque minuti, poi dieci. S. e A. erano ancora accanto alla roulotte che parlavano concitate, S. gesticolando come al solito. Le vedevamo bene.

M.allora mi disse: “Sai una cosa che ho sempre voluto fare?”

La guardai, mentre si metteva in spalla la borsa di S.e passava a me quella di A.

“Prendi anche la tua e alzati” finì.

“No, tesoro. Ti prego. Non vorrai…”

“In Corea sono tutti troppo educati. Mi sono stufata” rispose.

Lei iniziò ad allontanarsi verso l’uscita, fischiettando con nonchalance. Peccato che questo aveva attirato l’attenzione del barista.

La seguì all’uscita, tempo dieci secondi il proprietario ci stava correndo dietro.

“Signore, il conto! Signore!”

“Signore a chi? Maleducato!” gli urlò M. girandosi e facendogli un gestaccio poco carino.

La dovetti prendere per un braccio e tirarla, mentre A. e S. saltavano sulla roulotte spaventate.

“Metti in moto” urlò M. a S.

E io a lei: “Corri, tesoro. Corri!”

 

 

Avevamo parcheggiato lontano, ma M. aveva fretta e non potevo perdere tempo a cercare un posto più vicino.

Lei aveva afferrato il suo borsone, io il bagaglio a mano.

Ci eravamo fatte il pezzo fino all’entrata correndo come muli impazziti. Il gate avrebbe chiuso in pochi minuti e doveva ancora passare i controlli.

“Corri, tesoro. Corri!”

Una volta dentro, ci fu solo un secondo per guardarci. Stava partendo davvero. Ce l’aveva fatta.

Le diedi un bacio sulla fronte: “Spacca tutto”.

Poi mi ero girata e me n’ero andata, così anche lei. Mi girai solo un attimo prima di vedere i suoi ricci sparire tra la gente, come Orfeo e Euridice.

Stava andando in Corea.

Ci aveva messo quasi un anno a decidersi, tra rinvii e rimorsi.

Il problema è che non aveva mai voluto lasciare la sua famiglia. Anche dopo la laurea, aveva deciso di non partire per restare con loro.

Sua sorella gemella doveva finire un master e aveva bisogno di lei. I suoi genitori avevano bisogno di lei.

Aveva rifiutato varie proposte di lavoro, tenendo in stand by solo quella della Corea perché aveva più tempo per confermare. Se la risposta fosse stata in un paio di giorni, come per gli altri posti di lavoro, avrebbe perso anche quell’opportunità.

“Non posso lasciare adesso la mia famiglia” diceva a noi e a sé stessa.

Poi, sua sorella aveva accettato senza chiedere niente a nessuno un posto di lavoro in Giappone ottenuto con un progetto di design che avevano pensato insieme.

A quel punto, avevo chiamato S. e A.

A.si era occupata di chiamare il datore di lavoro della Corea e confermargli che M. sarebbe arrivata. S. le aveva preso il biglietto e io ero andata a casa sua a obbligarla a fare le valigie.

Alla fine, su quel volo ce l’avevamo messa.

A Seul la stava aspettando un ristorante da allestire da capo.

Si era trovata bene in un attimo, la sua esuberanza vinceva la timidezza asiatica. Il cibo le piaceva e l’alloggio al quartiere americano rendeva tutto più divertente. Ci mandava un sacco di fotografie con giovani broker statunitensi.

I suoi preferiti però erano i coreani. Andava da sempre pazza per la loro musica pop, cosa che noi invece odiavamo perché in macchina aveva solo quella e la sparava a tutto volume.

Il ristorante era stato commissionato in stile italiano. Lei, invece di fare le solite pacchianate concepite solo all’estero, preferì un design pulito. L’Italia si vedeva nelle fotografie di Roma e Firenze scattate da A., e nelle citazioni dei grandi poeti che avevo scelto io.

Fu all’inaugurazione che incontrò il suo primo ragazzo. Lui era un giovane architetto di Seul, cinque anni in meno di noi, che aveva vinto la sua timidezza per avvicinare l’occidentale.

“Passa tutto il tempo a toccarmi i riccioli, sono una rarità qui” civettava lei durante le nostre telefonate di gruppo.

Al ristorante ne seguì un altro, poi una mostra, poi un bar. Tutto andava a gonfie vele.

Lei e Eunji erano una bella coppia. Avevano trovato una casetta tradizionale ed erano andati a vivere insieme.

Tutta la sua vita subì un forte contraccolpo con la fine della sua storia d’amore. Lui un giorno le aveva detto che non poteva deludere la sua famiglia e che doveva sposare una ragazza coreana. Io e S. eravamo riuscite a volare in Corea. Lei c’era stata per noi e non potevamo lasciarla sola e così lontana proprio in quel momento. Mi ricordo che per un paio di giorni non si era mai alzata dal letto, una cosa impensabile per la sua vulcanicità. Anche sua sorella era riuscita a raggiungerla. Con la sua presenza, M. si riprese anche sul lavoro. Insieme fondarono la loro società di design, T-wins.

Da quel momento non ha un fidanzato stabile per più di sei mesi.

“Sono una donna del mio tempo. Non vedo che bisogno ci sia di incatenarmi a un uomo per tutta la vita, come ha fatto mia madre. Io sono libera, e così resto.”

Segnalazione Libri: Un disastro chiamato amore, Chiara Giacobelli.

un disastro chiamato amore

Buongiorno a tutti!

Oggi vi lascio la segnalazione del romanzo d’esordio di Chiara Giacobelli, già redattrice per testate come Huffington Post e Bell’Italia.

Un disastro chiamato amore è il suo primo romanzo e, tendete le orecchie, i personaggi sono ispirati a personaggi reali tra cui… il figlio di Audrey Hepburn (ditemi che non vi è venuta un’enorme curiosità!)!

  • Iniziamo subito con la trama:

Francese con un lavoro a Parigi e un appartamentino a Montmartre, Vivienne Vuloir è una ragazza buffa e imbranata che colleziona una figuraccia dopo l’altra, fa i conti con una fallimentare carriera di scrittrice e soffre di un numero indefinito di fobie. A trent’anni ha dimenticato il sapore di un bacio, si è adattata a essere identificata come ”quella che si occupa di gossip”, ma soprattutto ha perso completamente fiducia nel genere umano, specialmente se maschile. Quando un giorno riceve un’inattesa telefonata da un certo Mr Lennyster, figlio di un’importante attrice italiana su cui ha da poco redatto un dossier, è certa di stare per subire una grossa lavata di capo. Invece, l’uomo vuole commissionarle la biografia della madre. Così, ben presto Vivienne si troverà a dover affrontare un’avventura a cui non è affatto preparata: un viaggio in Italia, un libro da scrivere, un uomo affascinante, dolce ma oscuro, e una villa piena di misteri da risolvere. Tra gaffe, tentativi maldestri di carpire i segreti della famiglia Lennyster, amori e altre catastrofi, Vivienne, inguaribile pessimista, capirà che la vita le sta per riservare una sorpresa inaspettata…

  • Vi lascio anche le parole di Chiara stessa sul suo romanzo:

Si tratta di una commedia anglosassone in controtendenza rispetto alla moda editoriale italiana del momento, la quale punta principalmente sul genere drammatico e su avvenimenti o problematiche legate al nostro Paese. Qui si respira al contrario un’aria internazionale, a cominciare dal fatto che la protagonista femminile è parigina, mentre il protagonista maschile è il figlio di una celebre attrice ligure e di un importante regista di Hollywood.

Questo libro è stato scritto durante una lunga e snervante malattia, perciò il messaggio che vuole lanciare è prima di tutto l’importanza dell’ironia nella vita, facendo emergere realtà estremamente interessanti ma ancora poco sviluppate in Italia come la terapia del sorriso. Importante è anche la connotazione positiva del personaggio maschile – anche questa abbastanza fuoritendenza – specie nella sua carica di Presidente di una fondazione umanitaria liberamente ispirata all’Audrey Hepburn Children’s Fund

Devo dire che tutto questo a me basta per voler mettere il romanzo della mia to be read list!

  • #daleggereascoltando

Come mi ero ripromessa di fare, associamo una bella canzone al testo, così da leggerlo con la colonna sonora giusta!

La canzone scelta, suggerita dall’autrice, è:

Summer of ’69 di Bryan Adams.

  • Per finire, il link all’acquisto:

http://www.giunti.it/libri/narrativa/un-disastro-chiamato-amore/

 

 

 

Blog Tour Somnium: gli indiani d’America nell’immaginario comune e in Somnium.

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Buongiorno a tutti!

Oggi sono felicissima di partecipare al Blog Tour del romanzo d’esordio di una giovane scrittrice di talento, Feliscia Silva (il romanzo è scritto a quattro mani con Gloria Credali, la sua migliore amica. Quindi le scrittrici di talento sono ben due!).

Ho conosciuto Fel virtualmente mentre mi trovavo a Londra e tra le tante cose che abbiamo in comune (l’amore per Harry Potter e per i libri tanto per cominciare) si è aggiunta anche la scrittura.

Sono davvero contenta oggi di approfondire con voi uno degli aspetti fondamentali del suo romanzo Somnium.

La trama in breve: Doli, una giovane donna di origini Ute (una tribù nativa americana), scopre di essere un Blazon, un essere a metà tra l’umano e l’animale. Ogni Blazon incarna, appunto, lo spirito di un animale, e quello di Doli è l’aquila. I Blazon sono i custodi della Natura e vivono e si addestrano su Somnium, un mondo parallelo dove la Natura regna incontrastata. Ma ben presto gli equilibri della Terra Umana e di Somnium saranno messi a repentaglio, e ognuno sarà chiamato a fare la propria parte.

 

Per la mia partecipazione al suo Blog tour io ho scelto di approfondire un aspetto a me caro, cioè quello degli Indiani d’America. Non potrò mai dimenticare infatti l’incontro con i Navajo, ormai tre anni fa, nella Monument Valley e quanto rispetto e soggezione mi hanno suscitato i nativi (anche se erano vestiti in normalissime t-shirt e guidavano le jeep).

Nell’immaginario comune, i Nativi ci sono da sempre, grazie (o a causa) al mito del Far West e di tutta la questione dei cowboy.

Siamo stati bombardati da sempre con questa visione selvaggia di un popolo a tratti pacifico, a tratti estremamente bellicoso. I loro capi e le loro gesta sono diventati di conoscenza comune, (Toro Seduto, Geronimo, Cavallo pazzo, fanno parte della cultura di tutti), mantenendo un unico tratto forte e significativo uguale per ogni tribù: l’amore e l’attaccamento per la loro terra, il rispetto verso la Natura.

 

Per farvi avere una visione più completa del loro immaginario vi lascio alcuni spunti, sia cinematografici che letterari (per terminare, udite udite, con un fumetto)

  • Balla coi lupi.

Impossibile non iniziare con Balla coi lupi. La storia è quella di John Dunbar, tenente dell’esercito unionista americano che, spedito in un avamposto remoto in Nebraska, verrà a contatto con i Sioux. Grazie alla loro conoscenza e all’amore per Alzata con Pugno, capirà bene che la tribù di selvaggio ha ben poco.

  • Hell on Wheels

Restiamo sugli schermi ma passiamo a quello piccolo. Hell on Wheels è una serie tv statunitense, dove la questione dei nativi si intrinseca con le vicende della costruzione della Nothern Pacific, la ferrovia per collegare una costa all’altra degli Stati Uniti. Una delle scene che mi ha più colpito, significativa e forse ispirata a fatti realmente accaduti (non ho verificato, sono sincera) è quella dedicata alla scommessa tra il capo cantiere (il mio caro Bohannon) e il capo tribù. Per non farsi espropriare i terreni in favore della ferrovia, i due faranno una gara. Il capo indiano a cavallo, Bohannon sul treno. Chi prima taglia il traguardo di poche miglia, vince. Il treno, ovviamente, recupera a supera il cavallo, ricordandoci che l’uomo, purtroppo, da quel momento storico in avanti, avrà la meglio sulla Natura.

 

  • Scalped

Eccoci al fumetto che vi avevo promesso. Scalped narra delle vicende degli Oglala Lakota nella riserva di Prairie Rose Indian Reservation (il nome è inventato), offrendo una visione assolutamente drammatica della vita in Riserva.

La vita per gli indiani d’America non è mai stata semplice e in alcune zone la situazione è diventata molto difficile. Con le sovvenzioni statali, l’alcolismo e la droga hanno avuto la meglio sulla popolazione, innescando poi una spirale di violenza da cui è difficile uscire.

Ovviamente, la situazione dei nativi varia di Riserva in Riserva (qualche anno fa, la tribù Seminole si è dimostrata così ricca da comprarsi la catena Hard Rock Cafè… fate voi), ma in alcune la povertà e il degrado hanno la meglio, e non era giusto non parlarne.

 

  • Come si pone Somnium

In questa situazione, dove un po’ la pillola ci è stata indorata, un po’ il mito ci ha tappato gli occhi, Somnium si pone giusto nel mezzo. Doli è nata e cresciuta in una Riserva, dove le cose vanno comunque bene. La vita è modesta, certo, ma autentica. Nonostante ciò, Doli sceglie di andarsene, mettendo in luce la voglia di integrazione e comunque l’enorme difficoltà, tuttora, nel superare i pregiudizi che comporta essere un indiano d’America.

Infatti, la ragazza vive la sua vita adulta a lavorare il triplo degli altri per dimostrare di valere la metà, mentre comunque, nonostante i suoi sforzi, capi e colleghi la trattano ancora con diffidenza.

Credo che le ragazze si siano documentate moltissimo prima di cimentarsi con l’argomento, perché il quadro che ne danno risulta non solo ben costruito ai fini della storia, ma anche estremamente credibile. Infatti, la parte riservata alla famiglia di Doli, senza raccontarvi nulla, è una delle mie preferite.

 

Se anche voi avete subito, almeno una volta, il fascino Pellerossa, allora non potrete non innamorarvi di Somnium, come è successo a me!

Infine, vi lascio il link per l’acquisto. Ricordatevi che un tempo anche gli scrittori famosi non erano nessuno e che anche solo una copia per un emergente fa la differenza (oltre a ripagare di tutta ‘sta immensa fatica che non potete immaginarvi…)

 

Il Racconto del mercoledì: Posto per quattro, pt 1.

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S.percorse la strada da Est. Da anni guidava una roulotte. Lei era sempre più miope, o astigmatica. Insomma, non ci vedeva niente e doveva stare attaccata al volante come i vecchi per azzeccare la strada.

M.arrivò da Ovest. Portava un maggiolino. Lo aveva tutto dipinto di fiori. Andava un po’ a balzi, il povero maggiolino. Forse della pittura era finita dove non doveva.

A.venne da Nord. Aveva un pulmino Volkswagen. Era vecchissimo lui, ma l’impianto stereo era un gioiellino nuovo di zecca. L’interno, tappezzato in ogni centimetro da fotografie.

Io arrivai da Sud.  La mia Chevrolet, una muscle car di quelle vecchie, era tutta nera. Ci faceva un caldo bestiale d’estate, non andava l’aria condizionata, ogni tanto il cambio grattava eppure avevo quasi venduto un rene per averla.

M.guidava ballando.

A.guidava cantando.

Io guidavo pensando. 

S… guidava. Ed era già tanto. 

Ci attendeva un appuntamento. 

Non ci vedevamo da cinque anni. 

 

 S.la roulotte l’aveva rubata. Le piaceva dire che era stato un risarcimento, ma la verità è che l’aveva rubata. E per giunta ci aveva obbligate ad aiutarla.

Mi ricordo ancora il tono isterico di quando mi aveva chiamata. 

“Ho bisogno di voi, correte!” aveva solo detto prima di riattaccare. 

Io avevo lasciato l’articolo a metà, l’acqua che bolliva e la porta aperta.  

Mi ero fiondata, come A. e M. 

Trovammo S. davanti alla porta della roulotte. Ci abitava da due anni con il suo uomo.  

Lei aveva venticinque anni. Lavorava da una vita nel locale di famiglia. Non ne poteva più, voleva dare una svolta. 

“Vattene di casa” iniziava A. 

“Cambia lavoro” continuavo io. 

“Studia qualcosa” finiva M. 

No. S. la svolta la diede andando a convivere con una vecchia fiamma. Vecchissima, in effetti. La loro storia risaliva alle scuole medie.  

“Ma io sapevo che era lui l’uomo della mia vita!” spergiurava lei. 

Lui era uno spostato, un combina guai. Avevamo guardato impotenti il domicilio della nostra amica trasformarsi in: la roulotte sulla statale. 

Lui faceva il barista, e il ricettatore, e l’allibratore e… altre cose. 

Casa di S. era sempre affollata di gente poco raccomandabile. 

Una sera, un mese prima della telefonata, lui le aveva detto che era in un pasticcio. Per delle scommesse andate male doveva tanti, tanti, soldi a dei “signori”. 

“Amore, ho dovuto promettere la tua macchina. Vedrai, pagherò tutto e le cose si sistemeranno. Il tempo di ricevere il prossimo stipendio.” 

L’unica, e l’ultima, cosa rimasta a S. era la sua auto. Scassata e scrostata ma andava che era una meraviglia.  

Lo stipendio era arrivato. Una metà se l’era giocata, l’altra metà se l’era bevuta. 

Quello che gli rimaneva in tasca lo aveva finito la sera della telefonata. Era uscito con i suoi compari, si era ubriacato, era tornato a casa ed era crollato.  

Non si era svegliato nemmeno quando lei aveva pregato urlando i signori di non portarle via la macchina. 

“Che vuoi fare?” le avevo chiesto io, dopo aver sentito che era successo. 

S.faceva guizzare lo sguardo da una parte all’altra della strada, mentre fumava la terza sigaretta di seguito.

“Basta. Me ne vado. Con questa cazzo di roulotte. E lui lo lascio qui.” 

“Aspettaci fuori” le disse A. 

Una volta davanti a lui avevamo iniziato a urlargli in faccia di alzarsi. 

Niente. Caput. 

“È andato. Russa come un treno. Buttiamo tutta la sua robaccia, e poi buttiamo pure lui” sentenziò A. 

“Geronimoooo!” aveva allora urlato M. entrando di corsa nella roulotte. 

È sempre stata quella teatrale, tra di noi. 

Iniziammo a lanciare vestiti fuori dalla finestra. Mutande, calzini, roba irriconoscibile. I suoi cd e le sue scatoline, dove teneva la roba, finirono defenestrati. 

Quella pulizia non solo liberò la mia amica del peggior esemplare di maschio mai trovato, ma esorcizzò in tutte noi la figura del bello e dannato. O bello e stronzo, che si voglia dire. 

Ci volle la forza di tutte e quattro per alzare quel peso morto, ognuna da un arto, e lasciarlo dormiente sull’asfalto in mezzo ai suoi averi. 

E ancora ci volle la forza di tutte noi per spingere S. a mettere in moto la roulotte e andarsene. 

Quando ci chiamò, molti giorni dopo, era arrivata in Spagna. Sulla costa. Il come, resta tutt’ora un mistero. 

Trovò lavoro in un ristorante, l’unico ambiente che conosceva. La situazione era migliorata, comunque. Il tempo che non lavorava lo passava al mare, senza la zavorra umana. 

Una sera, in chiusura, trovò un cliente solo a un tavolo con le mani tra i capelli. Bello e triste, un cocktail perfetto per una signora. 

Era Jose. 

S.ci si sedette accanto e iniziarono a parlare. Lei aveva sempre avuto questa innata capacità di capire le persone, di leggergli dentro e consigliarle nel modo giusto.

Quando smisero di parlare, era l’alba, Jose le diede un bacio e le disse: “Tornerò”. 

S.ormai non credeva più alle promesse, men che meno fatte da tipi come lui. La lezione l’aveva imparata.

Per questo le cadde il vassoio di mano quando lo vide arrivare, con tre amici, un paio di giorni dopo. 

S.li aveva già visti, ora che li guardava bene, quei quattro. E capì chi erano quando vide tutto il ristorante andare in fibrillazione.

Erano attori di una telenovela spagnola, abbastanza famosi da avere la cena offerta al ristorante. 

“Mio dolce angelo, sono tornato da te. L’altra sera ero disperato, e tu hai illuminato la mia vita. Anche i miei amici hanno bisogno della tua saggezza, ti prego!” 

S.parlò, nella sua roulotte, con ciascuno di loro. In breve tempo, le visite diventarono sempre più numerose. Attori, gente dello spettacolo, persone qualunque, andavano da lei per un consiglio, per una parola dolce.

Quando A. le disse: “Fatti pagare! Cosa aspetti?”, S. finalmente diventò il Guru. 

Per il fisco segnalata come life coach, riceveva nella sua roulotte. M. gliel’aveva ridisegnata per l’occasione, in stile New Age. 

Jose intanto non l’aveva più lasciata, facevano proprio una bella coppia. Si era trasferito da lei e le forniva gli agganci per i clienti famosi.  

Lei offriva il tè ai suoi clienti, li ascoltava – non metteva mai limiti di tempo agli appuntamenti perché non voleva che le persone si sentissero dall’analista – e loro se ne andavano rinati. 

Date le tariffe, noi siamo fortunate. Abbiamo sempre avuto le nostre consulenze gratis.